id
stringlengths
36
36
year
int64
1.9k
1.95k
class
class label
5 classes
year_range
class label
11 classes
text
stringlengths
154
582k
b22e1b9d-8cce-4388-9c4d-1fc9fd18b273
1,906
3Habsburg years
11906-1910
Un incidente qualunque infine e di cui avremmo preferito non occuparci. Tanto è facile che la nostra vita pubblica si esaurisca in dimostrazioni vane, in chiacchiere di gazzette, in pose di martiri a buon mercato, che ci siamo usi a tener conto in codesti «accidenti nazionali», più del pericolo ch’essi contengono, di deviare cioè l’opinione pubblica da un serio lavoro di difesa nazionale, che del naturale sentimento che li provoca. Se la difesa nazionale deve interessare il popolo intiero e anzitutto il popolo che oggi viene nazionalmente attaccato, essa non deve esaurirsi in piccoli sfoghi di borghesi, altrettanto facili all’entusiasmo ed ai bollori, quanto retrivi ad un’opera costante ed onerosa che ponga l’ascia alle radici del male. Premettiamo questo, non con riferimento diretto al caso di Pergine, ma per rilevare ancora una volta la differenza di metodi nella difesa nazionale e metterne in chiaro, anche di fronte agli avversari, le responsabilità. Dell’incidente s’occupano, com’è naturale, anche i giornali tedeschi, colle solite esagerazioni. Siccome però il professore Edgar Mayer ha promesso al giornale dei «Los von Rom» e del protestantesimo tirolese, il Tiroler Tagblatt (ecco il vostro apostolo, o amici dell’altipiano!) una relazione ufficiale dell’avvenuto, sarà meglio aspettare per quanto riguarda i particolari del fatto stesso. C’interessano di più per ora due commenti, l’uno delle Tiroler Stimmen, l’altro del Vaterland di Vienna. Le Tiroler Stimmen ammettono che l’irritazione nazionale d’oggi sia causata anche in parte dal «linguaggio violento e spesso offensivo» della stampa liberale tirolese e conchiudono: Chi vuole sinceramente l’unità della provincia deve seguire in politica il motto: ognuno in pace per la sua via. Le Stimmen finiscono dunque col dare ragione a noi, quando dicevamo che la politica di invasione provocherebbe una reazione, la quale distrugge per lungo tempo ogni speranza di pace e che promoverebbe le tendenze separatiste degli italiani. Ma le Stimmen, le quali, conviene ammetterlo, si distinguono lodevolmente anche nella lotta nazionale dagli altri giornali innsbruckesi, non hanno ancora trovato il coraggio di chiamare la politica, ch’esse sembrano deplorare, col suo vero nome. E qui sopperisce per fortuna il Vaterland di Vienna, il quale scrive che «più da parte germanica che da parte austriaca si tenta di rigermanizzare luoghi una volta tedeschi e anche alcuni possessi nella parte italiana del Tirolo meridionale». E infine: «È molto dubbio che da codeste imprese tragga profitto l’idea austriaca». Anche il Vaterland non dice ancora tutta la verità, ma vi si avvicina assai. Anzitutto il giuoco sta nei termini. La parola «rigermanizzazione» è un’invenzione del d.r Rohmeder, il quale non ha ancora il coraggio di parlare senz’altro di «germanizzazione», come fanno i suoi fratelli prussiani nella Polonia degli Hohenzollern. Ma il contenuto della parola non lascia alcun dubbio. Legga il Vaterland le teorie di razza e il romanticismo storico del d.r Rohmeder e se ne persuaderà. Legga, per esempio, l’articolo del Rohmeder, diretto ai Tirolesi nel numero che la Jugend dedicava l’anno scorso al Defregger . «Il vostro paese è paese tedesco. Io non intendo il Tirolo dei Welschen, ma il Tirolo dal piede settentrionale al piede meridionale delle Alpi, dalla chiusa di Kufstein a quella di Verona, il paese, le cui cime montane si rispecchiano nelle onde del mare svevo e nei flutti del Garda». Tutto questo paese è consciamente o inconsciamente tedesco, secondo l’apostolo bavarese, e ne fanno fede gli eroi della germanica leggenda, il re Ortnit, Hugdietrich e Teodorico da Verona. Persino Berchtung von Meran, il quale notoriamente con Merano del Tirolo non ci ha a che fare, è per Rohmeder una prova che tutto il Tirolo è tedesco! Gli italiani, egli dice, hanno eretto al loro poeta una statua di bronzo , ma questa statua è piantata su suolo tedesco! Ammesso questo concetto del Tirolo, è naturale che il Rohmeder non parli che di «rigermanizzazione!» Meglio sarebbe addirittura parlare di «rigenerazione»! Ma si oda la conclusione dell’articolo, diretto ai tirolesi: «malvagi e avidi Welschen hanno delle pretese su parte del vostro paese, del paese dei vostri padri. Queste pretese non sono meno ingiuste, perché appoggiate dai circoli governativi. Oggi voi non siete più soli a combattere, come nel 1809 . Tirolo ai Tirolesi!» Ed ecco in questa conclusione delineato il piano di battaglia. In Tirolo sorgerà il Tiroler Volksbund, il quale sarà l’esecutore dei progetti rhomederiani. Il Tiroler Volksbund conquisterà tutto il «Tirolo ai Tirolesi», spezzando le malvagie pretese dei Welschen. Ma i Tirolesi non saranno soli nella lotta; alle spalle c’è la grande Germania, il vice-presidente e lo spiritus motor della società tirolese sarà un bavaro, uno dei più fanatici propagandisti sarà un berlinese, Edgar Meyer, e il Tiroler Volksbund avrà valido soccorso da un’impresa germanica, con sede a Monaco, la Burgpersen . Ma per riuscire negli intenti, il Rohmeder abbisognava del concorso di tutti: e così vedemmo abati, parroci, cattolici e austriaci a tutta prova associarsi a lui nell’impresa. E la politica brutale d’invasione incominciò. I conservatori e i cristiano-sociali dapprincipio credettero forse che non si trattasse che di una politica di raccoglimento e di ristorazione di quell’ideale dell’unità tirolese, per il quale combattono? O non parve loro politicamente opportuno, il non seguire gli indirizzi del D.r Rohmeder? Comunque sia, sarebbe tempo che gli equivoci cessassero e che si chiarissero le responsabilità. Nessuno di loro vorrà negare che il Volksbund non abbia già fatto politica di invasione, nessuno di loro vorrà negare che gli apostoli germanizzatori del Volksbund hanno invaso territorio italiano ed hanno cercato colle lusinghe e coll’oro di guadagnare ai loro scopi le turbe degli incoscienti. E nessuno dei cattolici, sostenitori del Volksbund, vorrà ignorare che la propaganda fatta dai Södler, Rohmeder e Meyer in nome e coll’appoggio del Tiroler Volksbund, porta il disordine anche morale nei nostri villaggi, creando ostilità e partiti contro il clero, il quale è costretto a opporsi agli attentati di codesti pantedeschi, anche perché preoccupato dell’avvenire religioso dei terrritori minacciati . Tutto questo i cattolici che appoggiano il Volksbund sanno o dovrebbero sapere. E se aggiungono a ciò le deduzioni delle Tiroler Stimmen e del Vaterland che la propaganda germanizzatrice infirma l’idea austriaca nelle regioni minacciate, come possono essi, cattolici ed austriaci, condividere le responsabilità di un’azione religiosamente e politicamente deleteria? Ripetiamo: il caso di Pergine è un incidente qualunque. Godiamo però che esso abbia servito a mostrare a chi vuol vedere, dove tendono a finire il Tiroler Volksbund e le false vie del d.r Rohmeder. Godiamo che le Tiroler Stimmen, le quali di recente volevano far passare il Volksbund come pendant della Lega Nazionale , incomincino a notarne l’azione deleteria, godiamo che il Vaterland, il quale poco fa ci tacciava acerbamente di opportunismo, rivolga l’accusa ora indirettamente ai suoi amici politici. E frattanto aspettiamo. Forse i cattolici tirolesi tireranno da una più chiara visione delle cose le pratiche conseguenze. Che se il momentaneo interesse di partito e il «Krämer Standpunkt», per dirla colle Stimmen, stesse loro più a cuore che la pace nazionale, li dovremmo chiamare corresponsabili finora di quanto sarà per avvenire. I tentativi di germanizzazione falliranno certamente; ché la forza di resistenza nostra è appena agli inizi, né punto esausta. Gli ideali del d.r Rohmeder cadranno infranti, e resisterà inconcusso, Dante, su suolo italiano. Ma assieme ai castelli fantastici del Bavaro, cadranno altri ideali, e vano sarà il pianto sulle rovine!
53d1b2e7-428a-4b34-a4a1-2747fef49c67
1,906
3Habsburg years
11906-1910
Il fatto di Pergine riempie la stampa tedesca ed occupa il Parlamento. Il dr. Rohmeder con le continue offese e le provocazioni agli italiani ha procurato al prof. Meyer uno schiaffo, e i tedeschi, non contenti che lo schiaffo sia stato ripagato con una bastonata, chiedono una vittima. Questa, secondo le relazioni che essi danno del fatto, dovrebbe essere il cons. Covi. Oltre a ciò si dipinge la vita dei tedeschi come minacciata nel Trentino, e si chiedono dal Governo provvedimenti per tutelarla. La favola del lupo e dell’agnello non fu mai meglio realizzata. I tedeschi non tollerano ad Innsbruck né studenti italiani né facoltà giuridica italiana; essi non vogliono scuole italiane per gli italiani a Vadena e per tanti altri italiani che si trovano nelle città tedesche; essi impediscono perfino che i nostri emigranti abbiano in più di un luogo un conveniente aiuto nelle cose religiose; essi possono demolire la Facoltà innsbruckese, dare la caccia all’italiano, far deporre un luogotenente, reo di aver tutelata la vita di italiani minacciati coi bastoni e con le armi; ma viceversa hanno il diritto di scorazzare nel Trentino, per promuovervi la germanizzazione, per seminarvi discordie, per inacerbire gli animi, per provocare la reazione di chi si vede insidiato ed offeso in casa sua, e quando lo sdegno scoppia, si atteggiano a perseguitati ed offesi e mettono a rumore stampa e Parlamento, chiedendo protezione ed aiuto! La prepotenza e l’ipocrisia non possono andare più in là e fa meraviglia che i conservatori e la loro stampa possano ancora appoggiare il Volksbund, origine funesta degli ultimi deplorevoli avvenimenti. L’interpellanza, che come più sotto riferiamo, presentò l’Erler per i fatti di Pergine, non rimarrà senza risposta da parte degli italiani; e i signori di Innsbruck faranno bene a ricordarsi in che modo speciale dovranno trovarsi di fronte agli italiani nella Dieta dove si trattano interessi che toccano anche loro. Vedranno allora, quale sarà il frutto dell’oltracotanza pantedesca, alla quale per opportunismo politico si sono piegati, appoggiandola e rendendola più eccessiva, perfino quei partiti tedeschi che meno avrebbero dovuto. Vedranno i tedeschi che non è lecito né possibile schiacciare gli italiani, e che una minoranza, non grande, ma compatta, ma offesa nei suoi più sacri diritti e sentimenti, ma inasprita e sdegnata può ben tener fronte a chi crede di essere sempre nel diritto, perché conta sul numero, sulle ricchezze, sulla forza brutale. Già altre volte si è tentata invano la germanizzazione del Trentino, con l’aiuto dello stesso governo, e i tentativi miseramente fallirono. La fibra che vi resistette è ancor viva e forte, non saranno gli italiani a raccogliere i danni di una sfida insana. Essa, fra il resto, servirà a far conoscere sempre più che è impossibile convivere in un solo organismo con gente che ad ogni istante prorompe in istinti feroci di oppressione e conquista. L’arma si rivolterà a questo modo contro chi l’ha impugnata.
4eb2efb2-f27b-4e79-ad4c-4c37a8f5f706
1,906
3Habsburg years
11906-1910
La situazione non accenna a migliorare. I tedeschi del Tirolo, senza distinzione, persistono nella politica di provocazione e d’invasione. Anche i conservatori, a noi che li rimproverammo di cooperare al turbamento della pace risposero che un compromesso fra le due nazionalità si raggiungerebbe meglio se i tedeschi si addimostrassero forti e punto arrendevoli. Ciò vuol dire che i capi politici del Tirolo pensano a quel compromesso che è costretto a conchiudere il vinto col vincitore, non più ad un’equa pace, ad un armistizio almeno, come si disse tante volte alla Dieta. È evidente che l’azione del Tiroler Volksbund, in quanto essa è invasione ed attacco, ha dirette attinenze con la politica, diremo, provinciale. Si vuole abbandonare la politica almeno in apparenza conciliativa per seguirne un’altra: quella della guerra aperta ad oltranza, con l’intento di sfibrarci, di smembrarci il paese, di ridurlo ad una «Mochenia» , incapace di elevamento nazionale, di sviluppo autonomo. Di fronte agli attacchi dei nemici riuniti ai nostri danni, la difesa di parte nostra non è mancata: il clero, la Lega Nazionale, cittadini colti ed intelligenti hanno reagito: in Folgaria s’è costituito un Comitato , in Lavarone una conferenza convocata dal curato dava una degna risposta agli invasori, lo studente Carbonari ha affrontato l’ira germanofila, il clero di Villa Banale ha protestato energicamente, a Caldonazzo il Circolo cattolico ha tenuto una conferenza circa le scuole tedesche, la Lega Nazionale è intervenuta quasi dappertutto. Ma è mancata ancora una dichiarazione, una protesta, per quanto riguarda le conseguenze politiche dell’azione del Tiroler Volksbund. Fatta astrazione degli articoli della stampa e di singole azioni parlamentari, non s’è ancora sentita la voce forte ed unanime dei rappresentanti politici del Trentino. Eppure noi, e con noi molti altri, pensano che sarebbe venuto il momento opportuno di far comprendere a chi la vuol capire che l’azione del Tiroler Volksbund avrà degli effetti diretti sulla situazione della Dieta provinciale, che non siamo disposti a trattare per compromessi o lavori dietali, quando ci si attacca fin dentro il cuore. È necessario stabilire fin d’ora a chi risaliranno le responsabilità, se la Dieta sentirà le conseguenze della nuova lotta. Urge anche far comprendere al Governo che l’invasione e la prepotenza organizzata rendono vani tutti gli sforzi di un compromesso fra le due nazionalità e che la sua inerzia potrebbe venir interpretata come acquiescenza e come ritorno violento alla politica del Merweldt , e sarà anche utile dimostrare a molti del Tirolo, i quali forse si sono lasciati trascinare dai meno, che la politica pangermanista distrugge per sempre le speranze di un lavoro concorde. Per tutto questo ed anche per aderire all’ordine del giorno accettato dalla parte incorrotta di San Sebastiano, in cui si faceva un caldo appello ai deputati, crediamo giunto il momento di lanciare l’idea di un convegno di deputati, sia semplicemente dei deputati dietali, sia di tutti i rappresentanti parlamentari del Trentino . Facendo questa proposta, crediamo di interpretare i desideri degli elettori, senza distinzione di partito, confidiamo quindi che essa troverà anche l’assenso di tutti i nostri onorevoli. Il convegno dei deputati per la difesa nazionale sarebbe una risposta unanime a unanime sfida, un monito ai partiti ed al Governo, forse l’assemblea più adatta a discutere i mezzi per la difesa.
f2d9e5ca-0b11-45d5-aa1f-99f703602a8b
1,906
3Habsburg years
11906-1910
Terra! Terra! Gridarono i marinai di Colombo appena scorto da lungi il punto nero: il cuore battè forte in petto a quei generosi, si aprì alla speranza; i loro volti s’irraggiarono d’un giocondo sorriso! Troppo avevano trepidato, sofferto nel viaggio verso l’ignoto. Ora s’affacciavano nuovi orizzonti, era raggiunto lo scopo. Vittoria!... Vittoria! Vittoria! Grida chi dopo che trafelato e ansante s’inerpicò di masso in masso per i gioghi ripidi e scoscesi, guadagna la superba vetta scintillante al sole. Vittoria!... Vittoria! Sogna il soldato sul campo di battaglia. Vittoria! Sogna l’esercito proletario nelle quotidiane lotte col capitale... Vittoria! Vittoria! Gridarono la scorsa settimana i segantini di Fiemme: da sette lunghe settimane la sognavano, da sette lunghe settimane lottavano per crearsi una posizione decorosa, umana! Furono settimane di trepidazione, d’incertezza: alla fine suonò la fatidica parola, alla fine scorsero il punto nero... Vittoria! Dopo infiniti sforzi, dopo una lunga e tenace attesa, dopo speranze spinte fino all’assurdo, spinte fino all’idea di prendere per fame i combattenti, fino all’esaurimento delle patate, il colosso padronale dovette arrendersi! Dovette arrendersi e portarsi a firmare il... contratto di resa in sede del nemico, in sede di quella società cui sette settimane prima si voleva negare il diritto all’esistenza, non si voleva riconoscere. I segantini non abusarono della loro potenza, furono magnanimi coi vinti, cedettero su qualche punto di minima importanza, ribassando di 10 centesimi le richieste per Nuova Italiana ed Egenthal. Ecco il frutto dell’organizzazione professionale. Questo il premio dello spirito di sacrificio, d’unione, di solidarietà. Ai costanti la vittoria! Non s’arrestino qui i segantini. Proseguano nel lavoro d’organizzazione come se fossero alla vigilia d’un’agitazione. Guai a loro se fatti temerari dalla meritata vittoria si culleranno in placido sonno. Guai a loro, se fidenti troppo nelle loro forze, trascurassero l’Unione professionale, la leva potente. Il nemico li disperderà: si avrà la rivincita. Tengano sempre le polveri asciutte. Imitino il soldato che anche dopo la vittoria tiene le armi pronte, si esercita alle stesse: che anche dopo la vittoria sta in vedetta; pronto ad ogni nuovo assalto. State certi: non è perchè non siano finite le patate che i principali, abbassate le visiere, sono passati nel vostro campo per firmare la capitolazione, bensì perchè videro che eravate uniti, concordi come un sol uomo. ... Dei pesciolini erano continuamente molestati nella loro lotta per la vita da un grosso pesce. Giornalmente la falange di questi esseri deboli era decimata. Un bel giorno si consultarono l’un l’altro sul da farsi: unitisi in compatta falange decisero di muovere collettivamente contro il prepotente signore delle acque... La dimostrazione fece sì ch’egli si ritirasse in disparte e si desse per vinto. Imbaldanziti i pesciolini di questa facile vittoria, vistisi indisturbati nel loro diritto alla vita, ben presto si sbandarono... Se n’accorse il prepotente che stava in vedetta, e subito risvegliaronsi gli antichi appetiti. I poveretti, giorno per giorno, caddero vittime delle bramose canne, del vinto d’una volta... volevano riunirsi, era troppo tardi. fs.
2f92c48a-a15c-4952-bd95-038146b55920
1,906
3Habsburg years
11906-1910
Domenica il Volksbund tenne il suo congresso generale a Sterzing . Come i lettori rileveranno dalla relazione che noi pubblichiamo in altra parte del giornale, il Volksbund è deciso continuare la sua campagna d’invasione e di provocazione, indossando la veste dell’agnello! Si è detto che fummo noi i provocatori, perché il nostro giornale ebbe l’ardire di chiamarsi Il Trentino e perché i sacerdoti fassani s’opposero in una lettera aperta alle mene Volksbund!!! Ma sarà inutile polemizzare contro simili menzogne, come sarà anche completamente inutile rilevare che pochi venduti potevano rappresentare a Sterzing le idee e gli interessi del territorio italiano, invaso dagli stranieri. Sono tutte cose dette e per convincere quei tirolesi che ancora hanno dei dubbi sulle buone intenzioni del Volksbund. E forse ci riusciranno, benché i frequenti appelli del professor Wackernell alla concordia e la scarsa adesione di circoli al congresso ci lasci sperare che la prepotenza non troverà in tutti approvazione ed appoggio. Comunque sia noi dobbiamo premunirci e difenderci. Il convegno dei deputati che si terrà stasera, benché votato secondo noi un po’ in fretta, servirà certo a documentare l’unanime giudizio del paese intero sull’opera del Volksbund per quanto riguarda il Trentino. I deputati sapranno certo dare il vero nome agli attentati di germanizzazione e di prepotenza teutonica, sapranno bollare a fuoco codesti mestatori che fanno mercato d’ideali e di sentimenti, sapranno anche raccontare e ricordare a chi non la sapesse la storia di codesto violento incrudire della lotta nazionale e metterne in chiaro le responsabilità. Noi consideriamo gli attentati dei tedeschi del Volksbund non come ferite locali, ma come ferite dirette al cuore del Trentino. I deputati avranno anche da occuparsi più direttamente delle conseguenze politiche dell’invasione straniera. Il Volksbund non è meno diretto contro la nostra italianità, quanto contro ogni sviluppo autonomo del nostro paese. Certi signori hanno aderito all’attività germanizzatrice del Volksbund, solo perché sperano, che, distrutta artificiosamente l’integrità nazionale del Trentino, verrebbe soffocata anche ogni speranza d’autonomia amministrativa. Questi medesimi signori poi all’occasione sanno fare il bel viso alle proposte degli italiani, e dichiararsi pronti ad un compromesso. Sarà buono dunque in questo riguardo che si tolga ogni equivoco e che i deputati affrontino in modo chiaro e preciso la situazione. Speriamo che il convegno dei deputati avvenga nell’ordine delle idee suesposte, che sono quelle della grande maggioranza della popolazione. Fuori del convegno però resta ancora molto da fare, molto da tentare ed è dovere dei singoli partiti e delle singole istituzioni di pensare ciascuna per parte sua e con quei mezzi di cui dispone alla difesa nazionale. Qualcuno ha espresso l’idea che sarebbe buono opporre al Volksbund una lega comune a tutti gli indirizzi, ma chi conosce il nostro popolo delle valli sa benissimo che una simile associazione che astraesse da ogni altro postulato, non troverebbe il terreno preparato e sa anche che appunto la popolazione dei luoghi minacciati è facile a credere a false accuse che certo risolleverebbe in tedescheria una società, in cui si trovassero uniti uomini di tendenze nazionalmente estreme e moderate. Nell’interesse stesso del territorio nazionale e dell’integrità del territorio linguistico, lasciando anche stare altre ragioni, crediamo quindi che nel momento presente debba valere il motto: marciare serrati, difendere e attaccare uniti. Ognuno per la sua via, ma tutti pronti a darsi la mano, là ov’è necessario uno sforzo unito, un lavoro concorde. Questo è anche accaduto fin qui, e gli esempi di Fassa e di Folgaria sono recenti. È doveroso tuttavia che ogni partito lavori, oltre che alla difesa nei luoghi in pericolo, all’educazione nazionale del popolo nostro. Questo è il nostro primo dovere, l’opera più grande che possiamo compiere. E qui deve entrare in azione la nostra Unione popolare Trento. Essa al punto II del programma pone l’«integrità nazionale del Trentino», «l’elevazione nazionale del popolo nostro» e «il graduale sviluppo ed aumento dei nostri beni nazionali». Essa è ideata come una società popolare, democratica che comprenda anzitutto le classi degli agricoltori e degli operai. Essa ha un programma integrale che presenta l’idea nazionale non vagamente o staccata, ma come corollario e parte di tutto un programma di rinnovamento morale ed economico. A quanti quindi dei nostri ci chiedono consiglio del come opporsi all’invasione rispondiamo col ricordare loro l’Unione nostra. Se i contadini saranno irreggimentati in questa vasta associazione, allora non vi sarà più alcun pericolo che vilmente facciano mercato della loro lingua. Ben a ragione le Innsbrucker Stimmen scrivevano tempo fa che il nemico più pericoloso delle tendenze germanizzatrici è il partito «clericale». Esso infatti si è guadagnato con le organizzazioni economiche la fiducia del popolo, il quale crederà ai suoi benefattori, anche quando gli parleranno delle tradizioni della lingua, del suo dovere nazionale. I propagandisti dell’Unione hanno già sperimentato la forza del programma dell’Unione per l’educazione nazionale, e manca solo che ai pochi seminatori se ne aggiungano molti e molti, perché il programma nostro accettato dal popolo diventi la migliore diga di difesa nazionale. S’aggiunga che la diffusione dell’Unione ci metterà in grado di concorrere anche economicamente all’opera nazionale. Quest’anno la Banca Cattolica ha fatto e in Folgaria e in Fassa il suo dovere, ma ben più potremmo raggiungere se tutti i nostri aiuteranno l’Unione politica trentina, la quale, come si propone di educare il popolo, così vuole difenderlo anche economicamente. In questa maniera senza equivoci e senza confusione marciamo per diverso sentiero alla medesima meta: il Trentino ai trentini, fuori gli stranieri, a ciascuno il suo!
01a9b10e-bede-48d4-9940-d48b177e1706
1,906
3Habsburg years
11906-1910
«... La chiesa vuole e procura in modo speciale che i proletari emergano dall’infelice loro stato e migliorino condizione» (Rerum Novarum). 15 maggio 1891! 15 anni sono passati da quel giorno nel quale il capo della cristianità ergendosi sopra gli uomini ed i partiti affannati nella ricerca gravosa della soluzione del più grande problema che preme da secoli sull’umanità, alzava commosso la mano a benedire e dava nell’immortale Enciclica Rerum Novarum, la sapiente parola, garanzia ai deboli, sprone agli incerti e ai fiacchi. Da quel giorno gli umili che già avevano ereditato dai padri loro l’attaccamento alla Chiesa, naturale palladio della loro difesa, ebbero la formula concreta e la traccia sicura delle loro rivendicazioni; da quel giorno gli oppressi di tutte le età e di tutte le condizioni hanno imparato a volersi bene più di prima, ad unirsi più cordialmente, ed organizzarsi più fortemente; la scintilla dell’idea democratica cristiana si è propagata ed ha invaso tutti gli ambienti; ha conquistato cuore e mente degli uomini onesti, si è affermata redentrice e ristoratrice potente nelle povere soffitte, nei dispersi casolari, nei comizi e nei consessi del popolo. Oggi, riandando la storia del nostro movimento democratico noi sentiamo l’intima compiacenza d’aver ascoltata la parola del sommo Duce, d’aver sparsa per le valli la sapiente parola, e ai deboli di tutte le condizioni e questi deboli oppressi accolsero come un marinaio in pericolo accoglie l’ancora salvatrice, accolsero fiduciosi nell’avvenire e si strinsero attorno alla bandiera della democrazia cristiana. Molto abbiamo fatto in questo frattempo ma molto ci resta da fare per il popolo nostro, che attende da noi, dalla democratica cristiana la parola della redenzione. Oh sì, in questo giorno, sacro per i lavoratori cristiani, proponiamoci di lavorare con più lena per chi soffre, per chi è oppresso, stringiamoci al nostro vessillo... Serriamo le file pugnamo fidenti Pel santo vessillo... Pugnamo; è il vessillo del popol redento; Pugnamo; è l’emblema di pace e d’amor; È speme all’oppresso, terrore al violento È il sacro palladio, concesso al lavor. Serva questo giorno santo come la tappa per osservare il lavoro compiuto, serva per il proponimento e promessa di continuazione sulla via che la salutare parola pontificia ha tracciato ed in cima alla quale sta radioso il benessere del proletariato ed il trionfo della giustizia! fs.
35d2318d-0e73-4a68-8752-ac0aa22568ab
1,906
3Habsburg years
11906-1910
Introduzione Necessità di far politica Chi parla di politica agli abitanti delle valli, trova subito nell’uditorio molta diffidenza. «Politica» vuol dire per i più: chiacchiere al vento, frasi senza costrutto, ciarlatanerie. Chi si rimase sempre lontano dalla pentola non ci capisce gran che di programmi, postulati, crisi, soluzioni, ma se ne fa un’idea come di un turbinio, nel quale possono venir alimentate molte ambizioni, ma da cui non verrà fuori nulla di positivo. I tempi e anche un po’ di politica fatta da certi messeri del nostro paese, spiegano lesistenza di un simile concetto. E tuttavia che cos’è la politica? È l’arte di governare, dirigere lo Stato, gli enti pubblici. La politica si fa nei Parlamenti e nelle Diete, quando si votano i dazi, le imposte, il contingente militare, le leggi scolastiche, ecc. Dalla politica quindi dipendono gli interessi più gravi, più sentiti dell’individuo e del corpo morale. Da questo non si scappa: o la politica la si fa, o la si subisce. Finora il contadino, l’uomo delle classi meno abbienti, l’ha subita. Ha dovuto pagare e piegarsi dinanzi a quelle leggi che hanno fatto gli altri per proprio interesse e, tolte poche eccezioni, contro l’interesse dei più. Si può cambiare questo sistema? Sì, ma appunto col far politica. Parlando, in generale, il popolo può far politica, usando dell’arma del voto. Perché in Austria la maggioranza cattolica e democratica ha sempre dovuto piegarsi dinanzi alle leggi fatte da pochi? Perché i deputati che sono in Parlamento in gran parte, non rappresentano gli interessi della democrazia? Come fanno questi deputati ad arrivare in Parlamento? Essi vi arrivano perché il sistema di eleggere i deputati è fatto in modo, che non il popolo indistintamente elegge gli «onorevoli», ma alcune classi vi hanno preferenze e privilegi; perché il popolo «basso», specialmente della campagna, fino adesso non ha capito l’importanza del voto ed ha trascurato il suo dovere elettorale. Discorriamo un po’ sul sistema elettorale. Sistema elettorale In Austria i deputati parlamentari vengono eletti a questo modo. Quando venne data la costituzione, gli abitanti dello Stato vennero divisi in diverse categorie: i buoni, i bravi, i meno buoni ecc. La bontà però commisurata sul possesso e sul denaro. Così sono sorte le «curie». La prima curia è quella dei signori, i quali in 5431 eleggono nientemeno che 85 deputati. La seconda è formata dai membri delle Camere di commercio, cioè dagli industriali, negozianti, ecc. Questi nelle ultime elezioni furono 556 ed elessero 21 deputati. La terza curia è degli abitanti delle città che pagano almeno 8 corone dimposta diretta. Questi in numero di 493.084 elessero nelle ultime elezioni 118 deputati. Alla quarta curia poi appartengono i contadini e i proprietari di campagna. Essi sono 1.585.466 e mandano alla camera 129 deputati. Infine la quinta curia, ove possono votare tutti indistintamente. In questa curia nel 1901 votarono 5.004.222 elettori, i quali però, tutti assieme non poterono eleggere che 72 deputati. Considerate un po’ queste cifre. Nel 1901 per eleggere un deputato nella quinta curia ci vollero 69.500 elettori; un deputato dei comuni rurali ci vollero 12.300 elettori; un deputato delle città ci vollero 4.200 elettori; un deputato delle Camere di commercio ci vollero 26 elettori; un deputato del grande possesso ci vollero 53 elettori. Cioè, quando si tratta di andare a votare per il Parlamento tutti i cittadini austriaci hanno diritto di dare il proprio voto, vale a dire in Austria esiste il suffragio universale. Ma non tutti valgono di fronte all’urna elettorale allo stesso modo. In Austria, cioè, abbiamo il suffragio universale sì, ma non eguale, come in Germania, in Francia, in Italia ecc. È giusto questo? No. Si oppone: è ragionevole che chi più paga, abbia maggiori diritti. Piano, piano! La diversità delle curie è basata sulle imposte dirette (casatico, fondiario ecc.), ma non si tiene alcun conto delle imposte indirette (consumo, sale, tabacchi, dazi), le quali, notate bene, rappresentano più che il doppio delle entrate dello stato. Il commisurare quindi il diritto di voto sulle imposte dirette, non è giusto. Ma qualcun altro dirà: Non è però giusto che il voto di un avvocato valga tanto che quello di un illetterato, un contadino. Anche quest’obiezione vale poco. Se votare volesse dire far le leggi, allora naturalmente l’avvocato le saprebbe fare meglio, ma per votare basta avere il buon senso di saper designare la persona migliore che ci saprebbe rappresentare: e fin qui ci arrivano tutti. Sarebbe, quindi, giusto che venisse introdotto il suffragio universale eguale. Ma c’è di più. Quando si è stabilito il sistema elettorale si è detto: i contadini sono ignoranti, hanno bisogno di procuratori, e così s’è fissato per legge che i comuni rurali non eleggessero direttamente il deputato, ma designassero prima degli elettori eletti, che poi alla loro volta eleggessero nelle sedi capitanali il deputato. Si introdusse cioè per i comuni rurali il suffragio indiretto. Ne venne di conseguenza: 1) che molte volte gli elettori eletti falsarono il voto dei loro elettori, eleggendo un deputato contrario al programma dei contadini; 2) che i contadini, non avendo influenza diretta sull’elezione del deputato, si astennero spesso dall’esercitare il diritto di voto. Abbasso quindi il voto indiretto! Noi vogliamo il suffragio universale, eguale, diretto! Ma non basta: c’è della gente che non capisce l’importanza del voto. Proprio gli abitanti dei paesi si sottraggono facilmente a quello che è il loro dovere. Nelle ultime elezioni nel Trentino abbiamo avuto dei paesi in cui andarono a votare solo il 10 per cento. Ebbene, se non si vuole che il suffragio universale diventi in pratica una commedia, è necessario che lo Stato obblighi tutti, che non hanno impedimenti seri ad andare a votare. È necessaria l’introduzione del voto obbligatorio. Perciò nel nostro programma diciamo: «Noi siamo fautori del suffragio universale eguale e diretto. Nella presente riforma del sistema elettorale parlamentare esigiamo che gli italiani nella distribuzione dei mandati non vengano posposti a nessun’altra nazione. Noi siamo fautori del voto obbligatorio». Il suffragio universale, eguale e diretto, è ormai accettato da diversi partiti ed anche il Governo cerca d’attuarlo. Qual è il nostro dovere in vista del suffragio universale? Conviene organizzarsi, perché si voti coscientemente e con efficacia. Conviene organizzarsi, per poter fare la politica con un programma. Qual è il programma del partito popolare trentino? Le questioni religiose Deputati ed elettori devono essere anzitutto in chiaro sulle questioni religiose. Perciò diciamo: «Noi vogliamo che lo Stato e la vita pubblica siano informati ai principii del cristianesimo nel quale il nostro popolo trova la sua storia, la sua forza, il suo avvenire! Difenderemo perciò la Fede dei nostri padri e la libertà della Chiesa». Qualcuno dirà: le questioni religiose col Parlamento non ci hanno che fare. Non è vero, ricordatevi della proposta d’introdurre nelle legislazioni il divorzio, della interconfessionalità delle scuole ecc. Dobbiamo quindi esigere che i candidati nel tempo delle elezioni si esprimano anche su questo riguardo. La questione nazionale L’Austria è composta di vari popoli: polacchi, ruteni, sloveni, croati, tedeschi, czechi, rumeni, italiani ecc. Tutte queste nazioni sono in base alla costituzione eguali di fronte allo Stato. In realtà però i tedeschi, benché siano la maggioranza, vogliono spadroneggiare. Così nel nostro Trentino tentano di invadere il nostro territorio, intedeschizzandoci; e vogliono amministrarci, come non fossimo capaci di fare da soli. Perciò noi diciamo: «Noi vogliamo l’integrità nazionale del Trentino. Attenderemo alla difesa dei confini linguistici e ci opporremo con tutte le forze a qualunque tentativo di diminuire il nostro possesso nazionale, da qualunque parte esso venga. Noi vogliamo l’elevazione nazionale del popolo nostro e cercheremo un graduale sviluppo ed aumento dei nostri beni nazionali. In questo lavoro noi ci ispiriamo ai principii della giustizia, consapevoli dei nostri diritti, e degli altrui». Nell’opera nazionale però conviene distinguere. C’è chi grida sempre: vogliamo l’università italiana, vogliamo l’autonomia, e lo fanno in modo tale, che, quando il Governo respinge le nostre domande, possano dire: «Vedete che Governo cattivo noi abbiamo!» Costoro fanno della politica nazionale negativa. Domandano, sperando che si risponda di no. (Insegni la questione universitaria). Noi invece cerchiamo sinceramente di elevarci gradatamente per quanto riguarda lo spirito, l’educazione nazionale, i beni nazionali. «Noi vogliamo fare una politica nazionale produttiva, noi vogliamo formare nel popolo trentino una coscienza nazionale positiva!». Noi vogliamo un popolo economicamente libero e forte. La cosa principale però è il progresso economico del popolo. Se siamo economicamente forti, le altre questioni vengono da sé. «Esigiamo perciò leggi e provvedimenti che tendano a fortificare le classi meno abbienti dei contadini, dei lavoratori, dei piccoli proprietari ed industriali. Noi vogliamo quindi miglioramenti delle attuali leggi tributarie, che valgano a promuovere lo sgravio graduale dei meno abbienti, procurando che vengano alleggerite le imposte fondiarie, casatico e sulle industrie, le addizionali relative, e le imposte indirette mediante la riforma dell’imposta rendita personale e con l’introduzione dell’addizionale sulla stessa, con l’addossare in gran parte allo Stato e alla Provincia molte spese che sono ora a carico dei comuni». Una delle riforme più necessarie è quella dell’assicurazione. Non è giusto che siano assicurati solo gli operai. Anche i contadini, tutto il popolo vuole l’assicurazione. Conviene che dopo una certa età (65 anni) lo Stato provveda che ogni uomo onesto e laborioso abbia da vivere. Questo si ottiene con l’introduzione dell’assicurazione generale. Questa è introdotta, p. e., benché in forma limitata, in Germania. Anche il cessato ministero Körber presentò al Parlamento un progetto che si avvicinava molto al nostro ideale. Ma il progetto restò lettera morta, perché i deputati s’occuparono di questioni linguistiche et similia. Conviene quindi chiedere ad alta voce «l’assicurazione da parte dello Stato contro le malattie, gli infortuni e l’introduzione delle pensioni per la vecchiaia». Un altro nostro postulato è quello che ogni partito democratico ha già fatto suo. Chiediamo cioè: «la fissazione di un massimo della durata del lavoro, a seconda delle professioni, in modo che sia assicurata la salute del lavoratore e che egli possa dedicare parte del suo tempo alla sua cultura morale ed intellettuale». Per il Trentino in particolare noi esigiamo: «il risanamento delle finanze comunali, procurando che al dispendio dei comuni concorrano in maggior misura Stato e Provincia in ispecie per strade, lavori idraulici, stipendio dei medici ecc. Lo sviluppo della viabilità trascurata, e della rete ferroviaria. La regolarizzazione dell’emigrazione e la tutela dell’emigrante». Il servizio militare Non facciamo discussioni inutili sulla pace perpetua, sulla nazione armata ecc. ecc. Chiediamo il raggiungibile, la riduzione cioè del servizio militare da 3 anni a 2. Ciò è possibilissimo. Per alcune categorie è già stato introdotto in Germania, in Francia, e in altri paesi. Anche in Austria è già pronto il progetto di legge relativo: ma il Governo, se non è costretto, non lo mette in discussione, e il Parlamento, com’è ora composto, non si scalmana affatto a chiedere la discussione. Urge quindi che tutti i partiti popolari pongano la riduzione del servizio militare nel loro programma. L’Unione politica vuole ancora: «la diminuzione degli esercizi con le armi e delle manovre. La concessione da fissarsi per legge dei permessi al tempo del raccolto. Più larghe esenzioni dal servizio militare, avuto riguardo alle condizioni di famiglia. Indennizzi di via ai riservisti poveri. Energiche misure contro il maltrattamento dei soldati e contro ogni specie di coercizione al duello. Cambiamento della legge sui raggi fortificatori. Cambiamento della legge sulla tassa militare». Questi sono alcuni postulati che rappresentano il raggiungibile dell’odierna politica. Organizziamoci, lottiamo per raggiungerne l’attuazione.
54f4bcf8-7473-409d-88bf-2ed12f980a65
1,906
3Habsburg years
11906-1910
Le popolazioni rurali sono ora economicamente organizzate: pochi colpi di martello ancora e la fabbrica è ridotta a compimento. Con la forza di queste i cattolici si accingono a creare, per quanto sta in loro, un avvenire industriale al Trentino, economicamente debole, industrialmente in regresso. Ma, ricordiamolo! L’opera riuscirà solo, se il primiero spirito cristiano diniziativa e di sacrificio aleggerà nell’interno della fabbrica, se tutte le istituzioni si considereranno non come frutto del lavoro di pochi ma come risultante di tutto il movimento cattolico-sociale. Nelle valli sono sorte anche le società agricole, i circoli di lettura, ecc. i quali hanno il compito di diffondere le idee cattolico-sociali e promuovere in genere la cultura popolare. In questo campo ognuno vede che c’è un po’ di ristagno. Esso dipende da molte cause, ma in tanto in quanto esso risale a mancata energia, ad abbandono deplorevole, conviene assolutamente vi si ponga rimedio. Il giovane clero segua l’esempio di chi lo precedette e si ricavino dall’armadio i libri di propaganda e di questione sociale sui quali un’improvvisa apatia ha lasciato posare la polvere della dimenticanza e dell’inerzia. Nelle città, nelle borgate ove esiste un proletariato industriale, i cattolici trentini possono vantare seri tentativi di organizzazione, iniziative d’opere, che gli avversari invidiano loro. Ma il socialismo e il radicalismo hanno distrutto molto di quello che è cresciuto, gittata la nostra semente. Sarebbe però grave errore il lasciare il campo in balìa degli avversari. Ritorniamo all’assalto, concentriamo gli sforzi! La questione operaia esiste, e fatti recenti servano a ricordare il dovere dei cattolici d’intervenire nelle lotte fra «capitale» e «lavoro», di organizzare ed istruire anche l’operaio dell’officina. Più difficile è il compito dei cattolici nel campo intellettuale e scientifico; ma perché dovremmo abbandonare l’agone, quando è parte integrale del nostro programma il ripristinare praticamente l’armonia tra scienza e fede? Cattolici vogliamo il contadino e l’operaio, ma il cattolicismo deve riguadagnare il suo influsso anche sulla borghesia colta, sugli accademici. Urge più che mai organizzare e educare politicamente il popolo trentino. Se la democrazia cristiana deve pervadere anche le aule legislative, se la questione sociale deve «secondo l’Enciclica» venir sciolta anche col concorso dello Stato, è necessario che nella politica riconquistiamo ai principii cristiani quell’influenza, che hanno avuto, a bene della società, altra volta. Il nostro popolo cattolico ed italiano ha diritto di fare la sua politica, senza ricorrere alla tutela d’altri. Diffondete, sostenete l’Unione politica popolare trentina! Ed infine va raccomandata caldamente la stampa. Una stampa cattolica, forte, superiore in tutto a quella degli avversari, ci è indispensabile come l’ossigeno che respiriamo. Ricordatevi dovunque e sempre della vostra stampa! Abbiate il coraggio di sostenerla e di difenderla; non aggiungetevi al numero piccioletto dei critici inerti e vani. Collaboratevi, diffondetela! I cattolici trentini stanno e cadono con la loro stampa. Siatene superbi, come è orgoglioso il contadino delle sue campane, le quali dall’alto della torre antica, lo accompagnano al lavoro e al riposo, lo rinfrancano stanco, lo risollevano oppresso, gli dicono ininterrottamente: «Lavora, lavora e spera!». Trento, 15 maggio D.r Alcide Degasperi
cbb6e24a-173f-46c7-a1cb-15df25353f49
1,906
3Habsburg years
11906-1910
«Non contano più gli scioperi generali, non valgono più le proteste pacifiche. Il monito dell’onda popolare non arriva al cervello d’una borghesia decadente, da tanti anni al potere col solo compito di rovinare il paese; è dunque la radice che incombe estirpare, e indubbiamente la piazza, la teppa socialista, troverà la forza di farlo, altrimenti la lista sanguinante del martirologio proletario invano avrà la sua fine. Dàlli al tronco per Dio, n’è tempo!» Così finisce un articolo del giornaletto settimanale socialista, dopo aver enumerato le vittime colpite dal piombo «dei monturati assassini» in dieci anni di lotta di classe in Italia. Dàlli al tronco. Ognuno capisce dove si vuole finire: nelle sommosse, nella rivoluzione aperta. È da tempo che nell’organetto socialista locale scorgiamo di questi appetiti da comunisti, scorgiamo un linguaggio da rivoluzionari, da sovvertitori dell’ordine, con quanto guadagno dell’educazione sociale dell’operaio ognuno può immaginare. Noi siamo ben lungi dal giustificare gli errori dell’esercito o degli agenti di pubblica sicurezza, quando siano constatati; come siamo lungi dall’approvare, in generale, l’agire della borghesia nei vari conflitti operai. Ma vogliamo però far rilevare che il piombo dei soldati fu fuso nelle officine socialiste. Signori! Voi accendeste in cuore agli operai un ideale inattuabile di felicità e di ricchezza, voi li educaste alla violenza, voi insegnaste loro a fare giustizia sommaria; voi cangiaste una causa di giuste rivendicazioni, una causa santa, in una odiosa lotta di classe; voi avete fatto covare in cuore all’operaio un odio feroce contro tutti e tutto: questo voi fate mediante le vostre conferenze sature di odio, i vostri giornali istiganti alle sommosse, i vostri opuscoli ripieni di odio di classe! Con tutto questo voi avete, esposti, spinti, legati gli operai innanzi ai fucili ed alle rivoltelle dei militi e degli agenti di pubblica sicurezza! Voi, che dopo aver, quali velenosi mosconi, aizzata la plebe, all’arrivo dei soldati scomparite, lasciandola sola a ricalcitrare, lasciandola in uno stato che non ode e non sente più comandi, che getta sassi e grida morte all’impazzata, che non ode nemeno i colpi di moschetto; voi siete i primi responsabili delle vittime, gli assassini!... Voi, a disastro terminato, uscite dalle vostre tane, e con lagrime di coccodrillo fate l’elogio funebre dei caduti! Voi, dopo averli spinti alla rovina, vi fate a difenderne la memoria sui vostri giornali! Andate là, Jaghi di peggiorata fattura: se il popolo avesse occhi per vedere giusto, intenderebbe che il piombo degli agenti fu fuso nella vostra officina. fs.
b1c8c4ba-7b2e-46a5-a3ed-dfe8eb23ac4d
1,906
3Habsburg years
11906-1910
Noi non siamo del numero di coloro che per sistema sparlano del militarismo: le esagerazioni, le assurdità in questo riguardo le lasciamo ad altri partiti, ad altri uomini e giornali. La nostra vuole essere una critica oggettiva anche quando si tratta di militarismo. Oggettiva, abbiamo detto, ma non per questo una critica all’acqua di rose, ma non per questo i nostri appunti devono essere deboli quando il fatto o i fatti che li originano sono di carattere grave. Abbiamo oggi vari di questi appunti da muovere all’autorità militare. Parlammo nell’ultimo numero di condanne inflitte per refrattarietà a dei giovani reduci dall’America. Così pure di questi giorni ne furono condannati parecchi per lo stesso titolo alle Caserme Madruzzo. I nostri deputati, in modo speciale mons. Delugan, fecero sentire più volte la loro voce là dove la si dovrebbe ascoltare, conro l’eccessivo rigore dell’autorità militare nel trattare e condannare come refrattari dei giovani reduci dall’America: rigore eccessivo, intendiamoci bene, perché questi giovani – eccezioni rare – si portano in quei paesi non per isfuggire a qualche riserva ma perché le condizioni di famiglia lo esigono. Sembra però che tutte queste lamentele si considerino come non fatte in alto loco. Così, giorni sono, un povero diavolo carico di famiglia per aver mancato a delle riserve, fu inviato in Castello ad attendere la sentenza alla guisa di un volgare malfattore. Fra i condannati degli scorsi giorni ve n’è uno che per aver mancato a due riserve ed un controllo, si buscò 21 giorni di carcere duro, la quale condanna comprende i suoi bravi e... buoni digiuni; un altro si ebbe un castigo simile e andate dicendo. È ben vero che furono loro computati i giorni di carcere preventivo, ma si deve pur riflettere che questo carcere duro non deve essere una delizia se si crede ben fatto privare gli arrestati di qualunque oggetto che potesse servire da... corda di Giuda o da altro mezzo di suicidio! Si sa poi per esempio di un tedesco che mancò a 7 riserve e fu mandato a casa senza nemeno un giorno di castigo. Perché? Forse la famiglia bisognosa? No, no, poiché non aveva che la moglie: gli stanno di fronte molti e molti poveri diavoli con figli e vecchi genitori che hanno scontato pene per refrattarietà. E allora? Allora, queste sono cosette che si dovrebbero togliere assolutamente! Tutti uguali! Giacché siamo in argomento. Nell’ultima riserva si riscontrò pure che a un tedesco che doveva andare in Boemia furono computati tre giorni per il viaggio di ritorno mentre a degli italiani, ch’erano venuti direttamente dai lavori in Boemia, al ritorno dagli stessi lavori fu computato solo un giorno. Torniamo alla refrattarietà. Sappiamo di un giovane che presentemente si trova nel Colorado al quale scade in quest’anno l’obbligo della visita militare. Dopo vari stenti, egli si trova presentemente in una posizione favorevole per ragranellare qualche dollaro, vera manna per la misera famiglia, ed ora ha da venire in Europa per la visita? No, no, rispondete voi, che vadi a farla presso qualche consolato austriaco: furono eretti all’uopo. Ebbene, sappiamo dirvi che per recarsi al prossimo consolato deve sborsare 50 dollari, una miseria di 250 corone valuta austriaca, come vedete. E allora? Allora, quando viene in Europa farà il carcere duro perché non ebbe a disposizione... 250 corone! Ancora una e poi basta. Spesse volte si sentono lamentanze per le fatiche eccessive cui si assoggettano i militari. Non sono tanto mesi che dopo una lunga marcia, durata dall’alba all’imbrunire, un povero diavolo che aveva sulle spalle ancora un residuo di castigo, dovette posare le stanche membra su di un duro tavolone per tutta la notte. E non si poteva rimettergli la continuazione del castigo a giorno più favorevole già... castigato abbastanza per la lunga marcia, diciamo così per non dire addirittura: che non si potrebbe abolire certi sistemi di castigo che puzzano di... tempi passati? Son tutte coserelle che con un po’ di attenzione, come direbbe Cantù , con un po’ di buon senso si potrebbero evitare a bene del buon andamento della... azienda militare stessa. fs.
849801a9-2499-45ed-a3c7-17dddccab144
1,906
3Habsburg years
11906-1910
[...] Il discorso Degasperi Non vi posso dare che un pallido sunto della brillante conferenza che durò, sottolineata spesso d’applausi, fino alle 4.30. Si presenta come figlio di popolani, e come un giovane che fino dagli anni degli studi si è occupato di questioni operaie ed è venuto a contatto coi lavoratori. Prevede il contraddittorio, ma rende attenta l’adunanza ch’egli sfida gli avversari a battaglia sul campo del nostro Trentino. È qui dove ci troviamo di fronte, qui il paese che contrastiamo. Entrando poi in argomento, l’oratore dimostra la necessità dell’organizzazione professionale in seguito all’esistenza in tutti gli stati del «contratto libero», che in realtà è libero solo per i padroni, porta l’esempio dei cartelli e dei sindacati dei padroni e accenna infine alle Trade Unions in Inghilterra che hanno dimostrato quanto valga l’organizzazione professionale, se non influenzata da tendenze politiche. Perché allora l’oratore vuole parlare di unioni cristiane? Per spiegare questo deve ricorrere alla storia delle organizzazioni professionali in Austria e in Germania. Le organizzazioni professionali Socialismo – Ebraismo – Massoneria Ricorda lo sviluppo delle Gewerkschaften libere in Germania. Esse vennero sul principio spacciate come neutre, ma ben presto vennero fatte organizzazioni del partito socialista con tutte le sue tendenze. I socialisti stessi non lo negano e qui l’oratore porta ad esempio detti di deputati socialisti e di periodici, organi delle Unioni professionali. Perciò nacque in Germania il movimento delle Unioni professionali cristiane. Cristiane si dicono e con ciò non si vuol dire altro ch’esse sieno neutre, cioè non socialiste. Il movimento delle organizzazioni professionali cristiane è salito dal 1894 al 1904 a 274.800 soci. Nel 1904 le entrate furono di 1.337.341 marchi; nello stesso anno si ebbero 291 agitazioni per le condizioni di lavoro, fra cui molti scioperi; tutti si ricorderanno di quel grande sciopero del carbone ove unioni cristiane e socialiste combatterono al fianco, e dove i vescovi non furono meno generosi dei capi socialisti. Il medesimo svolgimento ebbe l’organizzazione di mestiere anche in Austria. La prima società «neutra» sorta fu quella dei tipografi nel 1864. Nel ’68 a Vienna si formò l’«Arbeiterbildungsverein» con 5800 soci. Il movimento d’allora era così poco socialista che ad una festa fatta in favore delle organizzazioni operaie contribuirono con sovvenzioni anche l’Imperatore e i dignitari di Corte. Nel ’70 le 32 organizzazioni operaie vennero sciolte dal ministro liberale Giskra e va notato che fu un ministro cattolico, l’Hohenwart, che ne permise la riattivazione (applausi). Ma le organizzazioni professionali perdettero presto anche in Austria il loro carattere neutro, tanto che nessuno dubita ch’esse siano ora uno strumento socialista, che viene adoperato per scopi, dimostrazioni, scioperi politici. Il socialismo austriaco che in Austria s’è trovato di fronte al movimento economico dell’antisemitismo, divenendo nella sua direzione lo stato maggiore dell’ebraismo, ha pregiudicato anche le organizzazioni professionali. L’oratore legge una lunga serie di nomi di capi ebrei, occupati nella Gewerkschaften (ilarità). Noi non siamo – dichiara il d.r Degasperi – contro gli ebrei, perché d’altra religione e d’altra razza, ma dobbiamo opporci ch’essi coi loro denari mettano il giogo degli schiavi sui cristiani. Quando in Austria incominciò la riscossa contro il capitalismo monopolizzato dagli ebrei, fu dannoso alla causa degli operai vedere gli ebrei impadronirsi della rappresentanza dei loro interessi. (Applausi). Ma v’ha di più. I capi socialisti in Austria asserviscono le organizzazioni alla Massoneria e a moti antireligiosi. (Interruzioni). – Sicuro! e ve lo dimostro, grida l’oratore. La Massoneria stessa austriaca che coll’ebraismo è tutt’uno dichiara di essersene impadronita e d’essersi anche impadronita del partito socialista. Nel numero 29 di quest’anno del Zirkel, giornale massonico di Vienna, stra scritto che il fr... Virgilio Koltai ha detto in un discorso programmatico: «lo spirito del tempo richiede che noi prendiamo in mano la direzione del socialismo. In proposito sappiamo che alcune loggie trovarono i mezzi opportuni e la via giusta per arrivare a questa meta». Il fatto che negli ultimi anni i socialisti hanno appoggiato calorosamente qualunque moto antireligioso venuto dalla massoneria, come quello pro divorzio e quello per la scuola atea sono più che mai una conferma (applausi). Ma c’è di più. Anche il movimento Los von Rom, cioè un movimento perfettamente settario diretto contro la Chiesa cattolica, venne favorito dai socialisti. (Qualcuno interrompe). D.r Degasperi: Sfido chiunque a negare che i socialisti viennesi due anni fa e l’anno scorso non hanno preso direttamente parte al movimento del Los von Rom sotto la direzione dello Schumeier (applausi). Unioni professionali cristiane Da questi ed altri fatti che non vi posso riassumere, l’oratore spiega il formarsi di una nuova corrente, fra gli operai, quella delle Unioni professionali cristiane, che ora si prendono a fondare in tutta l’Austria. Lavoratori, emigrati del Trentino, potete voi fidarvi di noi, se vi eccitiamo ad entrare nelle nostre organizzazioni. Badate ai fatti. I cattolici trentini hannno fondato dal 1891 in poi 230 cooperative che raggiungono un giro d’affari di 43 milioni, hanno eretto delle Casse rurali che sono 148 con 30 milioni di depositi, hanno promosso il Sindacato che vende 4 milioni di merce, hanno organizzato in società economiche 44 mila contadini e lavoratori. Ed ora coi denari dei cooperatori fondano la Banca industriale che deve portare una nuova vita al paese (qualche socialista interrrompe). D.r Degasperi: Signori socialisti, dimandatelo ai vostri compagni dell’Umanitaria di Milano, che restarono addirittura meravigliati della nostra cooperazione e vennero apposta a visitare i nostri istituti (applausi). Del pari si dica delle organizzazioni per il bestiame, per i forni essicatoi. Voi direte, tutto questo è in massima per i contadini. È vero, ma anche per gli operai industriali abbiamo tentato il possibile. A Trento si fabbricarono le case operaie, si fondò una cassa d’assicurazione e abbiamo tentato anche le Unioni professionali. Di chi la colpa, se troviamo tanta diffidenza negli operai? Dei capi socialisti, che hanno dipinto i cattolici e il prete come gli strozzini, come i primi nemici degli operai. E ci hanno creduto a questi capi, e quando noi dicevamo, non fidatevene, siamo stati scherniti. Il tempo ha fatto giustizia Ma il tempo ha fatto giustizia. Che ne è del d.r Battisti, su cui giuravate un giorno e che anche qui a Merano avete applaudito. È stato espulso dal partito , e voi ora lo accusate d’essere divenuto uno di quella borghesia, contro cui ha predicato. Il d.r Colmano s’è ritirato dal partito, e si dice la pensi tutt’altro che da socialista. A Trento avete una serie di sette socialiste, la Camera di lavoro in lotta coi battistiani, entrambi colla dimissionaria direzione della Cassa ammalati. (Un socialista interrompe). Ehi! Signor interruttore, sa niente lei dell’affare della lega metallurgici? (Applausi). Oppure sa qualche cosa di certe persone calate dal Vorarlberg? (Applausi prolungati). Mi rincresce di dover fare delle personalità, ma conviene, se mi sfidate, che dite pane al pane o vino al vino. Questi furono, o socialisti, i vostri capi, eppure voi siete sempre pronti a credere a qualunque avventuriere, a qualunque profugo che vi capita addosso. Io non attacco nessuno ma vi dico: Occhio aperto, attenti ai fatti e non credete alle chiacchiere. (Applausi lunghissimi). Un socialista grida: Voi siete contro gli scioperi! D.r Degasperi: Sono lieto che mi diate l’argomento in mano. Noi siamo solo contro gli scioperi ingiusti. N’è prova lo sciopero dei segantini di Fiemme che ho sostenuto io. Sono qui molti di Fiemme, e lo sapranno. Io non ho domandato ai segantini se sono cattolici, o no, io ho chiesto solo che la loro organizzazione sia di uomini onesti ed escluda qualunque politica socialista. A proposito, mi sapete dire perché l’Avvenire del Lavoratore non ha portato nemmeno una riga di questo sciopero? – Perché hanno paura che gli operai aprano gli occhi (applausi fragorosi). Concludo: attenti ai fatti e non credete alla chiacchiere. Formate organizzazioni cristiane, indipendenti dal socialismo! (Applausi quasi generali). Replica Degasperi Ho già ribattuto in parte le asserzioni degli avversari. Flor e Todeschini sono in contraddizione . Ambedue hanno evitato di rispondere ai fatti e si sono rifugiati nelle chiacchiere (applausi della maggioranza). È quindi inutile che mi ripeta. I signori sono fuggiti dal vero campo di discussione, ch’è il Trentino. Una cosa sola mi preme di rettificare ancora. Il Todeschini ha detto che fu la Chiesa cattolica a rendere gli ebrei tali quali sono, perseguitandoli. Ebbene, ecco delle prove in contrario (prendendo una nota in mano). Todeschini: Ma Lei adopera sempre della carta, se casca la carta, casca la scienza. Degasperi: Ma quando parla Lei casca l’asino. Io porto dati precisi e quindi adopero documenti, Lei per le sue chiacchiere non adopera che la lingua. (Applausi). Intanto i socialisti sono divenuti oramai nervosi e vogliono soffocare la voce dell’oratore, visto che i loro capi erano insaccati. Il Presidente ottiene a stento la calma. L’oratore continua: Il papa Gregorio VII difese gli ebrei dagli attacchi della plebe. Todeschini: Ma questo è un Papa, parlo della Chiesa. Degasperi: Porti fatti e non asserzioni generali. I vescovi spagnuoli si opposero con grande energia ai popolani che volevano massacrare gli ebrei. S. Bernardino nel secolo XII li difese dall’ira dei crociati. Così si deve dire di Innocenzo II, di Alessandro III, di Gregorio IX per gli ebrei dell’Inghilterra. E poi, signor Todeschini, non sa quello che ne pensa il Papa presente dei massacri in Russia? Ma vedo che ne sapete abbastanza (i socialisti rumoreggiano). Concludo: attenti ai fatti e bando ai ciarlatani! (Applausi della maggioranza). I socialisti intonano l’inno dei lavoratori, i nostri gridano a squarciagola: Viva la democrazia cristiana! Così il Presidente chiuse il comizio, che fece ottima impressione. I nostri sono incoraggiati, moltissimi neutri sanno ora cosa pensare delle chiacchiere socialiste. Si abbia il valoroso d.r Degasperi le nostre più sentite grazie.
049464f6-7165-43a0-912c-2d58f34683c8
1,906
3Habsburg years
11906-1910
«Buoni parroci del Trentino, continuate, continuate nel vostro lavoro di cooperazione! Organizzate pure tutti i contadini in numerose famiglie cooperative e casse rurali; fate che questi esseri fin qui lasciati senza aiuto, migliorino la loro triste condizione, fate che stieno bene economicamente! Continui pure il d.r Degasperi a girare per il Trentino a predicare la necessità dell’organizzazione professionale, la necessità di un miglioramento economico dei lavoratori; organizzi pure questi operai contro i loro padroni: noi socialisti diamo il nostro plauso sincero! Non ci spaventa neppure la presenza nelle vostre Società di un assistente ecclesiastico; no, no, proseguite pure nel vostro lavoro a bene del misero... ma, vi avvisiamo, verrà poi un giorno che farete i conti anche con noi!» (Applausi). Questo parola più parola meno disse il compagno ex deputato italiano Mario Todeschini alla conferenza tenuta sabato scorso alla Birraria al Fersina. Su per giù, queste cose le disse anche il compagno d.r Piscel nel numero unico pubblicato dai socialisti nostrani in occasione del I maggio di quest’anno. Si sostiene cioè la tesi, che noi con la nostra propaganda democratica in mezzo al popolo spianiamo ai socialisti la strada per la propaganda delle loro idee; di più, che verrà un giorno – in 10 anni, disse Todeschini – nel quale essi non avranno che da prendere in mano le redini del governo delle masse da noi irregimentate sotto le bandiere della democrazia. Discutiamo un po’: sussiste realmente tale pericolo? – Sì e no! Sussiste, se noi ci stancheremo nel nostro lavoro, se noi un bel giorno, credendo di aver fatto abbastanza – ci riposeremo e sventolando la bandiera nostra deporremo le armi per pavoneggiarci sul lavoro fatto. Se fosse così, è certo che i socialisti raccoglierebbero le armi nostre lasciando noi a... sventolare la bandiera. Non sussiste il pericolo, se noi continueremo indefessamente il nostro lavoro di difesa del misero, del meno abbiente, se noi, senza tante paure, continueremo a propugnare anche quei punti del nostro programma di cristiani e di democratici, che per essere stati abusati dal partito socialista, sanno presso alcuni odor di rivolta! In breve: se non trascureremo nessun mezzo offertoci dai tempi nuovi nel lavoro democratico. Non democrazia bigia, ma democrazia genuina, reale! Vogliamo agire così? Bene, altrimenti?... Altrimenti faremo come quel minchione di contadino che, dopo aver sgobbato dì e notte per coltivare il suo campicello al tempo della raccolta si perde in quisquilie e in cerca di lodi nel mentre il suo nemico si fa dentro le maniche asportandogli i migliori frutti del suo sudore! All’erta! All’erta! Che risuoni sempre e poi sempre fra noi – seguito dai fatti – il grido di cattolici e democratici e il nemico nostro e del popolo oda questo grido e ne tremi! fs.
d84fda38-a646-4fb5-969d-fcfe87c8e8a5
1,906
3Habsburg years
11906-1910
Fra i rimproveri che l’Alto Adige era solito lanciare contro di noi, il più frequente era la mancanza d’amore al nostro paese, alla nostra lingua, alla nostra nazione. Il rimprovero era privo di fondamento e significava soltanto che altri hanno un modo tutto proprio di concepire la nazione e la patria. La cosa non è poi tanto strana. Per esempio, nel 48 il deputato dipintoci dal Giusti cantava: La patria è un poveretto. Da sfruttare, e nient’altro. Ma intanto che gli avversari cianciavano e calunniavano, i cattolici attendevano al lavoro, organizzandosi in un forte partito sociale che affrancava il popolo trentino dalla miseria, dallo strozzinaggio e dalla servitù economica, ridandogli in pari tempo la libertà di coscienza e la libertà di politica. Però non basta avere gettata tal base, per sviluppare nel campo politico tutta quella attività che i tempi richiedevano; era necessario anche qui formare una società apposita, fortemente appoggiata dalla stampa. A tale scopo fu costituita l’Unione politica popolare trentina e La Voce Cattolica, ormai diffusa a preferenza di ogni altro giornale, credette giunto il momento di darsi con speciale impegno all’azione politica e prendere in mano la difesa di tutti gli interessi del nostro paese, di cui assunse il nome, intitolandosi Il Trentino. Apriti, cielo! La curia liberale dominante ne andò in furia, e l’Alto Adige si ostinò a non voler dare al nostro giornale il suo nome, ma nel foglio e nei manifesti continuò ostentatamente a disegnarlo con molto garbo (La Voce Cattolica). Che ne dite, lettori? Che talento! Che correttezza! E che direbbero i signori dell’Alto Adige, se noi, rendendo pane per focaccia, nominassimo il loro foglio col titolo che da tante parti gli viene appioppato, di Alto As... ? Ma non basta. In Tirolo si alza un gran putiferio per il nuovo nome di Trentino, e periodici di ogni colore ci azzannano e ci calunniano come irredentisti e poco meno che framassoni, né risparmiano le personalità. Pensate voi che l’Alto Adige, vedendo il motivo per cui siamo attaccati, serbi almeno il silenzio? No; egli si gode a riportare quella robaccia, ed offrirla in pascolo ai suoi amici, tanto per dimostrare quanto sia sincero il suo desiderio che tutti i partiti del nostro paese veglino all’integrità e alla difesa dello stesso, facendone uno dei principali punti del loro programma. Intanto il Trentino lancia l’idea del francobollo nazionale , che per conto dei liberali dormiva il sonno dei giusti e aspettava lo squillo dell’ultima tromba. Ecco per l’Alto Adige un’altra occasione di mostrare i suoi veri sentimenti. Forse egli si rallegra coi cattolici per il servizio reso alla causa nazionale? Dio lo guardi! Prima tace, poi sprona i liberali a contrapporre un’altra marca; proclama il boicottaggio del francobollo dei «clericali»; inventa un nuovo codice, alla cui stregua un giornale qualsiasi assurge alla dignità di ente giuridico, incarnato nella persona del direttore e nella sua testa di legno, al quale e alla quale si pretendono personalmente attribuiti gli epiteti onorifici che il foglio si va guadagnando; insinua che furono «i clericali» a turbare un’impresa liberale e non viceversa; si atteggia a vittima, mentre è un pezzo che punge, provoca e mette l’altrui pazienza alle prove più dure. Oh, come spasimano questi signori di veder tutti lavorare in nobile gara per il bene comune! Che ci vuole di più, per convincersi ch’essi non tollerano degli emuli in una giusta lotta, ma vogliono gregari asserviti al loro dominio, ciechi esecutori della loro volontà? Del resto, questa malattia non è nuova. Usi a pretendere il monopolio del patriottismo e della nazionalità, usi ad imporsi e spadroneggiare dappertutto, i nostri avversari tendono a soffocare il partito popolare trentino, che, dopo essersi costituito indipendentemente con tante lotte e dopo aver curato con tanto successo le questioni economiche, prende in mano con giusti e pratici criteri le questioni politiche e nazionali. Buon segno, se ci temono tanto! E stiano pur certi che come i metodi delle calunnie, dei boicottaggi, delle querele non valsero a strozzare, secondo i loro pii desideri, il nostro movimento sociale e il foglio che lo sosteneva, così non potranno arrestare nemmeno il nostro movimento politico e quel medesimo foglio, che oggi combatte le nuove battaglie, cui prepararono il terreno le vittorie già ottenute! Lo so che cosa risponde a queste cose l’Alto Adige. Dice che, fin qui, noi nella questione nazionale non demmo altro che chiacchiere; lui e i suoi amici diedero i fatti e cioè i quattrini. L’accusa, così nuda e cruda, non è vera. Io chiedo per altro: e perché, se volete da noi quattrini, proclamate il boicottaggio della vostra parte contro il francobollo nazionale? Perché gli movete tanta guerra? E poi: è forse vero che i fatti si riducono ai soliti quattrini? Ah, signori, non sono fatti la lotta che combatté il clero di Fassa giorno per giorno per salvare quella valle dall’invasione germanica? Che cosa avreste fatto voi coi vostri quattrini e le vostre gite in estate, senza il lavoro continuo di vigili scorte che durarono tutto l’anno in quei monti, in mezzo alle difficoltà, alle contraddizioni, agli agguati, fatte bersaglio di terribili ire? E in Folgaria siete voi signori dai quattrini, che custodite gli spalti, con pericolo, alle volte, della stessa persona? E poi venite a dire che «i fatti» sono vostri? Gran cosa dev’essere per voi, appartenenti alla borghesia danarosa, gran cosa dev’essere per voi mettere la mano in tasca e levarne alcune corone, mentre altri sacrifica senza tanto chiasso i denari, il tempo, la pace, e si logora la vita per la difesa della lingua e del paese! E non diciamo nulla che, se la borghesia avesse meglio pensato e lavorato per sviluppare la vita commerciale e industriale del Trentino; se i contadini e gli operai, anziché venire in molti luoghi strozzati o costretti ad emigrare, avessero ricevuto lavoro e pane, non dovremmo oggidì difenderci dalle scorrerie straniere, e vedere popolani adescati e traditi dall’oro tedesco. E chi ha impresso l’opera di togliere il popolo da questo grave e universale pericolo, causato dall’inerzia della nostra borghesia liberale e dall’avidità di una parte di essa? Non furono i cattolici? E senza l’opera loro non sarebbe cento volte più difficile, non sarebbe forse perduta la nostra posizione? E quest’opera non costò denari e fatiche? Ma ecco che si fanno avanti coloro che non tante istituzioni, come noi, ma una sola ne sostengono, e, a quanto pare, un po’ magramente anche quella; si fanno avanti a rimproverarci di «stitichezza» per la causa nazionale. Meglio farebbero a lavarsi il rossore dalla faccia, mirando a che punto hanno ridotto il paese coi loro indirizzi politici ed economici, e provando quanti si debbano arrabattare, per raccogliere qualche migliaio di corone in un campo dove non solo si ha il necessario, ma abbonda il superfluo. I cattolici, signori, danno di più; voi date il meno e non adempite che un semplicissimo e non troppo difficile dovere, levando dal grasso borsellino quelle offerte, che andate così sovente rinfacciando agli altri. Dunque, coraggio! Siate più generosi e meno millantatori. Il clero dà quel che può, ma è povero; in compenso sacrifica tutto sé stesso in quei luoghi difficili, dove le vostre brigate vanno una volta all’anno per sollazzo, accolte dalle bandiere, dagli spari dei mortaretti, dai campanellini delle mucche e, Dio benedica la vostra ingenua persuasione! dal suono delle campane, che, simili alla maggior parte di voi, non vanno mai in chiesa. Il popolo è povero anch’esso, e nonché spremerne quattrini, – se un tempo ne aveva, i vostri antecessori gli hanno pulite per bene le tasche – è appunto colui che ne abbisogna. Coraggio, dunque, fate il vostro dovere e noi faremo il nostro, come lo facemmo fin qui, e, nonostante le finanze poco pingui e tutto il peso di opere pie e sociali che ci aggravano, vedremo di racimolare dei quattrinelli, per acquistare da vostra parte la stima d’uomini e non sentirci dire troppo spesso che siamo poveri pitocchi, mantenuti con l’elemosina del ricco epulone. A questo scopo speriamo assai nel francobollo nazionale che, specialmente con la reclame fattagli dall’Alto Adige deve andar proprio bene e ottenere un largo successo presso tutti i trentini. Ma soprattutto, per amore della nostra terra e della nostra lingua, persisteremo con tutta l’energia nell’organizzarci politicamente, e uno dei nostri compiti maggiori sarà di guardarci bene dai vostri metodi che ci hanno regalata tanta miseria nazionale. Spetta a noi creare la coscienza del popolo, e, state certi, condurremo in porto anche quest’opera, togliendo una volta per sempre il triste spettacolo di gente che, come fa adesso, vende le sue convinzioni nazionali al miglior offerente.
6c707f3f-bca4-4e7a-b017-e9da79ace322
1,906
3Habsburg years
11906-1910
Mesi or sono l’ostruzione contro la riforma elettorale sarebbe parso un attentato alla democrazia. Il pensiero solo era proibito. Sbarrare il passo al Progresso sarebbe stato per un partito un suicidio politico. Così almeno dissero tutti, quando trionfava la rettorica dei comizi e delle gazzette, quando cadeano infranti i vetri sotto i colpi della giovane ciurmaglia che, si diceva, rappresentava l’avanguardia del gran «popolo», pronto alla giornata campale. Allora uomini e giornali della borghesia parvero alleati dei socialisti nel gridare: abbasso i clericali, i nemici del suffragio universale. Ma poi l’avete visto eh, il gran giro sui tacchi? La grande fiumana ingrossava: i liberali rimasero un po’ a vedere, indecisi, ma infine quella positura così di traverso per l’urto della corrente, diveniva sempre più impossibile, pericolosa. La Neue Freie Presse propagò la parola d’ordine: meglio lanciarsi nella corrente e lavorarvi perché l’acqua si incanali verso il proprio mulino che essere trascinati dentro per un fiotto improvviso o per terreno mancato. E così i galantuomini osarono il gran salto, si tuffarono, lavorando sotto di braccia e di piedi. L’acqua abbandonò il corso dritto verso la giustizia e si raccolse in un canale che mette, l’uno dopo l’altro, sulle pale di due mulini. D’uno è mugnaio mastro Liberalismo, nell’altro governa una megera che ha ricevuto al battesimo della storia il nome di «Egemonia Tedesca». Nuotare, nuotare ed incanalare... Gli entusiasmi per il suffragio universale sono sfumati. E chi vorrà credere più a codesta gente? Nella Commissione elettorale si traffica giorno e notte coll’aiuto dei sensali del Gabinetto. Che meraviglia se chi è rimasto a mani vuote perde la pazienza e non si lascia più imporre da un ideale astratto di giustizia, col quale la realtà è in aperta contraddizione? L’on. Bartoli ha tenuto un discorso ostruzionista ed è stato applaudito dai pantedeschi Malik e Stein. L’alleanza è strana e avvilente, ma di chi la colpa se non di quei tedeschi apparentemente amici della riforma e in realtà avversari della giustizia? Se fossimo superstiziosi, quasi quasi saremmo per credere che i liberali adriatici espiino i peccati dei loro amici trentini. Gridano all’ingiustizia, perché gli sloveni hanno mandati di una metà più piccoli di quelli degli italiani ed hanno ragione. Sicuro, proprio come ha ragione la maggioranza del Trentino a protestare contro una distrettuazione in cui i collegi di Trento e di Rovereto sono di metà più piccoli di tutti gli altri. Ma via, non siamo superstiziosi, e poi forse il paragone non torna più, dacché l’Alto Adige ha dichiarato che il Trentino sacrificherebbe volentieri un mandato per i fratelli adriatici. Con ciò per certo l’organo democratico sottintendeva anche di aggiungere che ci si desse pure anche una distrettuazione più da cristiani! Dunque la questione non c’entra, e poi, figurarsi, l’Alto Adige sarebbe in diritto di richiamarci all’ordine in nome dell’unità, della patria contro gli avversari comuni. I quali aumento di giorno in giorno le pretese. L’on. Erler non si accontenta più di avvinghiare Fassa in un mandato ladino sotto il protettorato della Gran Germania, malgrado le pretese dei comuni rispettivi, ma pretende addirittura per un collegio tedesco Folgaria, S. Sebastiano... Lavarone. Perché no, la Suganertal ? Scommettiamo che questa proposta è nata dal Volksbund. E pensare che tanti devoti cattolici sono ancora così convinti dei retti intendimenti di questa società! Ehi, on. Tollinger, non sono codeste ladrerie bell’e buone, specie di incameramenti ecclesiastici? Veda un po’, forse Mons. Delugan non le ha dette poi così ereticali come crede. Con tutta la suddetta carne al fuoco, potete imaginarvi che giornata di traffico sarà la discussione sul Tirolo. Ha fatto bene l’on. Bartoli a mettere le mani avanti. L’intermezzo è salutare. La Neue Freie Presse si lagna che il club italiano abbia abbandonato le sue tradizioni riguardose. Le sue tradizioni! Il club ha sempre oscillato fra Marchet e Kramarz , e l’ostruzione anch’essa non è che un’oscillazione di più. Il Piccolo infatti annunzia che dopo l’intermezzo si vide subito l’on. Rizzi trattare con Kramarz, Bartoli invece coi signori della sinistra tedesca. Toccherà poi all’on. Malfatti come sempre di prendere in mano le divergenti fila. Auguriamo vittoria piena e, s’intende, anche se dovesse costare qualche curia democratica o qualche baronia elettorale. La patria anzitutto!
842ca2c4-bbfc-4995-a526-e6bfa97b0b3e
1,906
3Habsburg years
11906-1910
Il bibliotecario di Trento, professor D.L. Oberziner, ha rassegnato le sue dimissioni dal posto di civico archivista. Sapete il perché? – Cose del grifo. Ecco finalmente il mistero, al quale finora non abbiamo che accennato di lontano e che ora possiamo narrare da vicino, sulla scorta di un articolo dell’Unione la quale ci pare bene informata. Ricorderete anzitutto le polemiche di estetica circa il famoso grifo di via Oss-Mazzurana . Al pubblico non piacque, specialmente messo a quel posto, e i giornali censurarono aspramente il Municipio, perché aveva dato al sig. Fuchs il permesso di applicarlo alla sua trattoria. L’Alto Adige per salvare la Giunta Municipale buttò tutta la colpa sulla Commissione d’ornato, organo puramente consultivo del Comune. La commissione d’ornato protestò contro l’accusa, sostenendo ch’essa non aveva facoltà di dare o negare concessioni che del resto per altre ragioni esposte non la si poteva tacciare nemmeno di aver errato, dando il suo parere. «In questa sua protesta la Commissione non dissimulava la sua sorpresa che il Municipio, a mezzo della propria stampa, cercasse di trincerare la propria responsabilità dietro quella di un organo puramente consultivo, che nella presa di liberazione non aveva avuto alcuna ingerenza». Fin qui nulla di strano, diranno i lettori, ed hanno ragione; di simili questioni se ne sono viste anche nel Medioevo e nel Medioevo finivan lì... Ma nei tempi nuovi, sotto gli uomini nuovi l’affare ebbe il seguente epilogo. Uno dei membri della commissione d’ornato che avevano firmata la protesta, era il prof. Oberziner il quale contemporaneamente come archivista civico era impiegato del Comune. Tanto bastò perché s’incamminasse contro di lui in un processo disciplinare! Il processo dev’essere stato difficile, perché durò parecchio tempo, fino che recentemente al «prof. Oberziner fu intimato un decreto municipale, col quale, in ordine alla disposizione del § 185 del regolamento interno, il sig. Vicepodestà gli infliggeva, in via di punizione, una redarguizione, vale a dire una lavata di capo in piena regola, redatta anche in termini non troppo lusinghieri per la dignità personale e professionale del redarguito, al quale si accordava contemporaneamente il termine di tre giorni per produrre ricorso alla Giunta che avrebbe deciso inappellabilmente in ultima istanza». Per tutta risposta il prof. Oberziner, prima ancora che il decreto intimato gli fosse passato in cosa giuridica, diede le proprie dimissioni dal posto di archivista civico. Che ti fa la Giunta Municipale? Non sapendo come cavarsela finge di interpretare la protesta del prof. Oberziner come un atto di sottomissione, anzi come un ricorso, giudica chi oramai, dimettendosi, si era sottratto al suo tribunale, e naturalmente conferma la redarguizione del signor Vicepodestà. «Il prof. Oberziner protestò contro questo inesplicabile modo di agire e rispose al Municipio che avendo egli già rassegnate a tempo debito le proprie dimissioni d’archivista civico, ed essendo in conseguenza di ciò cessato ogni e qualunque di lui rapporto di dipendenza con il Comune civico, le disposizioni del regolamento interno non lo riguardavano più, per cui né la Giunta né il Municipio potevano esercitare su di lui alcun atto di autorità e non avevano quindi né competenza né facoltà di proferire contro di lui qualsiasi decisione in linea punitiva o disciplinare, decisione ch’egli considerava perciò come nulla e di nessun effetto. Nello stesso tempo invitava il Municipio a voler provvedere con tutta sollecitudine a rimpiazzare il rimasto vacante posto di archivista.» Questo il fatto che prossimamente dovrà pure venire discusso in Consiglio. Ed ora due parole di commento. La famosa questione del grifo era già nota da tempo, e nei caffè se ne raccontavano di belline! Anche noi parecchie volte vi abbiamo accennato, tanto per dare il comodo all’organo del Municipio di esporre le proprie ragioni. Ma l’Alto Adige tacque. Credemmo dover interpretare questo silenzio come tacita ritirata ed eravamo convinti che il processo disciplinare non avrebbe avuto seguito. Così la faccenda sarebbe terminata lì, tanto più che, per quanto ci è noto, il prof. Oberziner, provveduto alla sua dignità colle dimissioni non ne avrebbe poi menato scalpore in pubblico. Invece s’è voluto andare fino al fondo, fino alla redarguizione e alla conferma della condanna. Di fronte a questo inesplicabile modo di agire è bene che il pubblico consideri che il prof. Oberziner venne redarguito dall’autorità municipale come suo impiegato, per una critica, ch’egli pubblicò sui giornali, non come tale, ma come membro della «Commissione d’ornato» in una funzione estranea quindi agli obblighi e ai regolamenti degli impiegati. Il principio seguito dal Municipio è nella vita pubblica assolutamente immorale: poichè la sua applicazione conseguente vorrebbe dire che gli impiegati del Municipio non possono muoversi ed agitarsi come liberi cittadini, non possono essere pubblicamente ed efficacemente di diverso parere sia in politica o in arte o in qualunque esplicazione della vita pubblica, senza dare di cozzo coi regolamenti municipali, senza eccitare le ire dei signori superiori Il caso di cui ci occupiamo, è ancora più inesplicabile, perché diretto contro un uomo dell’arte e della scienza, che scrisse non per spirito di parte, ma per difendere il suo orgoglio di erudito e di critico ch’egli giustamente reputava offeso. O si credeva forse d’aver aggiogato al proprio partito tutti gli impiegati col miserabile aumento recentemente votato? Così, «il caso del grifo» diventa un caso tipico, l’esponente di un sistema. Speriamo che l’Alto Adige non ci risponderà che codeste sono freddure, come respinse sempre i nostri accenni alla grave questione. No, no signori democratici, voi avete dato l’assalto al Municipio in nome della libertà, della democrazia, della discussione. Ed ora che vi siete insediati v’infischiate di tutt’e tre. Il vostro organo tace, quando altri giornali espongono critiche, dati, cifre, e v’invitano a contradire. Voi tacete, ma tutti ne parlano, non solo in città, ma anche fuori, donde si guarda come a bonzi misteriosi perché, sorti l’altrieri, come avvocati di difesa della libertà ora rappresentano così bene la parte del procuratore di stato contro di essa. Democratici? Ma no, chiamiamoli «i signori Superiori». E quando qualche ingenuo di giornale troverà da muovere qualche appunto, la gente si stringerà le spalle e dirà: «i signori superiori sanno bene quelch’essi fanno; che pretese, vorreste mo’ che si mettano a discutere con voi?» Non altrimenti si faceva ad Abdera , quando ci capitò per quel caso quell’ingenuo di Sofocle. E tiriamo via, la costellazione del grifo eserciterà ancora i suoi misteriosi influssi e Dio sa quando ne usciremo... Probabilmente quando piacerà ai «signori Superiori». L’Alto Adige continuerà a difendere la libertà contro Trepow, che è una bestiaccia lontana, lontana, pretenderà l’eguaglianza del suffragio per il Belgio, dove non si preveda alcun pericolo per la «Lega Democratica», tuonerà contro la malvagia pianta della burocrazia viennese, compresa quella municipale, e il popolo sarà contento, soddisfatto, applaudirà tanto entusiasmo per gli ideali del progresso e del mondo nuovo. E benché circa tutte codeste belle cose non gli venga detto come si stia di casa, il popolo si rimarrà tuttavia calmo e contento... Egli sa infatti che a tutto il resto ci pensano «i signori Superiori».
7416e2b9-8efd-454a-a637-f99baa8d7f44
1,906
3Habsburg years
11906-1910
Quest’oggi la commissione elettorale discuterà la distrettuazione del Tirolo e del Trentino. Ricordiamo: il progetto Gautsch concedeva al Tirolo 13 mandati, al Trentino 8. Hohenlohe, pressato dai delegati dell’Unione italiana ad aumentare i mandati degli italiani da 16, come risultavano dal progetto Gautsch, almeno a 18 e non volendo o non potendo d’altro canto assegnare i due mandati in più, come l’Unione italiana voleva, all’Istria ed a Gorizia-Gradisca, ricorse all’espediente di aumentare di uno tanto i mandati di Trieste che del Trentino. Trieste ebbe 5 mandati italiani, nel Trentino si architettò una nuova, artificiosa distrettuazione, creando due collegi così detti «urbani», mentre gli altri 7 venivano divisi fra il resto del paese. Corrispondentemente però si aumentarono di uno anche i mandati del Tirolo a 14, cosicchè nella nostra provincia venne mantenuta la proporzione primiera. Caduto l’Hohenlohe, l’Unione italiana presentò i propri postulati al ministero Beck ; si chiedevano, se non erriamo, 19 mandati, ossia che si desse un mandato di più all’Istria e a Gorizia: Trieste cederebbe volentieri il suo, regalatogli dall’Hohenlohe. Ma le trattative non approdarono ad alcun risultato e si venne all’ostruzione Bartoli, che fu madre del presente compromesso. Il compromesso E qui incominciano le dolenti note. Come suona il compromesso conchiuso dai delegati dell’Unione italiana cogli slavi e col governo? Tutti i giornali tedeschi e tutti i giornali del Litorale hanno stampato che il numero complessivo dei deputati italiani verrebbe stabilito a 18, che verrebbero cioè dati un mandato nuovo per ciascuna all’Istria ed a Gorizia- Gradisca e tolti invece un mandato per ciascuno a Trieste e al Trentino. Già il Piccolo di venerdì N. 8946 stampava sotto il titolo «giustizia conquistata»: «Nel pomeriggio di ierlaltro – parecchie ore prima che a Trieste i socialisti inscenassero la loro dimostrazione vandalica – l’Unione italiana conchiudeva con il Governo e con i rappresentanti dei grandi partiti i preliminari di un compromesso, secondo il quale, come gl’italiani chiedevano, il sesto mandato messo in vista per Trieste viene invece trasportato, come terzo mandato italiano in Istria, e il mandato di più, del quale si voleva gratificare il Trentino, viene assegnato, come terzo mandato italiano, al Friuli. E già alle sei pom. di ierlaltro l’Unione italiana comunicava il deliberato preso di sospendere l’ostruzione». L’egregio nostro collaboratore parlamentare , viste le notizie dei giornali, chiedeva a chi di dovere se l’annunzio del sacrificato mandato del Trentino s’avverasse ed aveva una risposta negativa. Ed ecco che venerdì la commissione elettorale pertratta il compromesso dell’Unione italiana. Facciamo la descrizione della seduta secondo la relazione congruente della Neue Freie Presse: Grazer Volksblatt, Reichspost e il Piccolo dei 13 luglio, N. 8947. L’on. Bartoli, dopo aver parlato della distrettuazione della Venezia Giulia e ringraziato Trieste per il sacrificio fatto d’un mandato, presenta proposte concrete circa la distrettuazione a Trieste, in Istria, a Gorizia. Le proposte che aumentano di due i mandati delle due ultime provincie e ne tolgono uno a Trieste vengono infine accettate. Durante il dibattito però vennero fatte le seguenti importantissime dichiarazioni. Le basi del compromesso Il ministro degli interni Bar. de Bienerth raccomanda le proposte Bartoli, osservando però che un ulteriore aumento dei mandati italiani da quello accolto dal Governo non è possibile e che quindi i due nuovi mandati concessi all’Istria e a Gorizia presuppongono la diminuzione da 5 a 4 dei mandati italiani di Trieste e una relativa diminuzione dei mandati italiani proposti per il Tirolo. Parimenti l’on. Ivcevic (sloveno) dichiara che è sottinteso che debba cadere un mandato italiano del Tirolo. Malfatti dichiara pure di votare a favore della proposte Bartoli, senza pregiudizio però del suo contegno di fronte alla diminuzione dei mandati nel Trentino. Sustercich dichiara di dover rilevare esplicitamente che il compromesso fu conchiuso sotto la premessa che i mandati italiani restino diciotto. Egli e il suo partito possono votare per la distrettuazione elettorale proposta per la regione adriatica solo a tale condizione. Invita quindi l’on. Malfatti a ritirare la sua dichiarazione, giacché, altrimenti, dovrebbe chiedere che la votazione sia rinviata a dopo la votazione sui mandati per il Tirolo. Riserve personali Malfatti dichiara essere pur possibile che, («Herr Könne Sich Auch Eine Möglichkeit Denken») per la proporzione del numero dei mandati nel Trentino, si ritorni al progetto Gautsch; in tal caso si dichiarerebbe d’accordo. Sustercich dice che può accettare questa dichiarazione solo come «una riserva personale» e come espressione del punto di vista speciale dei trentini, altrimenti no. E poi? Nulla. Si venne alla votazione. La proposta Bartoli venne accettata con voti 26 contro 8. In favore, votarono gli on.: Adler, Hoffmann, Hormanzki, Hruby, Iocevic, Bärnreither, Bartoli, Bobrzynski, Choc, Cipera, Dulemba, Glombinski, Herold, Hoffmann, Horumzaki, Hruby, Ivcevic, Kienmann, Kramarz, Lecher, Malfatti, Pastor, Saifert, Steiner, Stürgkey, Sustercich, Tollinger, Trafoier, Zaborka, Zaceek; – contro Chiari, Demel, Erler, Gabrseek, Hinterthuber, Kaiser, Stein, Vastian. Anche l’Alto Adige sabato sera accennava alle «riserve dell’on. Malfatti», probabilmente completandole del suo, perché abbiamo visto a che cosa codeste riserve si sono ridotte. L’Alto Adige, commentando la notizia telegrafica della votazione sull’Istria, stampa «che la questione dei mandati nel Trentino non sembra pregiudicata». Crediamo che i colleghi dell’Alto Adige, quando avranno letto la relazione per esteso, avranno cambiato parere. L’Unione invece commenta: «Che intrighi sono questi? Bisogna vigilare e vigilare doppiamente. Possibile che si tenti con la complicità dei tedeschi, di dare agli Adriatici un deputato di più ed ai Trentini un deputato di meno? Sarebbe una vittoria riportata a caro prezzo dagli Adriatici, perché accompagnata dalla dedizione dei Trentini ai loro inesorabili nemici, una dedizione che non si sa dove e quando andrebbe a finire. Il patriottismo di tutti i membri dell’Unione italiana saprà sventare un simile disastro». E noi che dobbiamo aggiungere? Tristi parole ci uscirebbero spontanee dalle labbra, ma forse mentre scriviamo si decide dei destini della riforma elettorale per il Trentino, e sarà meglio aspettare. Le prospettive sono ben tristi. Da una parte il compromesso già votato, che, se secondo il Governo, gli slavi e gli adriatici, cioè secondo coloro che l’hanno conchiuso, vuol dire anche un mandato di meno per il Trentino, dall’altra «le riserve personali dell’on. Malfatti» il quale «si può anche immaginare che sia possibile che i mandati italiani vengano ridotti a 18 senza la diminuzione di un mandato trentino in confronto a quelli del Tirolo, ma invece con ritorno simultaneo tanto per i tedeschi quanto per i trentini al progetto Gautsch». Questa «possibilità» dell’on. Malfatti dunque presuppone che i tirolesi siano disposti a sacrificare un mandato nel Tirolo! Il barone lo crede veramente «possibile» anche di fronte alle nuove pretese d’aumento dell’on. Erler e dell’on. Schraffl? Noi non lo crediamo, ma ci auguriamo d’ingannarci. Abbiamo delle ragioni per temere che vinca anche questa volta la politica imposta ai trentini nella politica universitaria. Temiamo che il Trentino venga sacrificato e sacrificato, senza essere stato nemmeno richiesto nel suo parere. La votazione d’oggi, conseguenza di quella di venerdì, può diventare la tomba dell’Unione italiana.
7b067d6c-e8c3-42b8-97c7-f70911f860ba
1,906
3Habsburg years
11906-1910
Finalmente all’Alto Adige s’è sciolta la lingua! La ripartizione dei mandati e la distrettuazione del Trentino non era mai stato il suo forte. L’Alto Adige aveva taciuto, quando furono note le proposte Gautsch ; lAlto Adige fu molto riservato, quando si pubblicarono le modificazioni Hohenlohe; l’Alto Adige fece il misterioso, quando il pubblico trentino rimase addirittura sbalordito allannunzio del compromesso italo-slavo. Ma ora ha parlato; ha parlato per attaccare l’on. Conci per quanto questultimo venuto ha dovuto subire nelle ultime ore delle trattative . Perché quest’attacco improvviso? Perché lAlto Adige ha creduto necessario creare un diversivo e distorre lattenzione del pub blico dal vero stato della questione. Si doveva anzitutto far dimenticare al pubblico che i democratici hanno mendicato ed ottenuto dal paterno governo una distrettuazione ingiusta, torteggiante tutto il paese, per favorire una chiesuola. Si voleva far dimenticare che il partito dell’Alto Adige dopo aver propalato ai quattro venti d’essere avversario di tutti i privilegi, accolse volentieri, a braccia aperte i privilegi che il benigno governo loro concesse... Ma chi dimenticherà il loro i. r. pagnottismo? Chi potrà dimenticare che, dopo che il Gautsch aveva dato al Trentino una distrettuazione in base a giustizia, colla complicità dei liberali trentini, sorse la curia della Lega Democratica e la Baronia elettorale? Oh, allora, quando noi protestammo, l’Alto Adige si chiuse in un pudibondo silenzio! Le proposte Hohenlohe non piacquero nel litorale, e Trieste con solenne conchiuso fece il gran rifiuto di un mandato da assegnarsi invece all’Istria. Allora tutti i giornali del litorale reclamarono anche dal Trentino un simile sacrificio. E noi per nostro conto dichiarammo che non ci opponevamo affatto e che si ritornasse alla distrettuazione Gautsch con otto mandati; eccitavamo anzi i due collegi urbani privilegiati che s’erano appunto messi assieme col nono mandato ad accordarsi circa il gran rifiuto. Ma anche allora olimpico silenzio! E l’Alto Adige stuzzicato un po’ perché fiatasse, balbettò finalmente delle scuse e delle dichiarazioni ipotetiche. Poi vennero le trattative per il compromesso italo-slavo. Noi dichiarammo esplicitamente che se fosse necessario per la situazione del litorale sacrificare un mandato l’avremmo fatto volentieri: si ritornasse alle proposte Gautsch e le cose sarebbero accomodate. Oh, non era facile a certi rappresentanti raggiungere lo scopo, ponendo sull’altare della nazione quei sinistri privilegi di partito? Non lo fecero: Trento e Rovereto non fiatarono. Si tentava invece di raggiungere il medesimo scopo, diminuendo il numero dei mandati ad otto e lasciando relativamente intatta la distrettuazione. I privilegi dovevano restare ad ogni costo, tanto se il Trentino riceveva nove mandati che otto. I giornali adriatici dissero chiaro che erano i clericali trentini che dovevano cedere un collegio! Doveva cioè venir torteggiata ancora più la maggioranza del paese! Fu allora che noi protestammo energicamente, fu allora che l’on. Conci chiese ripetutamente spiegazione circa il compromesso cogli sloveni: e quando oramai tutta la stampa italiana e tedesca dava per certo che il mandato per Gorizia doveva essere tolto al Trentino, (N.) scriveva ancora che in base ad informazioni avute da fonte competente la notizia non si verificava. L’on. Conci e noi con lui ci dovemmo purtroppo disingannare presto. Le rassicurazioni si fondavano sull’intendimento del compromesso e non sul contenuto reale di esso. Le intenzioni con cui il compromesso italo-slavo venne conchiuso non possiamo discuterle, ma contro il contenuto protestiamo e protesteremo sempre. Il modo poi ci offende ancora. I deputati on. Conci e Delugan seppero del vero contenuto del compromesso solo 5 o 6 ore prima che si tenesse la seduta della commissione elettorale in cui si doveva agire in base al compromesso, oramai stipulato. Ricorrere poi al presidente dei ministri per il nono mandato, quando esso era già venduto fu un atto disperato che si dovette compiere, perché le cose erano oramai a quel punto. Come l’Alto Adige vede, noi non ritiriamo un etto delle nostre informazioni. Entrare nell’animo e negli intendimenti dell’on. Malfatti non ci è possibile: noi non possiamo che giudicare alla stregua dei fatti. La leggerezza dell’Alto Adige in quest’occasione fu addirittura fenomenale. Sottacque tutto quello che scrissero i giornali adriatici e tedeschi, non si dilungò sulla famosa prima giornata in cui le dichiarazioni circa il compromesso erano trasparentissime e s’accontentò di rassicurare tratto tratto il... paese, che tutto andava in ordine. Solo quando all’ultimo momento, a tavola sparecchiata, entrò nella commissione l’on. Conci l’Alto Adige cominciò a parlare di responsabilità, senza notare che l’on. Conci fu costretto a lavorare su di una base non sua, contro cui egli aveva protestato. E quasi quasi all’on. Conci ora si vorrebbe addossare la responsabilità della sopraffazione avvenuta del Trentino. E l’Alto Adige tutto ad un tratto si appella al... paese. Ah, vi ricordate del paese ora! Miracolo che la memoria vi ha servito, perché durante tutta la campagna elettorale parve che ve ne foste dimenticati. Il «paese»? Ma che volete che dica il paese? Direbbe ed ha detto ripetutamente che siete stati voi i primi ad inaugurare le eccezioni alla giustizia, voi che avete inaugurato il principio di costruire i collegi artificiosamente, senza la continuità territoriale. Ed ora vi lagnate dello smembramento? Noi abbiamo da tempo protestato contro le intenzioni rapaci dell’Erler e l’on. Conci protestò già alla Camera durante il dibattito generale, ma voi non avete alcun diritto di lagnarvi che l’arma che avete adoperata contro la campagna sia stata ritorta contro il Trentino. «Proteste vigorose»! Sì, sì, facciamole! Volete forse rinnovare certe commedie dei comizi? E sia! Noi v’aspetteremo tranquilli ai comizi elettorali. Questi saranno una protesta vigorosa contro l’invasione degli stranieri, contro la prepotenza degli avversari nazionali, ma riusciranno anche una protesta contro quei signori che, infintesi prima amici dell’eguaglianza, hanno creato poi privilegi e curie contro i diritti del popolo, a’ danni di quel «paese» di cui all’ultima ora vorrebbero agitare il bandierone.
bf917c6d-4790-4a86-9714-02acbd2a09e0
1,906
3Habsburg years
11906-1910
Decisamente l’Alto Adige giuoca d’audacia e d’impudenza. Noi affermiamo di mantenere tutte le nostre asserzioni e l’Alto Adige stampa che ci rimangiamo quotidianamente quanto abbiamo asserito il giorno prima. Noi precisiamo sempre più le nostre accuse ed il galantuomo ha la mutria di stampare che noi siamo rei confessi. Ebbene, spettabile giornale democratico per modo di dire, ritorniamo, se vi piace un po’ sull’argomento. 1. Voi stampate che il Bar. Malfatti non si è potuto accordare col d.r Conci sulle trattative cogli sloveni, perché l’on. Conci era spesso assente per i suoi affari di Giunta. Noi affermiamo invece e vi sfidiamo a negarlo, che l’on. Conci già prima che si fossero avviate le trattative dichiarò al capo dell’Unione italiana ch’egli era decisamente contrario alla cessione del IX mandato trentino. Affermiamo che le trattative gli vennero tenute nascoste, che fu anzi autorizzato a smentire categoricamente le notizie della cessione del mandato, come fece infatti più volte sul Trentino, anche quando oramai tutta la stampa viennese ed adriatica pubblicava i veri termini del compromesso. 2. Ma voi tentate di dimostrare che il compromesso venne stipulato d’accordo o almeno colla tacita connivenza dei deputati Conci e Delugan, stampando che poche ore prima che si tenesse la seduta, ove si doveva agire in base al compromesso, i deputati trentini ebbero in proposito una conferenza col presidente dei ministri. Ma noi vi opponiamo semplicemente che allora il compromesso era già conchiuso. Tant’è vero che il Beck due giorni dopo dichiarava che il convegno aveva avuto solo per iscopo di tranquillizzare i deputati trentini non assenzienti ma che il compromesso era già prima perfetto. 3. Voi infine avete attaccato l’on. Conci per l’ultima votazione e, negando al compromesso italo-sloveno le sue colpe, cercate di rovesciarle addosso a colui che nell’ultimo momento fece quanto stava nelle sue forze per salvare il salvabile. E noi diciamo: è vero che il compromesso non sta colla faccenda delle oasi in nesso direttamente causale, ma è altresì vero che il compromesso aveva infirmata terribilmente la posizione dei deputati italiani, tanto che rimasero isolati, senza amici né a destra né a sinistra, in un’occasione in cui l’annessione di oasi tedesche avrebbe potuto divenire una battaglia. L’indebolimento della posizione italiana era tale che l’on. Conci durante la seduta pregò inutilmente il ministro degli interni Bienerth di prendere posizione per ragioni tecnico-legali contra la pretesa Erler-Schraffl. Il Bienerth ammise che la faccenda della oasi non aveva da far col compromesso per il Tirolo, ma disse di non poter far nulla. E così accadde quella votazione frettolosa, a cui speriamo ancora si possa rimediare, ma non certo seguendo la tattica degli adriatici. Dopo tutto questo l’Alto Adige sa ancora rimproverare l’on. Conci di mancanza di riguardi. Ma quali riguardi si sono usati invece con lui? All’Alto Adige pare oramai troppo che Conci e Delugan, sia pure all’ultimo momento, dopo la stipulazione del compromesso, siano stati avvertiti della sua esistenza. Se questo vi par troppo, non cianciate di solidarietà nazionale, di patriottismo! E concludiamo: per noi tutta codesta triste istoria non è questione di persone, è questione d’indirizzo. A noi poco importa chi sia l’autore del compromesso italo-slavo, importa invece il sapere che anche questa volta gli interessi del Trentino sono stati calpestati, come già nella soluzione della questione universitaria. C’importa di constatare, come abbiamo fatto altre volte, che nei momenti pericolosi alla solidarietà nazionale si sostituisce una solidarietà liberale, la quale vince a costo della prima. Il paese saprà trarne alle prossime elezioni le conseguenze.
812a7d3a-5a7a-49ba-b763-b27e592957ee
1,906
3Habsburg years
11906-1910
Da un anno la questione universitaria, rinserrata prima in un dilemma concreto, stringente per il Governo almeno non esiste più. Caduta la facoltà d’Innsbruck e cessata la lotta nazionale intorno ad essa, l’università continua ad essere un’aspirazione, un postulato degli italiani, ma cessò d’essere una questione, un problema per il governo, per lo Stato in genere. Nella vita pubblica odierna i problemi vengono considerati come tali, solo se la loro soluzione s’impone. Ognuno vede che questo non è il caso dell’università italiana. «L’università a Trieste? – vi risponderebbe un’eccellenza del ministero dell’Istruzione, sgranandovi in faccia tanto di occhi; già, mi ricordo, se ne discusse tanto due anni fa e l’anno scorso. Abbiamo compilato anche un progetto, anzi, aspetti un po’, dev’esser qui fra questi atti... Dio mio, che polvere! Eccolo qui. Lei saprà dunque che l’abbiamo presentato in Parlamento e ne abbiamo discorso coi vostri deputati, tanto sa, e... variamente. Sul principio pareva fossero contenti, almeno “subivano la situazione”, un modo di dire, com’Ella saprà, che trattando coi Governi, sostituisce il “grazie di cuore”. Ma poi non sappiamo il perché, m’immagino che ci sia stata dell’agitazione da voi... – Enorme, eccellenza, comizi, adunate, dimostrazioni. – Il solito, ci siamo avvezzi noi! Dunque, dicevo, qualche sentore se n’ebbe anche qui, e ce n’accorgemmo subito della nuova tattica dei deputati. Non parlo, s’intende della tattica di parata, di quella per il pubblico, ma degli atteggiamenti dei diversi visi che s’affacciavano al nostro uscio. Finalmente c’è scappata la pazienza, e abbiamo detto: Insomma, qual è la vostra ultima parola? E allora ci hanno messa quella terribile condizione di... ritirare il progetto. Apriti cielo! Dopo quel po’ po’ di revolverate e di sgolate, una soluzione così liscia non l’aspettavamo davvero! – Ma, eccellenza, ora l’agitazione ricomincia, la questione viene esumata. – Ah! sì, potevamo aspettarcelo; ma sono dei ragazzi non è vero? E poi non ritorneranno subito alle revolverate. E alla più, anche se rifacessero l’agitazione dell’altr’anno, saremmo sempre all’ibis redibis. Ma che diavolo hanno per capo codesti ragazzi, che l’Austria ritorni ogni anno su sé stessa, per far piacere a loro. Ci abbiamo altro da pensare!» Ed eccovi un’intervista riprodotta dal vero. Come cornice gli onorevoli della sinistra liberale, primo fra tutti il Marchet, v’aggiungerebbero espressioni d’ammirazione sentita per la cultura italiana, pari alla tedesca, raffronto che fa sempre un gran bene all’animo degli adriatici, i quali vedono riconosciuta in alto loco la loro superiorità di fronte agli slavi. E poi punto fermo. Ci sarebbe forse qualche cosa da dire ancora? No, davvero. Noi almeno, gli sconfitti di ieri, abbiamo tutto il diritto di stare a guardare come i vincitori preparano l’indomani. Oh! per i vinti lo spettacolo doloroso della cieca agitazione odierna è una soddisfazione amara sì, ma una soddisfazione. Avanti, o vincitori! Voi chiedete: dove e come? Ma questa domanda ve l’avevamo posta anche noi, quando si discuteva il gran rifiuto e voi ci avete sdegnosamente risposto che l’agitazione si riprenderà dovunque e con ogni mezzo, e la folla ignara ha soffocato cogli applausi il dubbio dei pensosi. Avanti! è la vostra parola. Ma già discutete gli ordini e i comandi, la questione universitaria risolta per gli avversari si fa ora fra noi. È triste, sapete, è una vergogna per il paese, per gli italiani. Quando abbiamo affermato sulla scorta di documenti, che gli adriatici in genere ed i trentini i radicali si servivano dell’università solo come bandiera d’agitazione nazionale o politica, a noi s’è gridata la croce addosso. Ed ora, viva il cielo, c’è chi lo confessa e lo stampa chiaro ed esplicito, c’è anzi chi lo propone come unico punto di vista dal quale derivare la tattica futura. Ebbene, per il paese nostro, meglio così! Meglio che vedano anche gli increduli dell’anno scorso come siamo stati turlupinati, come di un sacro postulato di cultura si sia serviti semplicemente come di una carta da giuoco. Ed ora si vuole ricominciare la partita? Si parla d’agitazione intensissima del paese, degli studenti. Gli antichi guerrieri di Senofonte accendevano i fuochi sui monti, segnali luminosi del grosso dell’esercito che seguirebbe a dare battaglia. E anche i nostri accendono i fuochi, coi quali vorrebbero segnalare al Governo, ai potenti avversari nazionali, l’esercito e la pugna che verrà. Ma i fuochi d’oggi sono fuochi fatui e i nemici lo sanno, fiamme che si sprigionano da corpi che si decompongono, e i nemici lo sanno. Dietro non c’è un esercito ordinato, armato alla battaglia, ma file scompigliate e fiacche, e i nemici lo sanno. Discutete pure la via da prendere, la meta da raggiungere: voi non lo sapete ancora e non lo sappiamo noi... ma i nemici lo sanno!
3f9e3991-3274-4649-8398-78179a2240ab
1,906
3Habsburg years
11906-1910
[...] Parla il dott. Degasperi Entrando stamane in paese, egli dice per varie cause affatto accidentali, gli studenti erano pochini, o già qualcuno ghignava e mormorava la parola «fiasco» ma non era vero. Col prossimo treno, e dalla Valle di Non, arrivarono molti dei nostri, sicché la frequenza degli studenti non è diminuita, in paragone degli altri congressi. Non era affatto un fiasco, erano semplicemente dei disguidi e dei ritardi. Ed è così di tutta la nostra azione. Quando pare che siamo già fuori di via o in decadenza, gli avversari ci guardarono con scherno. Ma s’acquetino! Non si tratta che di disguidi e di ritardi. La nostra locomotiva va innanzi infine vittoriosa e trionfante verso la meta, malgrado tutti i farisei, che in disparte ci guardano con sprezzo, nonostante qualche podestà, il quale, quando gli si chiede la sentenza, si fa portare il catino dell’acqua per lavarsi le mani come Pilato. (Applausi prolungati e ostentativi). E a proposito, da persona che occupa un posto insigne, è stato augurato che noi ci possiamo unire agli studenti liberali e i socialisti per la difesa nazionale. Accettiamo l’augurio della concordia e dell’unione in certi momenti. Solo osserviamo che l’invito andava diretto non a noi, ma a coloro che, collo spirito di setta e di prepotenza, questa cooperazione rendono, ad uomo coerente nei suoi principii, impossibile. Non a noi andava diretto l’invito che abbiamo l’onore oggi di aver fra noi come oratore, l’amico Luigi Carbonari, lo strenuo difensore dell’italianità, dove l’esserlo è grave e pericoloso. (Applausi prolungati). A questo giovane, che appartiene alle nostre file, vogliamo oggi rendere omaggio, tanto più che il plauso dei non consenzienti, è venuto meno quando s’è scoperto, che a quella strenua opera di difesa, lo guidavano i suoi principi intransigentemente cattolici. Chiedo quindi scusa alla sua modestia, ma ritengo doveroso, che il congresso degli studenti, riconosca i suoi meriti e lo additi al pubblico come esempio. (Applausi). Il dott. Degasperi presenta quindi il seguente ordine del giorno, che viene accolto da applausi fragorosi e grida di viva S. Sebastiano, viva Carbonare , viva lo studente Carbonari! Il congresso di Mezolombardo, mentre protesta contro gli attentati del Tiroler Volksbund diretti contro l’integrità nazionale del Trentino, eccita studenti e popolo tutto ad opporsi con tutte le forze agli avversari nazionali, addita all’ammirazione ed all’esempio dei trentini la difesa dei benpensanti del comune di Folgaria e in modo speciale l’opera energica ed efficacissima dello studente Carbonari.
6b6b9652-017b-4a04-98bc-f9390b32847a
1,906
3Habsburg years
11906-1910
Gli adriatici, gente di mare, si sono palesati di nuovo per quei gran politiconi che vogliono essere. Il giacobinismo è sempre stato in loro più forte del liberalismo e dell’idea nazionale e, mentre a parole hanno spesso fatto appello all’unità ed alla concordia dei partiti, non si sono poi affaticati davvero a rendere in pratica attuabile ed agevole l’avvicinamento invocato. Lo sanno i nostri deputati sacerdoti o di sentimenti cattolici, quante volte il contegno di qualche collega dell’Adria non avrebbe giustificato l’abbandono di alleanze, apparentemente volute da tutti. E se è così di uomini già fatti, nei quali la ponderazione dovrebbe infrenare la passione di partito, non meravigliamoci se la generazione nuova più sincera e più impulsiva, sorpassa i vecchi nel dimostrare espertamente il malanimo che la agita dentro. Gli studenti adriatici hanno sempre portato nella lotta universitaria la nota più leggera e meno politica. Anni or sono, s’è cacciato dal comitato viennese pro università italiana il rappresentante dell’Unione univ. cattolica perché non dava spiegazioni «soddisfacenti» circa la questione romana ed altre cose che gli ingenui credevano non c’entrassero affatto con la lotta universitaria . Altra volta, presentatisi alcuni studenti dell’Unione ad un’adunanza pubblica pro università alla quale s’erano invitati tutti gl’italiani fu loro impedito d’entrare perché i «cattolici» non si riconoscevano come italiani. E questo spirito di setta, d’intolleranza, continuò via via per tutta la lotta fino a cestinare i telegrammi della nostra associazione spediti a un congresso universitario a Trieste. Perfino la sera tragica in Innsbruck , durante l’allegra adunanza, le parole dei nostri furono dapprima azzittite e tollerate solo quando la minoranza giacobina si accorse di essere tale, e ci vollero la feroce prepotenza tedesca, le bastonate e le revolverate per far nascere nel cuore di alcuni settari il senso della comune sventura e dei comuni ideali, di fronte ai quali per il momento almeno le idee di parte dovevano passare in seconda linea. Ma la scuola delle prigioni d’Innsbruck non sembra abbia prodotto frutti duraturi. Par quasi si debba dire: grattate lo studente adriatico e vi troverete l’anticlericale, o meglio il settario. Precisamente, perché i lettori dal cenno che ne abbiamo dato, hanno potuto vedere come i nazionalisti se la prendano anche coi loro colleghi socialisti e come nell’adunanza preparatoria al congresso abbiano cacciato dalla sala i socialisti elevando a conchiuso che la lotta per l’università non può essere fatta che da studenti del partito irredentista. Coi socialisti però a Trieste non si scherza, e al comizio pro università, si è venuto ad una specie di compromesso, mascherando nell’ordine del giorno un biasimo ai capi liberali e un voto di fiducia ai capi socialisti, ai quali, come direttori delle masse, si affida il compito di continuare la lotta. Per i «clericali» invece non metteva conto di prendersi tante brighe. S’è parlato d’oscurantismo di un’intera provincia, il Friuli, s’è dichiarato apertamente che non si vuole l’università in altri siti che non sia Trieste, perché non si vuole una «fabbrica di preti» e via dicendo. E questo s’è detto dagli oratori ufficiali in cui s’era proclamato non dovevano esserci che italiani. Ma a Trieste i giovanotti hanno coraggio, sapevano benissimo, che gli «oscurantisti» del Friuli erano lontani parecchio, che i preti degli altri siti non avevano alcun imperio nelle vie di Trieste, e non potevano muovere la folla, in cui poi s’imbatterono davvero. E hanno lasciato libero sfogo allo spirito settario. Ognuno vede quanto simili tirate giovino alla concordia predicata. Un cattolico franco potrà sopportare un ambiente glaciale, ostile, offese giammai. Intanto l’Eco del Litorale, organo del Friuli «oscurantista» scrive: «Non c’è male: noi terremo nota di queste parole del Pellis il quale della questione universitaria vuole fare una questione di partito, una questione del suo partito. Terremo nota di queste sue frasi tanto più che, giorni fa, gli studenti friulani erano venuti a cercare il nostro appoggio perché la questione dell’Università italiana è questione di tutti gli italiani. Avevamo sottoscritto a questa frase, pur riservandoci la nostra linea di condotta. Ora è venuta la dichiarazione di Trieste a dare uno schiaffo a tutti i cattolici del Friuli. Noi non conosciamo a fondo il sig. Pellis, certo che il nostro pensiero sul suo agire è già formato. Ci aspettavamo una cosa simile; per certa gente l’amore del partito è sempre stato superiore all’amore alla propria nazionalità». E che dobbiamo aggiungere noi trentini? Una cosa solo: Ragazzi, ci rivedremo a Filippi! Verrà un tempo, in cui gli oscurantisti entreranno in lizza con le armi del voto e della democrazia, verrà un tempo in cui questo popolo, che disprezzate, manderà al parlamento deputati che per il numero e l’energia sapranno imporsi. E allora codesti ragazzi brecciaiuoli e rivoluzionari, codesta gente di mare, così poco conscia della responsabilità e gravità dell’ora che corre, dovrà fare i conti con noi, a meno che non si preferisca seppellire qualunque idea d’alleanza, d’unione. In tal caso, la campagna nostra avrà almeno servito a scoprire la cancrena che infirma e corrode gli italiani in Austria, preparando così un avvenire migliore.
01c22f93-6251-4844-9330-744be4a0d521
1,906
3Habsburg years
11906-1910
È comparsa la relazione annuale dell’Allgemeiner deutscher Schulverein , di quella società che abbraccia e l’Austria e la Germania, ma che trova specialmente il suo appoggio in quest’ultima. Nella relazione una parte speciale è dedicata al Tirolo e al Trentino e siccome il relatore è il dr. Wilhelm Rohmeder, il medesimo che è il promotore e l’anima dei Tiroler Volksbund, la relazione è divenuta una rassegna generale del lavoro nazionale dei tedeschi nel nostro paese. La relazione constata anzitutto che durante il 1905 è nato un rincrudimento delle ostilità fra i tedeschi e italiani nel Tirolo e di ciò gode perché il rincrudimento riesce di vantaggio ai tedeschi, risvegliandone la coscienza nazionale. Sarebbe, scrive il relatore, cosa da uomini piccini e miopi il ritenere che la lotta si faccia per un paio di paesi e di valli; ciò non sarebbe davvero meritevole dei sacrifici di tempo, di forze, di mezzi che da anni si sono fatti. «In realtà però si tratta di qualche cosa di più; cioè di accentuare e mantenere quell’egemonia che il tedeschismo da un secolo e mezzo gode nelle Alpi medie e orientali, si tratta di conservare il lavoro di coltura e di colonizzazione, che le razze germaniche hanno compiuto in queste regioni alpine, si tratta perciò della posizione strategica-nazionale della nostra razza verso sud e verso sudest. In questo modo sono da interpretarsi anche le parole del principe Bismarck quando nel 1878 respinse le proposte dei parlamentari italiani, di acconsentire a distaccare dall’Austria e a dare all’Italia una parte del Tirolo meridionale». Il relatore distingue quindi il lavoro apolitico dell’Allgemeiner Schulverein da quello che deve fare il Tiroler Volksbund il quale ha anche lo scopo di difendere l’unità del Tirolo, ma infine ambedue le società si aiutano a vicenda, cioè il nostro (dello Schulverein) col lavoro «puramente d’aiuto nazionale» e con quello «politico nazionale» il Tiroler Volksbund. Il Volksbund, secondo il Rohmeder, conta 10.000 membri e 80 gruppi locali. Il primo merito del Volksbund è quello d’avere impedito che venisse trattata alla Dieta ed accettata la proposta della divisione del consiglio scolastico. Un secondo merito è di aver promosso e rinvigorito nel Trentino il movimento tedesco, il quale si palesa specialmente nella richiesta di scuole tedesche. «Tutte queste domande non ebbero finora alcuna evasione. Alle società nazionali tedesche mancano i danari, al Governo il buon volere». Nella maggior parte dei casi, concede l’oratore, questo moto tedeschizzante venne promosso da cause economiche: si vuole cioè imparare il tedesco per valersene nell’emigrazione. Lo spirito tedesco-nazionale vi si aggiunse solo appena sviluppatasi l’agitazione nell’altipiano di Lavarone e di Folgaria. In questi antichi paesi tedeschi, egli dice, quasi senza alcun eccitamento dal di fuori (?) si formarono gruppi del Volksbund. «L’appartenere al Tiroler Volksbund equivale alla dichiarazione d’essere tedeschi» Questo movimento viene combattuto dagli irredentisti e specialmente dai preti, ma con pochissimo frutto; anzi il movimento s’allarga. Il Rohmeder si ferma poi più dettagliatamente sul caso di S. Sebastiano. I Sebastianotti, assicura egli, vogliono erigersi una scuola tedesca; ma soli non ci arrivano, bisogna che le società tedesche vengano loro in soccorso . «Il Tiroler Volksbund, la Südmark e condizionatamente anche il deutscher Schulverein (Vienna) hanno promesso il loro aiuto. Ora dipende tutto dalla posizione che prenderà l’Allgemeiner deutscher Schulverein, se i loro desideri potranno venire appagati o no». La relazione s’occupa poi del bilancio dell’Allgemeine Schulverein in Tirolo. Qui la società ha speso nel 1905, marchi 8422.83. La relazione conclude che in nessun paese fuori dell’impero germanico il lavoro dell’Allgemeiner Schulverein ha portato frutti sì copiosi. «Se i pronostici non ingannano, il Tirolo è giunto ad un momento decisivo per i suoi rapporti nazionali. Come altrove e nelle altre cose, vincerà chi possederà più intuizione, forza e perseveranza nella lotta». I commenti a questa relazione così trasparente sono superflui. Richiamiamo solo l’attenzione dei lettori sulle seguenti confessioni e constatazioni importanti: 1) Il rincrudimento nazionale nel Trentino è, per loro stessa confessione, causato dai tedeschi, anzi se ne compiacciono e ne sperano vantaggi nazionali. È dunque menzogna se i gazzettieri e conferenzieri tedeschi d’ogni partito accusano i Trentini di turbare la pace e d’essere i radicali nelle presenti lotte. 2) Il Rohmeder stesso ammette che quello ch’egli chiama «movimento tedesco» è promosso in via generale non da spirito nazionale ma dalla speranza di vantaggi economici. È dunque falso quello che si dà ad intendere ai tirolesi nella fondazione dei gruppi del Volkshund che nel Trentino la maggioranza del popolo senta tedescamente, e tedesca voglia ridivenire. 3) Il Rohmeder stesso afferma che il far parte dei Volksbund significa già essere tedeschi. Sono ipocriti quindi i nuovi statuti del Volksbund che stabiliscono che alla società possono far parte anche italiani. È, vero invece quanto nella polemica colle Tiroler Stimmen abbiamo asserito noi che il Volksbund è una società germanizzatrice, di tendenze bismarckiane, 4) Se infine il Rohmeder dopo tante promesse deve appellarsi al Schulverein germanico per aver danari da aiutare i Sebastianotti a fabbricare la scuola, costoro potranno dedurre che tutto l’oro fatto loro brillare agli occhi non era che paglia. No, no, cattolici tirolesi, eravamo nel vero quando v’accusammo di appoggiare un’impresa ingiusta di snazionalizzazione contro i diritti sacrosanti di natura, per favorire gli intenti della Grangermania, e abbiamo giustamente intuito il momento quando abbiamo gridato al clero ed ai cattolici: opponiamoci con tutte le forze! Di questa opposizione noi possiamo andare lieti e superbi, ché il Rohmeder deve lagnarsene a preferenza di quelle venute d’altre parti.
2a59be77-f251-44be-a020-b76c9a2e8050
1,906
3Habsburg years
11906-1910
Il signor Mario S. nell’articolo di fondo dell’Alto Adige (sabato N. 222) ci ricorda il bandito da Silla che piange sulle rovine di Cartagine. L’articolo è intitolato «degenerazione» e vi si piange un immenso disastro morale nella morte dello spirito soffocato dalla materia dominante e l’infiacchimento dell’anima forte e il venir meno di tradizioni millenarie... A chi va riferita codesta rettorica? Forse al partito liberale degenerato nella Lega Democratica? No, è il Trentino che degenera, è l’anima sua «collettiva» che, infetta dal morbo invadente muore. E Mario in mezzo a questa rovina «getta il grido d’allarme» poiché gli «pare giunta, per la parte sana del paese, l’ora di dare mano a tutti i mezzi di difesa per impedire la marcia di simile infezione, che potrà, più di qualunque opera pangermanista e volksbundista, trasformare il Trentino in una parte del non felice Tirolo». «Il nemico – sintetizza – è fra noi». Il nemico? Dov’è il nemico? Pace, o trentini, travagliati dall’acre lotta coi teutoni, pace o «milites confinarii» di S. Michele, Fassa e S. Sebastiano. Non sono quelli i nemici contro i quali la parte sana del paese è chiamata a levare gli scudi. No, il nemico è in noi, in mezzo a noi... Per disavventura il procuratore di stato ha fatto sequestro del brano principale dell’articolo, in cui il nemico era descritto, e noi a malincuore dobbiamo rinunziare a riprodurre i lapidari periodi. Ma voi, amici, (poichè fra noi ci chiameremo ancora così) l’avete già indovinato. I nemici del Trentino siamo noi. Noi, vagolanti ancora nelle tenebre, ossequiosi alla curia di Roma, noi rettili bavosi, seduti ad un banchetto osceno, noi peggio della filossera contro la quale si porrà in opera un veleno più potente del solfato di rame. I clericali, ecco il nemico, ecco le bestie intente solo alla greppia, ecco i microbi i quali causano la tisi degli ideali, ecco l’infezione contro la quale si chiama a raccolta «la parte sana del paese». Mario, Mario hai dimenticato dunque Aquae Sextiae ove tutti i romani stretti in coorti batterono i teutoni? Mario, non ricordi i Campi Raudii ove la concordia dei figli di Roma distrusse i Cimbri invasori? Seduto sulle rovine, tu non ricordi che la fazione, il partito, e mediti, proclami la guerra civile. E sia. Poveri preti fassani che vi credevate mandatari di tutto un paese e valorosamente combattete, ritto il viso e il braccio verso il Brennero, volgetevi, o seguaci della curia di Roma, che a Trento v’hanno dichiarata la guerra e vi vogliono scacciare come elemento infettivo. E anche tu, losco propagandista Carbonari , che sei riuscito a entusiasmare per la propria lingua e nazionalità chi era prima freddo come il ghiaccio, tu sei nemico del Trentino peggiore del Rohmeder e del Sölder! Quanto ci duole che lo zelo del procuratore di stato ci abbia impedito di riprodurvi tutto il proclama della guerra! Evidentemente coi cosiddetti clericali si giuoca una turpe commedia. Non è molto che parlavamo della ninna nanna del Trentino e, parodiando una canzone di un poeta famoso, determinavamo il programma del Risveglio, organo dell’associazione liberale nazionale, o meglio, dopo la mancata adesione dei moderati, dei liberali radicali. Codesti liberali radicali – la classificazione diventa sempre più difficile – sono quei giovani che fatta rumorosamente la prima levata di scudi e proclamata la rude campagna anticlericale hanno poi, per scopi evidenti, intonata la nenia addormentatrice. Ma oltre ai giovani pare ci siano anche i «giovanissimi», o fra costoro va certo annoverato l’articolista sullodato dell’Alto Adige. Vogliano costoro riprendere le tradizione del tribuno Silli? Pare di sì. Ma il podestà Silli è d’accordo con loro? E qui incomincia la commedia. Avere una divisa «liberale democratica» o un’altra «nazionale liberale» da indossare secondo le occasioni, dichiarare come «democratici» amore infinito ed assoluto al suffragio eguale e come membri dell’«Associazione nazionale liberale» implorare dal governo la pagnotta dei privilegi, nascondere nel Risveglio l’anticlericalismo e nell’Alto Adige metterlo a base di un programma...: chi sarà in grado di classificare codesto camaleontismo? Protei della politica, a fatica li puoi caratterizzare durante le loro trasformazioni. Chi direbbe per esempio che il signor M.S., articolista e redattore dell’Alto Adige (ammenoché anche le sigle non siano protei), è contemporaneamente segretario dell’«Associazione liberale nazionale» di cui è organo il Risveglio? Ma forse voi, giovanissimi, siete i più sinceri, e se nella lotta non riusciste ad altro che a portare una nota di sincerità, sia lode a voi. Sia lode a voi, se non mutate casacca, se domani in un’assemblea di contadini sarete i medesimi che in redazione dell’Alto Adige. Sia lode a voi, se esporrete franco il vostro pensiero e non fingerete di invocare la concordia di tutti i partiti quando uno, e non il minore, rappresenta per voi l’infezione che distrugge, il nemico più pericoloso del pangermanista invasore. Combatteremo a visiera alzata, cadremo, vinceremo in virtù dei nostri principi. E ci stia lontana per sempre quella sirena incantatrice, la quale ci offre il nappo della dimenticanza in nome della concordia, affinché beviamo dal nappo l’arsenico che corrode i nostri principi, abbatte la nostra resistenza e ci soggioga agli altri. Ed ora aspettiamo la festa nazionale e che «innanzi al simulacro di Dante si depongano le ire di parte e che si sentano uniti dal vincolo dell’unica fede e della lotta comune». Auguriamo armonia piena, sincera. I nemici, i rettili, i microbi infettivi non la turberanno!
85fcf4e8-7a5f-4bc3-86dc-b76a188f0bee
1,906
3Habsburg years
11906-1910
Il concetto dell’obbligo elettorale ha le sue radici nell’antichità germanica. Tacito narra che tutti gli uomini armati dovevano radunarsi una volta all’anno per il Thing, ove si discutevano, si deliberavano gli affari comuni e si eleggevano i funzionari dello Stato. Questa forma di costituzione è conservata negli statuti di alcuni cantoni svizzeri. In Glarus, Unterwalden, Appenzell, e Uri sono comminate anche multe per chi non esercita il diritto di voto. Anche nel cantone di S. Gallo vennero nel 1867 stabilite delle multe. Nel cantone di Zurigo dal 1890 in qua s’è introdotta una formula che equivale all’obbligo del voto. L’obbligo elettorale belga, il quale venne stabilito nella grande riforma costituzionale del 1893 è fissato nel paragrafo 233 «La prima non giustificata astensione dalla votazione viene punita a seconda delle circostanze con una redarguizione o con una multa da uno a tre franchi. In caso di ricaduta entro sei anni la multa viene aumentata fino a sei franchi. In caso di astensione per la terza volta entro dieci anni il nome dell’elettore riottoso verrà esposto per un mese nell’albo comunale. Se poi lo stesso elettore ricade per la quarta volta, egli verrà cancellato per sempre dalle liste elettorali e non può venir nominato in nessun ufficio pubblico o ricevere decorazioni e distinzioni». In altri stati l’obbligo elettorale, se si eccettuano alcune repubbliche americane, non è sancito da alcuna legge. Ma nelle discussioni che si fecero in Francia e in Italia e dalle trattazioni degli statisti emerge sempre più la convinzione che l’obbligo del voto è un utilissimo correlato del voto universale. L’obiezione che si tanga la libertà individuale è superata, perché lo Stato non determina per chi o come l’elettore abbia a votare, ma semplicemente che voti, e l’elettore potrebbe, per esempio, in caso di proclamata astensione, votare anche scheda bianca. Vi sono certamente delle difficoltà ad attuare in pratica un tale rivolgimento, ma le difficoltà sono di gran lunga controbilanciate dai grandissimi vantaggi che il voto obbligatorio può apportare. È necessario che cessi una volta quella menzogna convenzionale per la quale viene detto rappresentante del popolo un uomo che è eletto da una piccola cricca, da appena il 10 per cento degli elettori, com’è accaduto nel Trentino. Nel Belgio si è ottenuto mediante la nuova legge il concorso alle urne del 95 per cento. Si avverte poi che introdotto il voto obbligatorio, lo Stato sarà anche costretto a tutelare maggiormente la libera funzione del voto. Non potrà più accadere che un signorotto qualunque costringa i suoi contadini, di cui sa che non voterebbero per il suo programma, a restarsene a casa, ad astenersi dal voto. Al terrorismo di certi partiti verrà posto un freno e l’agitazione elettorale dovrà limitarsi a conquistare le coscienze di chi va a votare. L’attuazione, ammettiamo, sarà difficile, forse dapprincipio non ne usciranno nemmeno quei vantaggi che i fautori dell’obbligo elettorale si ripromettono, ma il tentativo è degno d’esser fatto. La votazione seguita recentemente, la quale rimette alle Diete il diritto di stabilire anche per le elezioni dell’Impero nel raggio della provincia il voto obbligatorio è un nuovo successo dei cristiano-sociali, i quali ancora sui primordi dell’agitazione elettorale avevano lanciata e propagandata l’idea, a cui più tardi vennero guadagnati altri fautori. Ed è da ritenere che i cristiano-sociali saranno anche i primi qualora la Camera accetti le conclusioni della commissione ad attuare la loro proposta in seno alle Diete dell’Austria inferiore, la quale è innegabilmente il campo più moderno dell’Austria per simili esperienze. E il Tirolo, se si considerano gli umori dei partiti, non sarà l’ultimo a seguirne l’esempio. Il partito popolare trentino, il quale da tempo aveva inscritto nel suo programma, oltre il suffragio universale, anche il voto obbligatorio, non negherà certo il suo contributo all’opera difficile dell’attuazione .
28613523-a923-4144-a372-2bc1af94c5de
1,906
3Habsburg years
11906-1910
Domani scendono a Trento due rappresentanti dei due villaggi Carbonare e S. Sebastiano e si recano a porre una corona ai piedi del monumento del grande Alighieri. Essi intendono con quest’atto di affermare innanzi a tutti la loro italianità dalla prepotenza contrastata e di addimostrare verso il Trentino tutto ch’essi mantengono il loro giuro di difendere fino a completa vittoria quell’altipiano che i pangermanisti tentano di strappare dal nesso del nostro paese. Applaudendo e consentendo a questa dimostrazione semplice, ma schiettamente e fortemente italiana, alcune associazioni cattoliche di Trento, hanno disposto che i due rappresentanti dei forti paeselli vengano accompagnati al monumento dai loro delegati, i quali deporranno pure corone. Alle ore 8.30 la banda Palestrina, dopo aver fatto un giro per la città accompagnerà i delegati fino al monumento, dove deporranno corone: S. Sebastiano e Carbonare, la banda Pierluigi Palestrina, l’Unione politica popolare, l’Associazione cattolica universitaria «Giovane Trentino» e la redazione del nostro giornale. Non si faranno cortei, né si terranno discorsi, ma le società che si raccolgono intorno ai rappresentanti di Carbonare e S. Sebastiano vogliono che il loro atto sia non solo un plauso alla strenua difesa dei prodi montanari, ma anche atto di piena adesione ai sensi che in questa loro difesa li animano: sensi di affetto alla loro nazionalità minacciata, di attaccamento alla loro religione cattolica-romana, per la quale la lotta nazionale viene temperata, approfondita e mantenuta rigorosamente sul terreno della legalità e della giustizia. Serva così l’omaggio al cattolico poeta e al padre della nazione come monito contro tutti gli invasori e i sognatori della germanizzazione, quale smentita contro l’audace menzogna che dichiara il Trentino un mito e la sua autonomia aspirazione di pochissimi. Affermazione non rumorosa ma esplicita della parte apolitica di quel programma che i cattolici trentini propugnano valga ancora la nostra andata di domani a Dante come una promessa di continuare il fecondo lavoro che tende ad opporre all’irruenza snazionalizzatrice del Nord un popolo moralmente unito ed economicamente indipendente.
dde2b206-cb72-4c63-bf89-99fe2926763e
1,906
3Habsburg years
11906-1910
È venuta la stagione propizia per la propaganda delle idee e per l’organizzazione. Nelle nostre società apolitiche e nel nostro movimento politico tutto è silenzio. Si dorme. Forse si cullano nel sogno che tutto va a gonfie vele, che le società d’ogni specie di coltura esercitano, benché senza rumori, magnificamente la loro funzione e che nel nostro movimento economico sociale continua l’antico spirito, il vecchio ed esperimentato programma. È un inganno. Ogni giorno ci giungono dei lagni da contadini e da operai, i quali ricordano mestamente l’entusiasmo, il lavoro passato e deplorano l’inerzia presente. È un fatto che a Trento e nelle vallate specialmente fra coloro che erano gli istruttori, i direttori delle associazioni, lo spirito, la fede nella propria meta è venuta languendo. Alcune società non esistono che di nome, altre conducono una vita stentata, qualcuna si trova in perpetuo dormiveglia. Signori, scuotiamoci! Oggi, come sempre il nemico lavora ai nostri danni, liberali, socialisti, radicali, tutti aspettano il momento opportuno per sgretolate la compagine nostra. Se entro di noi non regnerà uno spirito forte, unificatore, lo sgretolamento sarà facile. Dovremo forse ritrarre dalla vagina la spada di vecchi argomenti, tutti i giorni ricordare istruzioni autorevolissime, grida di allarme e di comando venute da Roma? È giunto anche il tempo dell’organizzazione politica. Quanti ancora dei nostri non intendono la necessità dell’unione, della disciplina! Lavoratori nel loro piccolo campo locale credono inutile una organizzazione generale: hanno fiducia nella loro autorità per il tempo delle elezioni, e tanto basta. Ridono degli idealisti i quali reclamano anzitutto istruzione, convinzione, organizzazione! Eppure codesti idealisti hanno con sé la conferma di esempi e di fatti insigni. Ma per oggi ricorderemo solo l’esperienza del nostro paese. Non si ebbero elezioni, in cui non fosse palese che i cattolici sono avversati da tutti, comunque si classifichino, e d’altro canto non si ebbero elezioni in cui non si dovessero deplorare, sia pur parzialmente, gli effetti non diremo sempre della discordia, ma della mancanza di affiatamento e d’organizzazione. C’è chi desidera che quanto si è universalmente deplorato si ripeta? Ma non ci preoccupiamo solo delle elezioni. Ammesso pure che il Partito popolare trentino conquistasse col suffragio universale il posto che gli spetta, affermiamo che senza l’organizzazione non è possibile mantenere il potere. Gravi sono le responsabilità di una maggioranza nel nostro paese, quand’essa voglia veramente lavorare e non rifare il gioco dei liberali che raddoppiarono le accuse al governo, quanto maggiore fu la loro impotenza. E queste responsabilità, questo peso sarà impossibile sostenere se non saremo falange d’uomini convinti e disciplinati. Lavoriamo! È venuta la stagione del raccoglimento e gli avversari non dormono, Riprendano vita le nostre istituzioni locali e durante l’inverno si miri di educarle ai compiti dell’oggi e alle battaglie dell’indomani.
f263bf8f-035f-42be-b3e2-23e554349497
1,906
3Habsburg years
11906-1910
Le Neue Tiroler Stimmen, avendo ricevuto per la pubblicazione il nuovo memoriale del Volksbund, non ne danno che un sunto molto sommario e aggiungono: «Noi non approviamo affatto quanto hanno esposto gli italiani, noi abbiamo anzi condannato e combattuto sempre il loro nazionalismo e ciò come questione di principio. Deploriamo vivamente che nel Tirolo italiano si manifesti un movimento sempre più verso sinistra e l’irredentismo. Ma vediamo anche chiaramente che con tali recriminazioni vicendevoli non viene promossa la pace. Il nazionalismo non si combatte ponendo sé su di un terreno ultranazionale né si può scacciare il diavolo con un altro. L’acatismo in Prussia, malgrado i molti e molti milioni e l’aiuto di tutto l’apparato dello Stato, ha fatto fiasco ed ha giovato solo agli avversari nazionali; esso avrà la medesima sorte anche in Tirolo, dove non sono a sua disposizione mezzi così potenti. Ebbimo di recente occasione di parlare con uomini, che nel Tirolo italiano esercitano una funzione governativa, uomini di buoni sentimenti tedeschi ed austriaci – non sacerdoti – e udimmo da loro tutti la dura sentenza che il Volksbund finora non ha che dato nutrimento alla propaganda irredentista e ne ha promosso i successi. Ma anche colui che é in realtà il vero direttore del Volksbund dice nella sua relazione sul Schulverein generale tedesco nel Tirolo meridionale : Come fatto più importante per il 1905 appare l’inasprimento della lotta fra tedeschi ed italiani in Tirolo e di ciò il Rohmeder commisura il merito maggiore al Volksbund. Noi non riusciamo a comprendere anche col più buon volere del mondo che un tale inasprimento della lotta possa giovare all’unità della Provincia e con ciò allo Stato plurinazionale che è l’Austria, nella quale le nazioni più che mai hanno bisogno di vicendevole tolleranza. Inasprire la lotta, vuol dire promuovere la separazione, non l’unione». Sacrosante verità che godiamo abbiano detto le Tiroler Stimmen, tanto più che sono un riconoscimento del nostro punto di vista, per difendere il quale abbiamo dovuto altra volta energicamente attaccare il foglio conservatore. Noi non condividiamo il punto d’arrivo dei tedeschi, per i quali è dogma l’unità del Tirolo ed è fellonia il promuovere, come facciamo noi, l’autonomia della minoranza nazionale, ma essenzialmente tutti gli uomini di buona volontà al di là e al di qua di Salorno possono convenire nella necessità di non inasprire un conflitto sterile, i cui effetti saranno dannosi agli uni ed agli altri. Oltraggiare un popolo fino a negarne l’esistenza nazionale, tentare di germanizzare coi modi esperimentati in Posnania è politica folle, e noi da un pezzo ci chiediamo dove sono gli uomini avveduti fra i tedeschi, dove sono scappati coloro che, nonostante tutte le dissensioni, cercavano un modus vivendi qualunque. Ai cattolici tedeschi, in qualunque partito essi militino, noi non chiediamo altro che si persuadano da sé stessi di quanto ripetutamente abbiamo asserito circa l’attività del Volksbund fra noi, e poi prendano quella posizione che detta una coscienza onesta e che hanno dovuto prendere anche i tedeschi del Centro germanico verso i polacchi. Allora anche gli italiani, o almeno quelli fra loro che aspirano ad un lavoro positivo per il popolo, non negheranno il loro contributo alla ricerca del modus vivendi. Ma fino a tanto che l’opera del Volksbund continuerà indisturbata, anzi ciecamente promossa o tollerata da gran parte del clero, sappiano che nessuna forza, nessun potere varrà a frenare la reazione che entro noi si evolge ed incrudisce.
c12f45dd-2e2d-4533-b3f0-48c6f2832e82
1,906
3Habsburg years
11906-1910
Non conviene illudersi. Il movimento diretto contro la Chiesa cattolica e la sua dottrina, partito, come fu irrefragabilmente provato, dalle logge di Vienna e di Presburgo viene a ripercuotersi fino alla periferia dell’Impero. La «Freie Schule» ha ormai nella nostra diocesi degli adepti e nel Tirolo si lavora purtroppo attivissimamente. Sabato ad Innsbruck si tenne un’affollatissima adunanza «pro divorzio», presenti il fior fiore della liberaleria tedesca e quel che è più, moltissime signore. L’oratore, il prof. Wahrmund , terminò il suo discorso con un appello al lavoro e con un’invocazione del «Kulturkampf». Il «Kulturkampf», egli disse, non è morto ed è giunta l’ora di ricordarlo ai contemporanei. Noi vogliamo, noi dobbiamo risuscitarlo. «Al reciso jamais della pastorale dei vescovi austriaci non c’è che una risposta per i liberali: Kulturkampf in Austria!». L’oratore chiuse con un violento appello alla gioventù accademica, la quale è chiamata ad inaugurare la nuova campagna. Il «Tiroler Tagblatt» aggiunge che la folla applaudì freneticamente l’oratore e che «l’adunanza costituì un’imponente dimostrazione, un atto di ribellione contro il giogo della chiesa cattolica, divenuta insopportabile!». L’«Alto Adige» di ieri ha un articolo di G. Pilati circa il «Kanzelparagraph» ed in genere il movimento liberale odierno. L’articolista si guarda bene dal rispondere alle nostre obiezioni e non fiata sugli argomenti «liberali» che hanno indotto i socialisti e un ministro ebreo a combattere le proposte che volevano stabilire delle eccezioni odiose. È quindi inutile occuparsi di avvantaggio delle divagazioni del «Alto Adige». Notiamo tuttavia che il giornale radicale chiama la recente lettera pastorale dei vescovi austriaci una «brutta lettera sinodale». Non è vero poi, si assicura l’articolista, che i liberali vogliono il divorzio, mossi da spirito antireligioso o in odio al settimo sacramento. No, essi «non vogliono che togliere una fonte inesauribile di delinquenza e d’immoralità!» Tutto questo si ottiene naturalmente distruggendo l’indissolubilità del contratto matrimoniale, istituito da Cristo! Il giovanotto accerta ancora che l’epoca «in cui in nome di una religione si devastava, si commetteva ogni nefandezza, è trascorsa, come è suonata l’ora per i privilegi politici e confessionali!» Le proposte del «Kanzelparagraph» non sono che un «breve episodio del grande conflitto». L’articolista termina colla ferma speranza che non è detto «che uno stato confessionale come è l’Austria debba rimanere sempre tale in eterno!» A parte l’idea balzana che l’Austria sia uno stato confessionale (!!) ci siamo occupati dell’articolo per constatare un’altra volta la voglia giacobina dei nostri radicali. Attenti, cattolici trentini, alla «scopa di Francia!».
35f17f6c-a318-4be0-9c85-ffc847c0d8df
1,906
3Habsburg years
11906-1910
L’Alto Adige torna alla carica ribadendo il chiodo , rimanendo cioè del suo parere, che il paragrafo del pulpito non è un’eccezione al diritto comune ma rappresenta l’abolizione di un privilegio del clero finora tollerato. Ora l’articolista del giornale radicale può certo incapponirsi nella sua idea anche se questa sta in contrasto coi fatti, con concetti accertati e irremovibili e coll’opinione di uomini d’indiscutibile competenza, appartenenti a tutte le fedi e tutti i partiti. Questo lo può fare anzi, se volessimo reagire alle sue scipite ironie personali, aggiungeremo anche: lo faccia pure, che è da ragazzi il farlo. Ma il poco cortese avversario vuole anche difendersi dalla taccia d’essere meno liberale e più forcaiuolo del socialista Adler e del ministro Klein e tenta di spacciare la loro opposizione al Kanzelparagraph semplicemente come una mossa tattica per non intralciare la riforma elettorale. No, signorino, questo è falso, completamente falso. Il d.r Alder e l’Arbeiterzeitung, quest’ultima ancora prima della presentazione formale del Kanzelparagraph nella commissione, dichiarano d’essere a priori contrari a una simile clausola poiché contrari a qualunque legge eccezionale; e ricordavamo in proposito i socialisti germanici i quali hanno sempre votato contro le leggi eccezionali anticattoliche. In quanto al ministro della giustizia, Klein, egli si dichiarò contrario alla proposta Ferjancic perché (attenti! le sono parole sue precise) il governo ci tiene a che si muti «meno che sia possibile il presente diritto comune, in modo speciale, poi si deve evitare che vengano comminate pene speciali contro singole classi e contro singoli ceti di cittadini». E più sotto il ministro dichiarò che col Kanzelparagraph si giungerebbe «a far dello stato un’inquisitore delle opinioni, delle idee, dei pareri dei cittadini, conseguenza questa che fa a pugni col concetto di libertà politica». Da ciò risulta che i socialisti e liberali come il d.r Klein, i componenti il ministero e i maggiori partiti sono contrari per principio al Kanzelparagraph, mentre i nostri radicali in compagnia dei Los Von Rom ed un paio d’arrabbiati sloveni sono per principio favorevoli a leggi eccezionali, ad eccezioni odiose. L’articolista dell’Alto Adige finisce appellandosi al giudizio del pubblico, ciò che fa volentieri anche quel tal dottore che non vive affatto nelle nuvole ma che sarà lieto di veder sedere a giudizio il popolo sopra codesto «piccolo mondo liberalesco», figli degeneri di un paese eminentemente cattolico. In quanto all’ignoranza nostra dall’Alto Adige attribuitaci, perché abbiamo trovato balzana l’asserzione sua essere l’Austria uno stato confessionale, rimandiamo i lettori all’articolo che segue. L’ignoranza è tutta vostra, dotti sapienti della Montagna! Ostentazione d’ignoranza Ricordate, lettori, gli spropositi che disse un certo Pilati sulle relazioni fra Chiesa e Stato e sulla legge di separazione dei giacobini francesi? Egli veramente diceva di avere aspettato parecchio, prima di pronunziare il suo verbo; ma forse il caldo rese vana la lunga riflessione. Ora la stagione è rinfrescata, ma non è rinfrescato il cervello del nostro canonista che, nonostante il ritardo col quale viene a parlarci del Kanzelparagraph nell’Alto Adige, mostra di non aver ancora imparato certe cosette assolutamente indispensabili per impancarsi a fare il canonista. Egli non sa, se attribuire ad ignoranza del direttore del Trentino o «ad... altro» il fatto che il Trentino negò essere l’Austria uno Stato confessionale. Noi, più benigni, escludiamo altri motivi e attribuiamo alla sola «ignoranza» del signor Pilati l’affermazione della confessionalità dell’Austria . Senta, signor Pilati! Ha mai udito parlare di un ministero dei dottori o ministero borghese in Austria? Esso sorse il primo gennaio sotto la presidenza del principe Auersperg e presentò tosto tre leggi, quella sul matrimonio, quella sulle scuole, e la legge interconfessionale, con cui tutte le religioni venivano equiparate. I tedeschi liberali che allora avevano il dominio assoluto della cosa pubblica, le approvarono e, nonostante le proteste di Pio IX e dell’Episcopato, esse entrarono in vigore. Eh, che bella confessionalità in Austria! Il sig. Pilati, per dimostrare la sua tesi, fa pure appello al Concordato del 1855. Pare che colle leggi del 1868 il Concordato sia rimasto in gran parte sulla carta, avendo lo Stato avocato a sé la giurisdizione sui matrimoni e la suprema direzione dell’insegnamento; ma non conosce il Pilati un ministro liberale Stremayer, che approfittò della definizione della infallibilità pontificia per dare sfogo al suo anticlericalismo e far denunziare il Concordato , come in realtà avvenne al 30 luglio 1870? E non conosce il signor Pilati le ultime gesta dei liberali austriaci nel 1874, quando votarono le leggi con cui lo Stato si arrogava la supremazia sulla Chiesa, regolava da sé il «fondo di religione» (roba... annessa, come dicono oggi) e teneva dare il colpo di grazia agli ordini religiosi. Quest’ultimo colpo fallì, perché venne a mancare la sanzione sovrana; gli altri riuscirono, e a quel tempo i liberali trentini appoggiavano calorosamente i liberali tedeschi dichiarando che non era vero trentino chi non era liberale e anticlericale. La solita commedia, che si rinnova sempre e i cui documenti si trovano nei giornali di quei tempi, da noi altre volte citati in varie polemiche coll’Alto Adige. Ma il signor Pilati ha un grande argomento per la sua tesi che l’Austria è uno stato confessionale, ed è che nelle scuole si insegna per legge la religione. Sicuro! S’insegna la religione cattolica per i cattolici, e qualche altra per gli altri, in omaggio alla interconfessionalità. L’Austria è uno stato interconfessionale, ma non ateo. Adesso però i liberali vogliono far l’ultimo passo. Dopo aver sottratto la giurisdizione matrimoniale alla chiesa, dopo aver attribuita la suprema direzione dell’insegnamento allo stato, dopo aver rotto il concordato e dichiarate uguali tutte la confessioni religiose, ora si vorrebbe dare alla chiesa cattolica l’ultima stoccata, introducendo il divorzio e la scuola laica. I cattolici però non cederanno facilmente, e intanto il signor Pilati può imparare la differenza tra interconfessionalità da una parte e ateismo o laicismo dall’altra. Così, parlando ex cathedra, dalle colonne dell’Alto Adige, non piglierà dei granchiolini o, per usare i suoi concetti, non farà la figura di un acchiappanuvole che diverte il pubblico a sue spalle.
a83fa58e-bec9-4be2-beab-e66d54968b30
1,906
3Habsburg years
11906-1910
Il Trentino ha già dato l’allarme nella questione della ferrovie di Fiemme riportando un articolo dell’Innsbrucker Nachrichten le quali conchiudevano che, se il governo darà la concessione, tutto è pronto anche finanziariamente per la costruzione del progetto della linea Egna-Moena, senza che sia necessario il concorso del Governo o della Provincia. I tedeschi vogliono quindi applicata la formula fare da sè, visto che il concorso governativo incontra difficoltà politiche e che il contributo della Comunità in causa delle lotte intestine in Fiemme è escluso. Noi siamo convinti che la dichiarazione dei tedeschi non sia né una mossa tattica, né una millanteria, ma che la finanziazione, viste le relazioni loro con noti istituti di credito, non trovi difficoltà insuperabili. L’unica condizione necessaria è ancora la concessione governativa. Ma chi vi dice che il governo la negherà sempre? E d’altro canto non è probabile che il governo ricorra ad una via formalmente imparziale, dando la concessione a tutte e due le linee, cioè al progetto bolzanino e anche quello di Trento? E se la questione venisse ridotta in questi termini, in cui alle dichiarazioni e alle logomachie dovrebbero succedere immantinente i fatti siamo preparati noi, è pronto il Municipio di Trento, è risoluto il partito che vi domina a compiere il suo dovere, che ha assunto di fronte a tutto il paese? Ripetiamo: la questione della congiunzione tramviaria di Fiemme è una questione trentina nel senso più vasto della parola, è un problema molto più importante di quello delle oasi , intorno a cui si fa tanto rumore. Una comunicazione ferroviaria è vincolo più forte di quello che sia la distrettuazione elettorale. Noi rinnoviamo a chi di dovere il nostro appello e diciamo: Occupatevi sul serio della ferrovia di Fiemme. Il tempo può forse aver corretto qualche progetto passato, forse raffreddato entusiasmi sacri, ma inconsiderati; questo però dovrebb’essere rimasto in fondo alla coscienza di tutti: la ferma convinzione che la questione della ferrovia di Fiemme deve venir risolta con criteri economici, bensì, ma non senza avere di mira gli interessi nazionali. Ma è giunta anche l’ora di agire in questo senso. Badino i trentini a non lasciar trascorrere il momento opportuno, che è forse l’ultimo. Il male sarebbe irreparabile, e il Municipio di Trento avrebbe perso di fronte al Trentino la sua ultima battaglia. Dixi et salvavi animam meam!
291cf51c-5fe3-490f-833a-9fe5e712921e
1,906
3Habsburg years
11906-1910
Il d.r Degasperi abbiamo detto ieri, chiudeva la classificazione dei partiti asserendo che il cosiddetto clericalismo dei cattolici non è che la difesa e la rappresentanza degli interessi religiosi nella vita pubblica. Chi è detto «clericale» in Francia se non colui che pubblicamente sulla stampa, nei municipi e nel parlamento difende la libertà della Chiesa cattolica e l’integrità delle sue dottrine? Chi era ultramontano o clericale in Germania se non chi protestava contro il Kulturkampf di Bismarck il quale voleva servire la Chiesa allo Stato, imprigionando vescovi e giornalisti? Si trattava della Chiesa cattolica, dei suoi apostoli, dei suoi principii, si trattava quindi per un credente del cristianesimo, del cattolicesimo. È forse diversa la situazione in Austria? È forse differente il clericalismo e l’anticlericalismo da noi? Lasciamo stare il passato ma consideriamo la manifestazione d’oggi. Che cosa è la propaganda per la «scuola libera»? Nient’altro che una lotta contro l’insegnamento della religione. Che cos’è la «riforma matrimoniale» se non un attentato contro la «santità e indissolubilità del matrimonio»? Sono due movimenti quindi espressamente antireligiosi, anticattolici, che sono divenuti oramai molto seri specialmente nella parte tedesca della diocesi. I vescovi austriaci nell’ottobre di quest’anno indirizzarono ai credenti una pastorale comune, nella quale i due movimenti vengono caratterizzati come sopra e vien detto ai cattolici: «Voi non dormirete, mentre il nemico si accinge a spargere fra il grano la zizzania, ma veglierete e colla vostra vigilanza e fortezza ne manderete a vuoto i tentativi». E perché noi vegliamo, perché ci schieriamo attorno ai vescovi per la difesa degli interessi religiosi siamo detti clericali e i nostri avversari anticlericali? No, qui si tratta di cattolici o di non cattolici. Volete sapere come la pensano i liberali-radicali del Trentino in proposito? È un po’ difficile, perché a fatica prendono posizione aperta in questioni siffatte, amano meglio farsi eleggere con programma nazionale ed esercitare più tardi incontrollati il loro giacobinismo alla Camera com’è accaduto altra volta. Però, a lungo andare, la botte lascia trapelare di quel vino che ha. L’Alto Adige definiva la pastorale dei Vescovi austriaci una brutta lettera sinodale (Alto Adige 19 nov.) e s’augurava la fine della confessionalità dell’Austria. Che cosa l’autore intendesse sotto questa parola è evidente da tutto l’articolo. Il «grande conflitto» a cui accenna l’Alto Adige non è che il conflitto fra Chiesa e Stato o meglio fra cosiddetta coscienza moderna e gli storici principi del Cristianesimo. Ma un altro giornale liberale il Messaggero di Rovereto parlò ancora più chiaro e rivolgendosi ai liberali dell’Alto Adige scrisse ai 17 nov.: «Uniamoci tutti invece con ferma fede ed attività di lavoro per opporci a questo oltracotante clericalismo che ha già sfruttato il Trentino. Non è ancora maturo il popolo italiano per adoperare la scopa di Francia! Ma educhiamolo almeno che, quando sarà fatto conscio di sé, saprà dire la sua sovrana parola». Queste parole, contenute in un articolo tutto intiero dello stesso spirito sono un programma, sono un programma, come si suol dire, di anticlericalismo o come più esatto, di lotta nelle questioni ecclesiastico-religiose. Si vuole il bloc anticlericale per educare il popolo, affinché sia degno della scopa di Francia. Sapete che roba è questa scopa di Francia? La scopa di Francia è quella che ha spazzato via il nunzio della S. Sede da Parigi sicché il Vicario di Cristo venne proclamato in Francia uno «straniero», la scopa di Francia ha spazzato via frati e monache dai loro conventi, ha cacciato l’insegnamento religioso dalle scuola ed ora spazzerà fuori dalle Chiese tutti i sacerdoti che rimarranno fedeli al papa. Ecco la scopa di Francia che si augura al Trentino, ecco il fine a cui tendono educando intanto il popolo a tali gloriosi destini. Donde si vede che anche i nostri radicali prendono parte al movimento anticattolico generale e che se non combattono più energicamente «la rude campagna» è solo perché il popolo è ancora credente, non maturo. Qual è il dovere dei cattolici di fronte a tale situazione? 1) Tener fermo all’educazione cristiana del popolo ed educarlo cristianamente anche nella vita pubblica. Propagate quindi anzitutto la stampa quotidiana. 2) Partecipare attivamente alla vita pubblica, occupandosi di politica, elezioni e organizzazione. Fatevi quindi soci attivi della Unione politica popolare trentina, ossia divenite membri coscienti del Partito popolare trentino il quale si propone anche la difesa della libertà della Chiesa e degli interessi religiosi. L’oratore, dopo aver accennato alla nuova situazione elettorale, conclude la sua applaudita conferenza con un appello a tutti i consenzienti. Per vincere sono necessarie tre cose 1) coraggio e coscienza d’essere la maggioranza del paese 2) contatto col popolo e agitazione incessante delle nostre idee 3) ferrea disciplina che lascia da parte tutte le questioni secondarie, per raggiungere lo scopo comune. Nelle prossime elezioni generali noi ci presentiamo con un programma apertamente nazionale e sinceramente democratico, ma vi poniamo a capo la questione detta falsamente «anticlericale» ed esattamente religiosa. Si tratterà della scopa di Francia. Attenti dunque al manego della scopa di Francia!
6fc13421-9176-4de3-b7dd-0acbb2e6e2a8
1,906
3Habsburg years
11906-1910
Agli inizii della tua primavera, o 1907, avremo le elezioni generali. Tutti i trentini sopra i 24 anni godranno il diritto di voto. Peccato che non ne abbiano l’obbligo. Eppure se il suffragio universale non ha da riuscire una menzogna convenzionale anche per il Trentino, quest’obbligo dovremmo crearlo noi e farlo derivare invece che da una sanzione penale dalla voce imperiosa della coscienza. Quanto poco, o 1906, hai fatto per creare questa coscienza! C’è da temere che la partecipazione alle urne ceteris paribus non riuscirà gran che superiore alla media passata! Pessimisti fino all’ultimo, dobbiamo però ammettere che durante l’anno morente l’educazione politica del popolo trentino è sensibilmente aumentata. Quasi in ogni paese il partito popolare trentino ha avuto i suoi propagandisti, che spiegarono il suo programma. Programma chiaro, semplice, comprensivo anche per tutto il passato, non escluso quello che l’Alto Adige finge di non aver sentito né letto. Dappertutto il partito popolare trentino ha detto che conviene decidersi ed ha insegnato che il momento della decisione è quello della votazione. E una cosa abbiamo raggiunto di certo: che la cerchia della solidarietà e della responsabilità politica s’è allargata, che né via Dordi , né il giro al sass non sono più gli unici campi su cui l’avversario deve accettare la sfida politica. E benché i radicali non abbiano ancora avuta la modestia di contare colla nuova situazione e le frasi audaci siano la ripetizione di quelle che riportarono dall’esperienza tante sconfitte, è per certo che uno spostamento nell’asse politico accadrà. Le logomachie a base di frasi nei giornali di Trento hanno perduto l’importanza e quantunque l’Alto Adige mostri nell’aria e nel modo del comando tutta la sicurezza antica, il paese quel benedetto paese che una volta grandeggiava nelle sua colonne è divenuto un po’ ribelle, ed è proprio il suo naturale che gli ha consigliata solo la resistenza passiva. Noi preferiamo quella attiva. Certe frasi, il nullismo come metodo, devono venir combattute direttamente, non solo non seguite. E di nuovo facciamo appello a tutti i nostri amici di partito, perché prendano parte attiva alla politica. Nel 1907 abbiamo battaglia campale e la data è vicina. Come prepararvisi? Educate ed organizzate. Nelle società, nelle adunanze non lasciate trascorrere occasione alcuna per parlare al popolo delle elezioni generali imminenti, del dovere di parteciparvi, del programma del partito popolare trentino. Fatevi soci e date appoggio all’Unione politica popolare trentina che è l’organizzazione del partito. Non aspettate tutte le iniziative, tutta la forza propulsoria dal centro. Qui gli uomini sono pochi, ed hanno sulle spalle un lavoro molteplice, immane. Con questi propositi entriamo fidenti nell’anno nuovo e la sua costellazione politica che la mandi buona! Lieti della lotta, nonostante le sue asprezze, perché solo da essa aspiriamo salute confidiamo ancora in un maggiore risveglio da parte nostra: se verrà il nostro motto: cattolici, italiani, democratici sarà scritto nel 1907 sul labaro della vittoria.
4e1bc91b-6d5b-4fd1-a98c-bc3fd5df58bc
1,907
3Habsburg years
11906-1910
Cari lettori della Squilla! Oggi chi vi dirige da questo posto settimanalmente la sua voce ascoltata ed ammonitrice s’è messo per il momento – colpito dalla sventura – fuori di linea. Auguriamo che sia per poco. Intanto spero ascolterete la voce del vostro vecchio Fortis. Non vi dico cose nuove. Sapete già che nel nuovo anno avremo le elezioni generali per il parlamento. Coll’ultimo di gennaio scadono tutti i mandati e converrà eleggere nuovi deputati. Le elezioni si faranno in marzo, aprile o al più tardi in maggio. Questa volta il Trentino dovrà eleggere 9 invece di 6 deputati e godranno diritto di voto tutti coloro che avranno compiuto 24 anni di età, s’intende se hanno tutte le fascine a posto ecc. Tutti potranno votare, senza distinzione se sono poveri o ricchi, se pagano imposte o no. Il 1907 ci porta dunque il diritto di voto per tutti indistintamente, ossia il suffragio universale, eguale. Ma, attenti! In certe province dell’Austria non solo tutti avranno diritto di andare a votare, ma vi saranno anche obbligati, a scanso di una multa. Nella provincia del Tirolo questa legge dell’obbligo colle rispettive multe non è ancora stata fatta, noi però speriamo che almeno per le elezioni generali da qua a sei anni la legge ci sarà e che così la gente poltrona che non sa fare nemmeno i propri interessi venga costretta a difenderli. Intanto se non avete l’obbligo legale, avete però l’obbligo di coscienza! Voi dovete esercitare il vostro diritto di voto. 1. Come cristiani, perché, astenendovi dal votare, permettete che i nemici della Chiesa costruiscano una finta maggioranza in Parlamento colla quale promulgheranno leggi inique, come succede in Francia. 2. Come cittadini dello stato austriaco, perché avete l’obbligo d’interessarvi della sua vita e del suo avvenire. 3. Come contadini ed operai, perché al Parlamento si discutono e si decidono i vostri interessi circa le imposte, il servizio militare, i provvedimenti per l’agricoltura e le condizioni degli operai. Chi non va a votare dimostra di non capire niente e tradisce gli interessi suoi e quelli dei suoi compagni. Per il nuovo anno quindi non vi faccio che un solo augurio politico. Che nessuno di voi manchi al proprio dovere e che nel giorno delle elezioni si trovi al suo posto. Fortis
00d9bb4c-ee92-46f1-a0fe-b6e5e81f4aed
1,907
3Habsburg years
11906-1910
La festa degli uomini di buona volontà, nunzia di pace, fu giorno di provocazione di guerra per gli invasori. I giornali di Innsbruck sono zeppi di relazioni sulle feste natalizie, sugli alberi di Natale piantati dal Volksbund in Valsugana e sulle alture di Folgaria. Un italiano non può leggere quelle colonne fitte d’ingiurie e di falsità senza che gli monti il sangue in viso. Pochi uomini, ma energici ed avveduti, servendosi di una stampa diffusa, creano nelle città del Tirolo un’opinione pubblica la quale incomincia a credere quello che un giorno pareva solo un sogno romantico di un dottore bavarese: la germanizzazione di quel territorio che la geografia ufficiale chiama «parte italiana della provincia». È questa un’aspirazione che alla grande maggioranza dei partigiani del Volksbund stesso sembrerà molto lontana, un ideale difficilmente raggiungibile. Ma v’è un’altra meta, la quale può sembrare più vicina, più raggiungibile: la distruzione nella coscienza tirolese della provincia bilingue, dove la maggioranza deve pur fare i conti con la minoranza e parallelamente la distruzione nella coscienza trentina del Trentino con tutti i suoi ideali, con tutta la sua storica lotta. La prima parte del programma politico ci pare già riuscita o almeno bene avviata. Di questi giorni infatti il Volksbund, società non politica, fa della politica addirittura elettorale. Si può leggere che il dr. Grabmayr non riuscirà a far accettare la sua candidatura nel collegio delle città di cura, perché non è né socio né favorevole al Volksbund. La seconda è un po’ più difficile, ma i tentativi di attuarla sono ormai tanto evidenti e ripetuti che meritano considerazione. Apertamente si afferma che il Volksbund ha tendenze antiautonomistiche e, tanto per non far della politica, nelle Innsbrucker Nachrichten di ieri si minacciano i preti e i signori di avviare una protesta alla gente che lavora contro l’attuale tattica della deputazione italiana. La minaccia è poco seria; non è però fuor di luogo l’avvertire che in certi villaggi la demagogia volksbundiana potrebbe almeno riportare un qualche frutto, per quanto momentaneo. Di fronte a questo stato di cose è specialmente il partito popolare trentino per il carattere suo, chiamato alla difesa. Intensificare il lavoro di propaganda, educando il popolo ad una coscienza positivamente nazionale, illuminarlo politicamente ed attirarlo entro la sfera delle responsabilità politiche è un compito che urge sempre più, e pecca d’omissione colui che fidandosi del suo intervento autorevole sul momento, non concentra tutti gli sforzi suoi nell’educare politicamente le classi rurali. Presto si proclameranno le elezioni all’impero; seguiranno nel medesimo anno quelle dietali. Per le une e per le altre il Partito Popolare si presenta col suo programma economico-nazionale. In questo senso è necessario che il popolo dia la sua risposta agli invasori con la scheda elettorale. Noi, fidando nella nostra organizzazione e nella bontà della causa, speriamo che il popolo ci segua e che respinga con noi i perturbatori della pace, i seminatori della discordia.
d0483de2-21f9-4ab9-a918-951567943460
1,907
3Habsburg years
11906-1910
Le Tiroler Stimmen di oggi hanno un articolo sull’agitazione elettorale e il Tiroler Volksbund. Si ricorderà, e vi abbiamo accennato anche ieri, che il Volksbund ha negato pertinacemente di far della politica. Noi abbiamo invece sostenuto che la società in genere e l’attività dei suoi propagandisti in terra italiana mira esplicitamente a combattere la politica autonomista degli italiani. Il Volksbund in pratica, almeno nelle sue relazioni con noi, si è manifestato come una società politico-nazionale, per quanto lo statuto lo escluda. Nessuno però dei giornali tirolesi volle ammettere quanto noi abbiamo asserito ed era evidente; anche il Governo fece come Pilato. Uomini conservatori che spesso in altri campi furono verso gli italiani equanimi, in quanto al Volksbund rimasero irremovibili, si risero delle nostre proteste, anatemizzarono noi come irredentisti e al Volksbund mandarono telegrammi... adesioni, denari. Invano noi abbiamo richiamata l’attenzione di costoro sugli emissari del Volksbund, seminatori di discordia, aizzatori contro il prete e la scuola . Noi eravamo irredentisti, fuori di discussione – Hetzblätter – e tanto basta. Ora tuttavia pare che il tempo faccia vendetta. Dicemmo ieri che l’attività politica del Volksbund si spingeva tanto innanzi da immischiarsi addirittura nelle faccende elettorali del Tirolo, ove si vuole negare il mandato al liberale Grabmayr, perché non aperto sostenitore del Volksbund. A tale potenza sono giunti i Meyer, i Rohmeder e compagnia, aiutati dalla stampa nazionalista e radicale. E questa volta se ne lagnano anche le Tiroler Stimmen, le quali si richiamano allo statuto non politico del Volksbund e respingono il tentativo di fare d’esso la piattaforma elettorale. Così si vendica la storia, e noi siamo lieti che fra i tedeschi stessi sorgano ora prove di un’attività che non si voleva ammettere esistesse verso di noi o sulla quale si chiudeva un occhio volentieri. Le Tiroler Stimmen s’occupano poi anche degli emissari del Volksbund e della loro attività nella parte italiana della provincia. «Si è constatato parecchie volte – dice il giornale innsbrucchese – che il nome del Volksbund viene sfruttato per imprese private di alcuni. Quello che viene compiuto nelle oasi tedesche del Tirolo meridionale da persone private e senza incarico ufficiale, naviga poi sotto la bandiera del Volksbund: questo sarà anche il motivo, per cui il Volksbund viene combattuto dagli italiani con tanta veemenza. Il Volksbund afferma bensì che esso non è che una società di difesa per il Tirolesismo e di non aver tendenze aggressive germanizzatrici. Gli italiani però gli ascrivono tendenze germanizzatrici e ciò non è senza apparente fondamento, perché tocca loro d’udire replicatamente dai membri del Volksbund, che deve venir rifatto tedesco tutto quello che una volta era tale. Questa delimitazione è oltremodo elastica e tale postulato dà occasione agli italiani di lagnarsi circa l’invasione e l’attività germanizzatrice del Volksbund». Le Tiroler Stimmen dopo aver premesso che i lagni della stampa trentina sono esagerati e non sempre giusti, ammette però che «il contegno non sempre felice né prudente di quei signori, che girano per le oasi del sud», dà spesso occasione ai lagni italiani: «Anche la stampa tedesca del Tirolo attizza il fuoco. Il modo di scrivere che per esempio ieri il professor E. Meyer usa nelle Innsbrucker Nachrichten contro i “Welschen” preti non è assolutamente da approvarsi. Gli Hetzblätter italiani come l’Alto Adige e Il Trentino e tutti quanti urlano di barbari tedeschi invasori». Noi condanniamo questo modo odioso di scrivere; ma se il professor Meyer affibbia al clero italiano titoli come «welsche Hetzer», promotori di disordini, e li accusa di abusare del pulpito e del confessionale ecc. dobbiamo estendere la condanna a lui. Così il giornale cattolico di Innsbruck. Volentieri prendiamo nota di quest’articolo che si avvicina certo alla verità, volentieri per questa franca condanna di certi emissari, sopporteremo il titolo di «Hetzblätter» che noi, i quali abbiamo sempre fatto appello alla pace, finché fu possibile non crediamo certo di meritare.
140295ea-a7ab-4b98-82f9-33ac0460af49
1,907
3Habsburg years
11906-1910
L’Alto Adige di ieri sera apre la campagna per l’elezione suppletoria per la Dieta che prossimamente dovrà farsi nelle Giudicarie. L’organo radicale mette subito fuori di discussione l’on. Mons. B. Delugan , del quale ammette la rispettabilità, ma nega che possa sentire e rappresentare i bisogni e gli interessi della vallata, perché ad essa estraneo. La candidatura dell’on. Mons. B. Delugan non è ancora proclamata dall’Unione popolare trentina d’accordo con i fiduciari del collegio: è quindi fuori di luogo d’accettare la discussione su di un terreno che non è ancora dato. Solo osserviamo che l’obiezione dell’Alto Adige è molto debole. L’on. Mons. Delugan è ora deputato della V curia parlamentare , rappresenta quindi una larga cerchia d’interessi del Trentino intiero, comprese le Giudicarie. In via di fatto l’on. Delugan ha sempre corrisposto a questo suo compito, non solo propugnando interessi d’indole generale, ma occupandosi anche dei bisogni locali dei singoli collegi. E fra questi le Giudicarie non rimasero certo addietro. Riteniamo del resto che i giudicariesi sarebbero ben lieti d’avere un deputato così solerte; così attivo come l’on. Mons. Delugan. L’altra obiezione dell’Alto Adige trattarsi di un clericale e del presidente dell’unione clericale non farà più paura a nessuno. I cosiddetti clericali hanno dimostrato coi fatti d’essere un partito del lavoro, del progresso, della democrazia e di fronte ai fatti le vecchie frasi hanno perso il loro prestigio e il loro vigore.
f565499c-f4be-48ae-96fc-5c024996de93
1,907
3Habsburg years
11906-1910
[...] Sarò breve, chiaro, pratico. Possiamo vantarci d’esser stati in quest’ultimo tempo fra quelli che più di ogni altro hanno fatto opera di democrazia, spiegando al popolo in comizi e sulla stampa il nostro programma politico; oggi si tratta quindi di riassumere, di fissare ancora una volta i capisaldi di quanto devo presumere già noto, discusso, accettato definitivamente. La nuova legge elettorale chiama alle urne ogni cittadino austriaco che abbia compiuto 24 anni di età e dimori da almeno un anno nel comune in cui vota. Almeno ogni comune avrà la propria commissione elettorale, ove si voterà direttamente per il deputato parlamentare. Il Trentino venne diviso in nove collegi. Questa distrettuazione risale ai rappresentanti liberali che seppero indurre il governo a rompere la continuità territoriale, come era prevista dal barone Gautsch, per due collegi privilegiati, ove il partito liberale avesse l’esito assicurato, a danno dei cosiddetti collegi rurali. Noi abbiamo protestato contro l’incoerenza, l’ipocrisia politica dei liberali e la «commedia del suffragio universale» non si cancellerà così presto dalla memoria. Ma i liberali furono più potenti di noi e non ci resta che adattarci ai fatti compiuti, confidando in tempi in cui i progressi della democrazia e della sincerità politica daranno alla nostra protesta maggior efficacia pratica. La riforma elettorale porterà anche da noi queste conseguenze: aumentando il numero degli elettori e venendo stabilita l’eguaglianza del loro diritto, diminuisce l’influsso personale di pochi, l’autorità perde della sua forza, mentre ne guadagna la convinzione. Crescendo la cerchia della partecipazione e della responsabilità politica aumenta la forza d’attrazione di idee generali, mentre indebolisce il punto di vista locale. Così il programma viene a valere più che la personalità di un candidato e all’influsso individuale viene a sostituirsi la forza collettiva dell’organizzazione. Chi vuole dunque affrontare con fiducia la lotta deve avere un programma chiaro ed un’organizzazione forte. Riassumiamo brevemente come stiamo noi riguardo a quello e a questa. Il partito fu nel concetto di molti ed è altrove forse ancora sinonimo di fazione, discordia, pregiudizio. La vita politica moderna lo ha però reso necessario, le costituzioni più avanzate ne tengono già conto come di un ente giuridico-sociale nell’organismo dello Stato: il ministro della giustizia del Belgio appoggiando la nota legge del suffragio proporzionale che espressamente presuppone i partiti, respinse tutti i rimproveri dell’individualismo liberale sentenziando: «les partis sont nécessaires dans la vie politique et parlamentaire». L’oratore poi passa a parlare dell’organizzazione nostra: «L’organizzazione di partito è l’Unione popolare politica trentina. Venute su le associazioni di coltura, le società operaie, i circoli e le associazioni economiche, le quali sono fuori della politica, ma che ne possono informare i principii, si doveva pensare ad una organizzazione generale politica. Lasciate cadere tutte le altre denominazioni, abbiamo scelto quella di popolare, nome che fissa il carattere della società. Popolare perché vuol essere organizzazione di popolo e di politica democratica, popolare, perché pur volendo propugnare gli interessi di tutte le classi, non si lega più specialmente ad alcuna, ma chiama alla rappresentanza ed alla vita politica tutto il popolo Trentino nella sua fede cristiana, nell’italianità della sua famiglia, nella varietà delle sue energie economiche. Il partito popolare doveva essere una lega generale per l’educazione politica, doveva diffondersi in tutti i nostri comuni in modo che in ogni luogo elettorale si raccogliesse un nucleo di soci addestrati, i quali, anche in tempo di elezioni, divenissero l’organo vivo in contatto con la direzione centrale. Era nostro ideale di diffondere ed organizzare l’Unione in modo che i suoi soci potessero dappertutto essere contemporaneamente i fiduciari di parte nostra, sì che le decisioni e il lavoro per l’elezione si facessero entro le nostre mura senza bisogno di estranei soccorsi. Quest’ideale è ancora ben lontano! Grande è il campo e pochi sono i lavoratori, ma un passo importante l’abbiamo fatto: in ogni collegio vi è ormai un buon numero di soci. Durante la prossima campagna elettorale si presentano ottime occasioni per diffondere l’Unione e guadagnare soci al partito. Converrebbe che in ogni comune almeno i componenti il comitato elettorale s’inscrivessero nella nostra organizzazione politica». Il dr. Degasperi, passando poi alle proposte concrete, dopo brevi motivazioni mette alla discussione prima l’ordine del giorno programmatico e poi le proposte di tattica che, con le modificazioni derivate dalla discussione, riportiamo qui letteralmente. «Noi, membri del Partito Popolare Trentino, raccolti in Trento nell’adunanza generale dell’Unione politica popolare al 6 febbraio 1907, riaffermando in generale i postulati dell’Unione politica popolare trentina: Condanniamo il tentativo, manifestatosi recentemente, d’inaugurare anche in Austria, sull’esempio della Francia una politica antireligiosa combattendo il cristianesimo nella famiglia, nella scuola, nelle pubbliche istituzioni; Facciamo voti che il futuro Parlamento, lasciando lotte perniciose ed infeconde, promuova la riforma sociale cristiana con una legislazione moderna, a favore dei lavoratori, del ceto medio ed ad elevamento delle classi agricole; Chiediamo che la legislazione venga modificata secondo i bisogni dei nostri tempi, riformando in senso popolare la legge sulle riunioni e quella sulla stampa, riducendo la ferma militare a due anni, allargando il diritto di voto alle classi popolari anche per le Diete e per i Comuni; Noi vogliamo l’integrità nazionale del Trentino, vogliamo conservato non solo il patrimonio linguistico ma rafforzato anche lo spirito nazionale del popolo, creando in lui una coscienza nazionale positiva, ed aumentandone i beni nazionali; Noi chiediamo per il nostro paese autonomia amministrativa, il risanamento delle finanze comunali con contributi dello Stato e della Provincia, lo sviluppo della viabilità trascurata e della rete ferroviaria, il promuovimento dell’agricoltura e dell’industria, la regolarizzazione dell’emigrazione e la tutela dell’emigrante. All’attuazione di questi postulati e del nostro programma integrale, ci auguriamo vengano eletti uomini indipendenti, attivi, buoni cristiani, bravi italiani, sinceri democratici. Proposte di tattica 1) La Direzione dell’Unione politica popolare trentina agisce in base allo statuto come comitato elettorale generale per tutto il Trentino. 2) Almeno in ogni luogo elettorale è da costituirsi un comitato locale, il quale deve annunziare entro il 15 marzo 1907 la sua costituzione alla direzione dell’Unione politica popolare. 3) Per stabilire le candidature del partito popolare trentino la Direzione dell’Unione politica popolare deve accordarsi coi fiduciari del collegio; la proclamazione definitiva è riservata alla Direzione dell’Unione politica popolare trentina. 4) Preferibilmente il candidato sarà persona pertinente al collegio dove viene proposto. Criterio decisivo però dev’essere che egli sia uomo che per i suoi principii e per le sue attitudini dia seria garanzia di propugnare fedelmente ed energicamente il programma del partito e di promuovere gli interessi del suo collegio. 5) Il candidato dovrà presentarsi personalmente nel suo collegio per esporre il suo programma e in caso della sua elezione, gli è raccomandato fin d’ora di mantenere frequente contatto con gli elettori. 6) In eventuali ballottaggi decide circa la posizione del partito la Direzione dell’Unione politica popolare. 7) L’assemblea decide che il Partito Popolare proclami candidati in tutti i sette collegi delle vallate. Per i collegi di Trento e della città e borgate meridionali si rimette la decisione alla Direzione dell’Unione politica popolare trentina, la quale è incaricata di sentire sul da farsi il parere dei fiduciari. 8) Le spese elettorali per conferenze, eventuali stampati, viaggi sono a carico della Direzione dell’Unione politica popolare trentina, eventuali piccole spese che fa il comitato locale per scopi puramente locali sono a carico del comitato locale».
7e01409d-8e06-4fd3-b198-519a8d84d2f1
1,907
3Habsburg years
11906-1910
Liberali e socialisti, per l’occasione delle elezioni, hanno subìto una profonda trasformazione. Gli uni e gli altri nascondono il programma massimo e fanno pompa di un programma minimo più o meno sincero. Da grandi riformatori sociali si sono mutati in rappezzatori di vesti, e messi al muro con domande chiare ed esplicite sui loro principii supremi, cercano di scapparsela con frasi vaghe ed elastiche che nascondono un inganno. A udirli, par quasi che si faccia loro un torto, chiedendo qual posizione prenderanno nelle questioni che riguardano le relazioni tra la Chiesa e lo Stato, la scuola, la famiglia. O che c’entra la religione con la politica? Che ha essa da fare in Parlamento? Eppure, si sa che molti partiti, e in capo a tutti i tedeschi liberali, già da lunga mano vanno preparando il famoso blocco anticlericale sull’esempio della Francia. Si sa che essi contano fin d’ora sull’appoggio di tutti i liberali d’ogni nazione e sui socialisti, per assicurarsi all’uopo la maggioranza e impegnare la battaglia. Si sa che già nel parlamento cessato essi tentarono di spuntarla col divorzio e con il Kanzelparagraph. Si sa che nel ministero presente siedono tre ministri, membri della società per la scuola laica, Freie Schule, e questi tre ministri, Prade , Derschatta e Marchet , si aspettano dalla votazione del 14 maggio di essere riconfermati al potere, per spiegare quell’attività che l’anno scorso fu impedita o troncata dalla necessità di non turbare e compromettere l’esito della riforma elettorale con altre questioni. Non desterà quindi nessuna meraviglia che i vescovi austriaci nella pastorale collettiva dello scorso ottobre abbiano messo in guardia i cattolici contro il pericolo minacciante anche in Austria la famiglia e la scuola, e poco prima che il vecchio parlamento morisse e si indicessero le elezioni per il nuovo, abbiano invitato con calde parole i cattolici a organizzarsi e provvedere alle loro sorti e a quelle della Chiesa. Questo invito risuonò un’altra volta in molte parti, ed anche in mezzo a noi, al principio del tempo quaresimale; segno evidente che le preoccupazioni sono fondate, che tengono in ansia anche i pastori della Chiesa e che non si deve illudersi sulla gravità della situazione. Ma intanto i nostri liberali vanno tacciandole di sogni, ne ridono e smesso il pelo del lupo vorrebbero passare per agnelli. Ragione di più per diffidare e mettersi in armi. Del resto, per buona fortuna, non è sempre tempo di elezioni e nel periodo che corre in mezzo i liberali non si danno cura di nascondersi, anzi si sbottonano per bene e mostrano quel che sono. Così è successo anche nel Trentino, specialmente in certi momenti nei quali i radicali a braccetto con i socialisti tentavano la scalata al potere. Riandiamo dunque quei giorni e vediamo come parlavano coloro che oggi evitano con cura di toccare le questioni più scottanti, eludono la risposta e fanno un grande consumo elettorale di «rispetto al sentimento religioso». Al mattino gli studenti, liberali e socialisti, furono accolti in municipio, in quel municipio che s’era rifiutato di dare qualsiasi segno di partecipazione, quando 5000 trentini delle vallate, pochi dì prima, dopo un imponente congresso, sfilarono per le vie della città e il primo cittadino dichiarava che Trento salutava in essi «i continuatori dell’opera del Canestrini» . Al pranzo, il Sighele, fra applausi ed ovazioni, esaltò la dimostrazione canestriniana come «una protesta contro chi vuol castrarci nazionalmente e scientificamente con la compressione del pensiero e col coltello del dogma», e spronò a tutto potere gli studenti alla lotta contro i «preti». Poi il primo cittadino parlò ancora e riconobbe in quei giovani i campioni «che allontanano dalla marcia del progresso chi cerca di attraversarne la strada», ricordando con soddisfazione tre monumenti sorti a Trento, ultimo quello a Canestrini «che rappresenta la scienza nelle sue più audaci conquiste». E dire, di passaggio, che il successore del Canestrini a Padova, come annunziavano a suo tempo i giornali d’ogni colore e come ne fa fede l’opuscolo edito a parte, incominciò le sue lezioni con una prolusione in cui dichiarava tramontato il sistema darvinista! Uh, la scienza, quanti servizi deve rendere! Dopopranzo, nuova rappresentazione; questa volta nel cortile del palazzo nuovo del municipio. Ivi un certo Moschen tornò a recitate la canzone dell’uomo, diventato «il più perfetto dei mammiferi»; ivi risuonò la frase alata dei «rospi» che si schiacciano sulla via; ivi si proclamò che Dio è uno e trino quanto è uno e quaterno, e dopo una sì solenne ubbriacatura di eresie e di odio partigiano, una lunga tratta di studenti, dottori e poveri traviati si avviò fra le grida di «abbasso i preti!» a scoprire il busto. Molte altre cose vi sarebbe da aggiungere – sfogliando i numeri dell’Alto Adige, e del Popolo – se volessimo rievocare pienamente quella giornata con cui si iniziò ufficialmente «la rude campagna anticlericale»; ma il detto e ricordato basti. Nemmeno vogliamo per oggi continuare l’enumerazione del rispetto dimostrato dai liberali ai sentimenti religiosi del popolo in altre occasioni fino al presente; ciò sarà materia di altri articoli. Ma ve n’è già abbastanza e anche troppo per conchiudere fin d’ora che le odierne dichiarazioni, o meglio le odierne scappatoie dell’Alto Adige e dei liberali trentini, sono mere lustre e lacci ingannatori. Si sono accorti, per le indignate ripulse e le tempestose proteste di un popolo intero, che il loro programma integro e schietto li rende invisi e chiude loro in faccia le porte della grande maggioranza; quindi usano le arti più scaltre, e tentano di far passare la merce liberale di contrabbando, accarezzando passioni di classe, interessi particolari, ambizioni private; ma il serpe si nasconde nell’erba, e ognuno che abbia gli occhi aperti, può vedere di leggeri, quale sia lo scopo ultimo del partito liberale: l’emancipazione perfetta della famiglia, della scuola, della società, dell’idea cristiana e financo dell’idea religiosa. E noi, agguerrendoci alla battaglia e impugnando l’arma potentissima del voto, rispondiamo: Pro aris et focis!
7379589d-8ce2-4983-8de2-3eb725a52c00
1,907
3Habsburg years
11906-1910
Tutto ci era dunque permesso, dappertutto poteva sventolare la bandiera della cristiana democrazia, fuorché in un collegio solo, in quel collegio, messo assieme in modo da meritarsi l’epiteto di: «baronia elettorale» . Così almeno è d’uopo conchiudere leggendo la stampa anticlericale, ove la rabbia mal repressa si sfoga in mille modi. Eppure quali ragioni militavano per la nostra astensione? Forse che la nostra bandiera è meno degna di essere issata liberamente di quella socialista? Forse che il nostro programma è meno buono, meno vivo di quello socialista? Forse che coloro che lavorarono instancabilmente per il popolo dovranno assistere indifferenti ad una lotta fra liberali e socialisti? Noi abbiamo diritto di issare la nostra bandiera e in questo tutti i fiduciari del collegio sono d’accordo. Non imposizioni centraliste, non i «clericali di Trento» sono coloro che provocano a qualunque costo la lotta, ma è la coscienza politica che si risveglia anche là dove i liberali avrebbero voluto il sonno eterno. Il suffragio universale, è vero, per opera dell’on. Malfatti ha lasciata intatta la baronia, ma solo nella sua forma geometrica esterna. Ciò potrà forse assicurare il mandato ai liberali, ma non impedire che lo spirito dei tempi nuovi passi e susciti speranze buone e benefici ardimenti. Il Messaggero accusa i «clericali» di voler candidature solo per portare la «confusione». Ironia delle parole! Non per la confusione, ma per la chiarezza, per le posizioni nette, per l’educazione politica è stata decisa la lotta anche là dove essa è difficile. La confusione invece ve la vogliono mantenere i liberali a qualunque costo. Del resto voi, liberali, proprio voi, ci venite a muovere questo rimprovero? Voi che nel collegio rurale di Rovereto fate passare il liberalismo di contrabbando mascherato di antivolksbundismo, voi che in Valsugana avete proclamato un candidato, perché è uomo influente in un partito locale e ristretto, detto, a ricordo di un monumento votato, di Andreas Hofer ? Voi parlate di confusione, voi che cercate di vincere non in nome del vostro programma e della vostra azione popolare, ma aizzando una parte del collegio contro un’altra, come fate in Fiemme o sollevando la questione di campanile a Rovereto, dove Il Messaggero s’ostina a propalare – brutto segno questa ostinazione – che «i clericali di Trento mettono a nudo la loro fobia ed il loro odio contro il nostro podestà Malfatti»! Risorgano ora i vostri vecchi, gli antichi glorificati corifei del partito liberale nazionale e vedano che strazio fate voi, indegni epigoni di questo Trentino che dite di volere uno, forte, libero, ammirino le arti a cui dovete ricorrere voi, radicali e liberi pensatori a Trento, moderati-nazionali a Rovereto, puro sangue fiemmazzo in Fiemme e hoferiani in Valsugana. La vostra coscienza politica si fa vile, vile fino a pretendere che si dimentichino gli scatti di sincerità che avete avuto ieri, le pose franche nelle quali un momento s’è fermato il vostro acrobatismo. Se codesta è la vostra «primavera» di cui l’Alto Adige si ricrea, se codesta è la resurrezione che attendevate, meglio era l’inverno silenziosamente dignitoso, meglio la tomba onorata e pianta. E consolatevi: Alcide, per tutto ciò, non perde la calma, non allibisce, non infuria, come scrivete voi. Egli, povero «ragazzotto presuntuoso» come lo chiama ieri il corrispondente dell’Unione, ha l’unica presunzione di combattere assieme agli altri per il proprio programma, per l’ideale cristiano nella politica trentina e lo fa con franchezza senza transazioni, senza vili compromessi, con l’opportunità del momento, guardando in faccia agli avversari. E la prossima votazione darà torto agli opportunisti, ai mercatori di voti a prezzo della coscienza, e darà ragione a chi ha voluto le situazioni nette. Il popolo trentino progredisce politicamente e i suoi progressi sono a danno dei metodi, delle transazioni, della confusione, di tutta questa montatura posticcia, per la quale il liberalismo trentino stenta ancora la vita. In nome dell’educazione politica, lode a voi, dunque, amici delle città meridionali, che avete preso un’energica risoluzione. Sia ora l’opera vostra instancabile, sia il lavoro vostro prudente e costante, affinché i fatti corrispondano ai fermi propositi. Il Rubicone è passato, la campagna deve venir combattuta e finita con onore. Il Messaggero ha un paragone geniale che merita di venir ricordato. L’energica formula di Rocca d’Adria «e il mulo sia» che il direttore dell’Avvenire ha messo a capo delle offerte per la fondazione di un giornale umoristico contro l’Asino mi pare applicabile alla decisione dei nostri fiduciari del collegio meridionale di entrare in lotta . E il «mulo», cioè il candidato sia!, chiosa Il Messaggero. «Ma ricordate – continua il giornale liberale in un’apostrofe minacciosa – che tutti i buoni roveretani ecc. ecc. sapranno degnamente accogliere il “mulo”, più o meno reverendo che sia, che voi clericali di Trento (ah, quel Trento!) vorreste imporre alla nostra città per potere un giorno in nome della religione offesa spadroneggiare in essa come fate nei paesi di montagna. Ricordate tutto questo e... mandate pure il vostro mulo!». Il paragone, come i lettori vedono, è veramente delicato e geniale. I colleghi del Messaggero questa volta però l’hanno fatta grossa! Hanno dimenticato che un paragone è sempre composto di due parti, e che il «mulo» di Rocca d’Adria fu contrapposto a l’Asino. Orrore, colleghi roveretani, vi assicuriamo che a nessun trentino, per quanto clericale, è mai saltato in testa uno scandalo simile. Vorreste paragonare il vostro podestà all’organo schifoso di Podrecca ? Vergogna! La campagna elettorale v’ha fatto perdere il ben dell’intelletto? Meritereste una tiratina d’orecchi da uno di Trento, e, clericale che fosse! Il Messaggero ha la posa di giornale informatissimo, e ne sballa di grosse. Figuratevi che oltre a conoscere il nome del nostro candidato dr. Antonio Zanoni che dice «ottimo uomo e nome rispettato ed amato», ne conosce anche tutte le lotte dell’anima e il perché «non accetta», e il perché «accetta anche», o perché accetta «nonostante» e che finirà con «l’accettare» se e così via di seguito. Anzi Il Messaggero è tanto informato che vi sa dire che è stata offerta la candidatura al Rev. Parroco di Cavedine, il quale non ha accettato ed... altre simili fandonie. Ieri poi Il Messaggero incomincia a temere che la faccenda col dr. Zanoni si faccia seria e non la trova più uno «spettacolo gustoso», ma incomincia a dire che il dr. Zanoni che ieri era pur nome rispettato ed amato, non è uomo adatto, che non conosce il collegio e che non è conosciuto, che in tanto in quanto è il factotum del curato di Dro; che egli ha dichiarato di non abbandonare la condotta medica; che non si sente d’assumersi il Durone e che perciò chiederebbe il soccorso del dr. Lanzerotti. Il Messaggero sa poi anche che è stata emanata «una circolare, assai eloquente ai parroci, ai sacerdoti in genere delle città meridionali contenente delle istruzioni molto efficaci per raccogliere voti ad ogni costo». Eh! Che diavolo, avete la febbre, che circolari avete visto? Saremo curiosi di vederla anche noi questa circolare famosa!
597d9e02-1871-4dc8-ab43-021a2b1ee51e
1,907
3Habsburg years
11906-1910
L’Alto Adige tiene per sicura la candidatura di Mersi , anzi la dà come un fatto compiuto, ed espone il suo parere in proposito. Il Mersi è liberale, e quindi non può rappresentare i sentimenti religiosi della nostra popolazione. Il più ch’egli potrebbe fare sarebbe trincerarsi dietro «il rispetto ai sentimenti religiosi» sull’esempio degli altri liberali di ogni tinta e gradazione. Ma di ciò l’Alto Adige non si occupa affatto. Che importa a lui di tali cose? Egli ha chiamato tre milioni di cretini i cattolici italiani che protestarono contro il divorzio, egli ha soffiato nelle gazzarre canestriniane , egli ha applaudito alle canagliate di Combes, e Clemenceau in Francia egli anela allo stato, alla scuola, al matrimonio laici; egli ha messo nel programma elettorale un ambiguo inciso sulle questioni religiose solo per buttar polvere negli occhi ai gonzi; epperò il liberalismo del Mersi non lo mette in apprensione. Esso però ha messo già altra volta in apprensione le nostre popolazioni che alla fine non guardano al solo pane ma anche agli interessi morali; tantochè in altra occasione la candidatura Mersi, preparata, gonfiata, strombazzata in antecedenza, precisamente come questa volta, e poi proposta al pubblico, fece un fiasco solenne. La storia ha dei ricorsi, diceva quella buonanima di Vico, e i mersiani se ne accorgeranno! Tornando a noi, della questione religiosa l’Alto Adige non si cura e lo mostra tacendo affatto. Della questione economica parla parecchio, per dichiarare che l’abilità in cose tali conta poco per un deputato. Infatti, egli dice, quando si trattano questioni tecniche, i deputati approvano il lavoro delle commissioni e queste danno grande peso ai periti, e fra i periti può ben essere e sarà interrogato il Mersi, senza essere deputato. «Nel deputato», conchiude il giornale di Via Dordi «si deve quindi tener conto sopra tutto delle idee politiche nazionali, giacché sono precisamente le questioni politico-nazionali quelle, delle quali il Parlamento è precipuamente chiamato ad occuparsi, e che tocca ad esso risolvere» . Questo concetto corrisponde a meraviglia al modo tenuto nella conferenza di Tione dall’avv. Antonio Stefenelli, che discorse parecchio dei clericali, cui negò libertà di voto e amor vero alla propria nazionalità; che bagatellizzò le questioni del divorzio e della scuola laica, che esaltò il nazionalismo dei liberali; e quanto alla parte economica, si dispensò dal trattare ampiamente e dal toccare vari punti, osservando che in ciò il nuovo programma liberale corrisponde (anzi è rubato!) a quello dei clericali e questi o l’avevano già spiegato o lo spiegherebbero agli uditori tionesi. Sì, sì; l’economia per un deputato – secondo l’Alto Adige – conta poco, e sembra che avesse piena ragione il poeta satirico quando cantava: Rosina, un deputato Non preme una saetta Che s’intenda di stato: Se legge una gazzetta E se la tiene a mente È un licurgo eccellente. Non importa nemmeno Che sappia di finanza: Di queste seccature Sa il nome e glien’avanza; E se non sa di legge, Sappi che la corregge. Ma, stando le cose come abbiamo esposto, vien fatto di interrogare: oh, perché dunque i liberali si sono data premura di copiare il nostro programma economico? Perché alcuni di loro lo vanno ricantando e, non contenti di dichiarare che si lavorerà seriamente per la sua attuazione graduale, promettono mari e monti come i cerretani? Brutta posizione in cui si è messo l’Alto Adige che per mero opportunismo politico deve aggrapparsi ai campanilismi e atteggiarsi a supernazionale, far alleanza cogli hoferiani e combattere il Mersi , fare il venditore di riforme economiche e dichiarare che un deputato poco monta che ne abbia una larga cognizione! Il forte del deputato è la questione politico-nazionale. Se si volesse fare la satira ai liberali si potrebbe continuare col Giusti: La patria è un poderetto Da sfruttare e nient’altro La libertà si prende, Non si rende o si vende. L’Italia è come un testo Tirato sulla chiosa E de’ Bianchi e de’ Neri, Come Dante Alighieri. Riguardo all’eguaglianza Superbi tutti e matti: Quanto alla fratellanza, Beati i cani e i gatti. Fratelli, ma per Dio Intendo che il fratello La pensi a modo mio Altrimenti al macello! A detta di Caino, Abele era codino. Eh, che bel deputato politico-nazionale! Quello dell’Alto Adige rispetterebbe la religione, lasciando che i deputati idrofobi mangino i preti, i frati e le monache, mentre lui esce dall’aula a fumare un zigaretto; si occuperebbe d’economia, votando per il parere dei periti, e penserebbe alla politica. Questa condotta, secondo i criteri dell’Alto Adige, frutterebbe meraviglie. Vi ricordate, elettori, delle cuccagne che vi ha già portate? Tutto o nulla, gridava l’Alto Adige nell’autonomia. Aveste il nulla. Tutto o nulla, gridava l’Alto Adige nella questione universitaria. Aveste il nulla e col nulla politico-nazionale il popolo e il paese ebbero da satollarsi il corpo e l’anima. Per dargli da bere si votò e si strillò contro la legge che colpiva la moltiplicazione industriale e artefatta del miracolo di Cana; e se l’appetito non è ancor soddisfatto si abusa e si abuserà di un articolo, già corretto e ridotto ai veri termini, per aizzare i commercianti contro la cooperazione popolare, di cui i liberali si vantano paladini. Questa è la politica, l’alta politica che preme all’Alto Adige e per la quale strilla contro il Mersi. Ben altre armi occorrono all’uopo. Bisogna presentare uomini, i quali in tutti i campi, nel religioso, nel politico e nell’economico, non solo rispettino, ma rappresentino, difendano e promuovano gli interessi del popolo trentino. Questo è ciò che fece l’Unione politica popolare. E l’Alto Adige e l’Associazione politica liberale che cosa fecero? Non vollero esporre i loro capi, i loro uomini principali, perché troppo rincresceva loro di vederli trombati ai 14 maggio , invece andarono di vallata in vallata ricercando in ristrette conventicole chi si fosse prestato a mettere confusione fra la gente e distrarre il maggior numero possibile di voti dal candidato popolare. E per tal modo, senza badare pel sottile su chi cadesse la scelta, si sfruttarono le più grette passioni e si adottarono in vari collegi criteri cozzanti fra di loro. E in Vallagarina si prese pretesto dal Volksbund per pubblicare la candidatura Postingher , e in Valsugana si fece alleanza cogli hoferiani in pro’ del Tomaselli, e in Fiemme si tirò fuori un altro maestro, lontano già da anni dal suo paese, e, voltando bandiera, si cominciò a spasimare per i vicini, prima combattuti e perseguitati e per Vezzano, Pergine e Trento si propose un medico del Lomaso, ignoto a tutti gli altri, e del quale non pochi chiedono se, in caso, abbandonerebbe i suoi affari professionali per fare il deputato e si acclamò alle candidature e ai tribuni socialisti; e contro i nostri candidati si fece una schifosa campagna personale, non disdegnando di scendere a menzogne, a trivialità, a insinuazioni d’ogni sorta. Il più colpito, in questo riguardo, fu il Tonelli , uomo che nella sua lunga carriera sempre francamente manifestò i suoi sentimenti cattolici e nazionali e fece un immenso bene agli italiani di Bolzano ed Innsbruck, fondando nella prima il Sodalizio cattolico italiano ed aiutando validamente nella seconda la Confraternita italiana, unici asili e unica difesa dei nostri fratelli là fuori. Il Tonelli è di più conoscentissimo dei bisogni del popolo trentino ed instancabile lavoratore; eppure la stampa liberale lo azzannò furibonda ed essa fu la prima che per combattere il clericale – diede pubblicità alla controcandidatura Mersi e soffiò nel fuoco. Ora i governativi approfittano della situazione, per buttar fuori il Mersi ed entrare fra i tre candidati già proposti come quarto gaudente. L’Alto Adige leva alte strida, si divincola, guarda il cielo e poi scaglia le sue maledizioni sui clericali che chiama in colpa della candidatura Mersi, resa possibile solo da... sapete chi? Dalla candidatura Tonelli! Via, si quieti l’Alto Adige! Come abbiamo pensato in Fiemme a sventare le mene dei volksbundisti fautori del Chiocchetti così penseremo a far restare in tromba anche questa volta il Mersi, nonostante che i liberali nazionali colla tattica messa in opera nelle vallate sembri che facciano tutti il possibile per procurare al Chiocchetti e al Mersi due seggi trentini al parlamento. Pare impossibile! Dopo essersi procurate dal governo una baronia elettorale e una curia democratica che dovettero poi passare ad un beniamino dei moderati; dopo aver ridotti i valligiani a essere mezzi elettori, i liberali vogliono loro strappare i seggi benignamente accordati a metà del valore, e piuttosto che un deputato cattolico, nazionale e democratico preferiscono – alla prova dei fatti – un volksbundista o un governativo liberale. Ma il popolo darà la sua risposta. Né i socialisti, né i liberali, né volksbundisti sotto qualsiasi parvenza; ma gli uomini dell’unione politica popolare che soli corrispondono ai suoi sentimenti e ai suoi interessi. Quel giorno i mestatori politici avranno la mercede che si meritano per una campagna sì slealmente condotta.
dd4df587-b785-48c8-871d-acc3f54cf39a
1,907
3Habsburg years
11906-1910
«Gli agrari assistettero fino ad ora passivamente alla baraonda elettorale in attesa che dallo sfilare di candidati e programmi ne spuntasse qualcuno che facesse suo caposaldo la rappresentanza dell’agricoltura». «Disillusi, molti agrari del collegio elettorale di Pergine, Stenico, Trento e Vezzano si costituirono per distretti in comitati intesi a far rappresentare convenientemente e con tutta l’intensità, che essa merita nel parlamento, l’agricoltura del nostro paese». Così incomincia un appello diretto agli elettori del collegio dei distretti di Pergine, Stenico, Trento e Vezzano e firmato: i comitati agrari riuniti dei succitati distretti. E anzitutto si potrebbe domandare: Chi sono questi comitati? Quali e quante persone li compongono? Da chi e da quanti hanno ricevuto il mandato di proporre a nome dell’«agricoltura paesana» il presidente del consiglio d’agricoltura? Osserviamo che il programma venne stampato alla macchia ed è quindi naturale che sarà stato diffuso senza i dovuti permessi. Anche codesta è una prova meravigliosa di coraggio! Gli anonimi promotori della quarta candidatura affermano che gli agrari assistettero finora passivamente alla lotta elettorale! Questa è una solenne bugia, ammenochè non si voglia ammettere che gli agrari si esauriscano nei comitati agrari e in qualche impiegato del consiglio d’agricoltura che in questi giorni si comporta quale zelante galoppino del suo principale, benché la sua posizione e l’attitudine sempre lusinghiera che ha preso la nostra stampa di fronte a lui non sembrasse autorizzarlo ad agitarsi come galoppino elettorale contro di noi. Ma tolti questi pochi signori, i contadini, gli agricoltori sanno che in quasi tutti i collegi furono i rappresentanti della classe agricola in maggioranza che decisero circa le candidature del partito popolare e che anche nelle adunanze dei fiduciari del distretto di Pergine, Trento, Vezzano e Stenico furono in maggioranza agricoltori i quali votarono la proposta candidatura Tonelli. In quanto alla disillusione a tutti è noto che il programma dell’Unione politica popolare s’occupa per la maggior parte della classe agricola e del suo sollevamento e che tutti i candidati compreso il signor Tonelli, hanno affermato di voler anzitutto provvedere all’agricoltura. Non c’è quindi affatto bisogno di una candidatura specificatamente agraria. Se il manifesto degli anonimi comitati asserisce poi che in altre provincie gli agrari si muovono e formano un grosso partito a pro’ dell’agricoltura e che l’agricoltura conservativa di per sé garantisce, anche per i sentimenti religiosi del candidato, l’è una citrulleria bell’e buona. L’essere agrario non garantisce nulla. In Boemia gli agrari czechi sono radicalissimi nella lotta contro la Chiesa, gli agrari tedeschi, fatte poche eccezioni, sono liberali, in Stiria il barone Rokitanski e il suo partito agrario sono liberali e così via. Il nome di agrario viene assunto per celare spesso altre mire o qualche volta per soddisfare alle ambizioni di qualche nobile signore del grande possesso! Gli interessi agrari sono protetti e difesi a meraviglia dai cristiano-sociali che hanno la loro «lega di contadini» nell’Austria inferiore e nel Tirolo dai cattolici in genere nell’Austria superiore, Vorarlberg ed in altre provincie. Appoggiandosi per la protezione dell’agricoltura a questi partiti, i deputati nostri non hanno bisogno d’altri aiuti speciali. Ripetiamo ancora, tanto per ribattere l’anonimo manifesto che il bar. Mersi è liberale e che si è dichiarato espressamente tale. Il passato ci ha anche edotti che la nobiltà liberale, per quanto conservativa sotto certi riguardi, appoggia, sostiene sempre a qualunque costo il governo, anche quando questo vuole attaccare o decurtare la Chiesa. Infine i meriti agrari del bar. Mersi, come presidente del consiglio noi non vogliamo negarli, ma protestiamo contro le esagerazioni dei suoi adepti i quali ricordano ai contadini le sovvenzioni e i favori ottenuti ai contadini, quasi che il Mersi abbia distribuito denari di sua borsa e non piuttosto attingendo alla cassa dello stato impinguata dai denari dei contribuenti. Tutti i contadini, fedeli al programma cattolico del partito popolare e ai conchiusi dei loro fiduciari manterranno la parola data e voteranno per il candidato ispettore Albino Tonelli.
f6fa6896-4242-4edc-99fd-76b336f6b860
1,907
3Habsburg years
11906-1910
Siamo costretti a termini di legge a pubblicare la seguente Rettifica Non è vero che il sig. Adone Tomaselli, quando l’associazione nazionale liberale lo proclamò candidato, abbia mandato all’Alto Adige una lettera [sic], nella quale avrebbe dichiarato di accettare sì l’adesione e l’appoggio dei liberali ma di non essere del programma del partito liberale. Non è vero che l’Alto Adige non abbia pubblicata la lettera e ne abbia domandata la modificazione. Vero è invece che l’unica lettera che l’Alto Adige ebbe dal sig. Tomaselli è quella che è stata pubblicata nell’Alto Adige dei 5 aprile 1907 N. 77 . Vero, che quella lettera non contiene e non conteneva nemmeno il più lontano accenno alla dichiarazione, della quale è detto nell’articolo del Trentino. Vero, che nell’Alto Adige pubblicò la lettera del Tomaselli in giornata tale e quale essa gli pervenne, senza chiedere alcuna modificazione e senza modificarla. Dott. Giuseppe Stefenelli Direttore dell’Alto Adige Ora vediamo un po’ come sta la faccenda e quanta ragione abbia l’Alto Adige di pubblicare a caratteri di scatola: «Le menzogne della V.C.» . Noi abbiamo fatto un’inchiesta sulla storia della candidatura, inchiesta che ci ha dato frutti bastanti per sostenere le nostre affermazioni e che, all’occorrenza sapremo continuare per dimostrare fino all’evidenza le arti di contrabbandare il liberalismo e il partito liberale laddove per le sue dottrine e per i suoi demeriti non passerebbe assolutamente sotto la genuina marca di fabbrica. La candidatura strignata In data 16 marzo il signor Luigi Tiso, capocomune o podestà di Strigno, dirigeva ai comuni di tutto il collegio della Valsugana un rescritto in cui «allo scopo di intendersi sull’elezione del deputato al parlamento per la Valsugana» si invitavano tutti i podestà ed i capicomune del collegio ad un’adunanza per le ore 10 antim. del giorno 23 marzo. Appena fu nota la circolare, il Trentino rilevò che probabilmente si tenderebbe di opporre al candidato del partito popolare trentino sac. d.r Guido de Gentili, accettato ad unanimità ancora in febbraio dai fiduciari di 23 paesi radunati a Borgo, un candidato che fosse liberale sotto l’apparenza d’incolore. Di ciò l’organone liberale, l’Alto Adige, non rivelò gran che agli elettori, forse ricordando che il signor proponente L. Tiso era il medesimo che aveva proposto di adornare una colonna col busto di Andreas Hofer, meritandosi allora le sfuriate e i dileggi di tutti i nazionali-liberali. Si buccinava anche che il candidato in pectore del proponente sarebbe il sig. Adone Tomaselli. Ma tutte le ciambelle non riescono col buco. Il convegno di Strigno finì in un solennissimo fiasco. I comuni della Valsugana si rifiutarono di andare a Strigno a prendere l’imbeccata. La candidatura equivoca Intanto l’opinione pubblica si esprimeva favorevole per il candidato del partito popolare sac. d.r Guido de Gentili. Un riuscito comizio a Scurelle, tenuto ai 25 marzo, gli guadagnava le simpatie di una buona parte della bassa Valsugana. L’Alto Adige diventa nervoso e nel giorno seguente pubblica: Il candidato della Valsugana (Alto Adige, 26-27 marzo) «Un telegramma da Strigno ci annunzia che il sig. Adone Tomaselli, dirigente scolastico a Strigno, ha accettata la candidatura offertagli dall’Associazione nazionale-liberale per il collegio di Levico, Borgo e Strigno. Ci consta pure che anche un partito di carattere locale aveva offerta al sig. Tomaselli la candidatura. È certo a ogni modo che il nome del sig. Tomaselli, persona intelligente ed amante del suo paese gode in Valsugana le simpatie generali». Dunque non si trattava più di una candidatura strignata, o dei girovaghi, ma di una candidatura offerta ed accettata dall’Associazione nazionaleliberale. Tomaselli era dunque candidato liberale! Questo gli seccava e alle persone amiche punto liberali che ne facevano le più alte meraviglie Tomaselli non solo smentiva d’essere candidato, ma ebbe a fare delle dichiarazioni compromettenti. Non ci smentisca l’Alto Adige, sarebbe proprio inutile. Ci abbiamo testimonianze sicure. Il giorno di venerdì santo, ai 29 marzo, vale a dire il giorno dopo che la sua proclamazione per parte dell’Associazione liberale era giunta a Strigno coll’Alto Adige il Tomaselli dichiara a persona che gli faceva rimprovero d’essere candidato del partito liberale non essere ciò esatto in quanto ché egli accettava l’adesione e l’appoggio del partito liberale ma non il suo programma, esser lui un candidato di Valsugana e basta. E a chi gli obiettava che l’Alto Adige aveva pubblicato oramai la sua candidatura come del partito liberale, egli rispose d’aver mandato all’Alto Adige una rettifica nel senso suesposto. Ad un’altra persona, all’indomani della pubblicazione della candidatura sulle colonne dell’Alto Adige dichiarava di non garbargli il modo della proclamazione fatta dall’Alto Adige e di averne chiesta rettifica. Ma l’Alto Adige ci smentisce. Chi è il bugiardo? Forse nessuno, perché l’Alto Adige si serve di un tric spesso in uso nelle rettifiche. Ci può smentire nella forma ma non nella sostanza. Può essere che la dichiarazione del Tomaselli non sia stata indirizzata direttamente alla redazione dell’Alto Adige ma indirettamente. Infatti sappiamo che un maestro di Trento diresse in proposito al Tomaselli una cartolina in cui era detto che la dichiarazione Tomaselli verrebbe l’indomani pubblicata dall’Alto Adige e la dichiarazione doveva, a detta del Tomaselli stesso, suonare sempre nel senso su espresso. Vedendo poi che la dichiarazione in realtà non compariva, si chiese al Tomaselli. E la dichiarazione? Al che egli rispose che gli erano state chieste delle modificazioni ed aver scritto che modificassero pure, ma che lasciassero intatta la sostanza. Pertanto l’organo del partito liberale pubblicava ai 2-3 aprile la proclamazione ufficiale del Tomaselli per parte dell’associazione liberale nazionale. Ecco come suona (Alto Adige, 2-3 aprile): Il candidato per il collegio Levico Strigno-Borgo La sottoscritta Direzione, in base all’autorizzazione impartitale dall’assemblea sociale tenuta in Rovereto il 24 marzo p. p. sopra unanime proposta dei fiduciari, del collegio, per il collegio elettorale di Levico proclama come candidato per la deputazione al parlamento il sig. Tomaselli maestro e dirigente a Strigno e raccomanda vivamente a tutti i consenzienti del collegio di cooperare per la sua elezione. Trento, 1 aprile 1907 La Direzione dell’Associazione politica nazionale liberale. Fu notato che questa proclamazione ufficiale evita tanto nel titolo come nel contesto l’epiteto di candidato liberale e che si parla semplicemente del candidato della Valsugana mentre invece la proclamazione degli altri candidati si fece con tanto di marca Partito nazionale-liberale e anche dei due candidati venuti dopo Vanzetta e d.r Baroni si stampò tanto di I candidati liberali nazionali di... e il testo suonava con evidente differenza da quello della Valsugana: «In base ecc. ecc. la sottoscritta direzione, proclama come candidato del partito nazionale liberale per la deputazione al Parlamento i signori ecc.». In tal modo si sparse per la bassa Valsugana l’equivoco che Tomaselli fosse non il candidato del partito liberale ma un candidato omnibus, per tutti i gusti e per tutte le tendenze, così gli strignati poterono dichiarare di averlo fatto loro il proprio candidato ed attizzare lo spirito del campanile contro il candidato del partito popolare. Intanto il Trentino dava l’allarme circa l’equivoco. Ai 5 finalmente l’Alto Adige pubblicava una dichiarazione del Tomaselli in cui questi polemizzando col Trentino ed evitando di rispondere alle questioni principali ch’egli chiama «insinuazioni», vuol provare che i liberali scegliendo come loro candidato un maestro ed appoggiando un’idea già diffusa nel distretto non hanno fatto cosa da meritare la commiserazione del Trentino. La dichiarazione molto evasiva dice poco. L’Alto Adige sostiene che è l’unica dichiarazione mandatagli dal Tomaselli. Si sbaglia. Avendo il Trentino ai 5 di aprile reso di pubblica ragione che gli avvisi per le conferenze Tomaselli in Tesino non portavano la qualifica di candidato liberale, il Tomaselli mandò all’Alto Adige una seconda dichiarazione in data Strigno 5 nella quale dichiara che l’omissione nei manifesti dipendeva da un errore del proto. La candidatura liberale Così fra polemiche e dichiarazioni Tomaselli ebbe finalmente la sua etichetta e la mantiene tutt’ora. Ma solo l’etichetta, che il suo discorso programma nella Bassa Valsugana, non toccò il nome di liberale che per rinnegarlo subito dopo con altre dichiarazioni più sostanziali. Forse nella Valsugana alta riterrà inutili simili riserve e l’evoluzione si compirà anche nella sostanza. Il caso è però caratteristico per il contrabbando del partito liberale che cerca voti non in nome del suo programma ma per punti di vista locale e da gente che d’altronde del liberalismo non ne vogliono sapere. Il caso è anche notevole per un secondo motivo. Il Tomaselli che da principio sembrava nutrire tanto orrore per il nome di liberale ha finito con una piena capitolazione. E che cosa avverrebbe se lui, coll’appoggio dei liberali e intruppato coi loro uomini, dovesse un dì trovarsi al punto di decidersi non solo riguardo al nome ma riguardo alla sostanza delle cose? Non è forse vero che la prima capitolazione è un sinistro ma eloquente indizio di un’altra ancor più triste ed esiziale?
a1d34848-5f22-49aa-9b01-14d637573e1d
1,907
3Habsburg years
11906-1910
Alcuni fiduciari del distretto rurale di Vallagarina, Rovereto, Ala, ci scrivono lamentandosi che quasi tutti i presidenti delle commissioni elettorali designati dall’autorità capitanale appartengono a partiti avversari al nostro, mentre i curati o chi si conosceva per aperto sostenitore del partito popolare vennero degradati al posto per la maggior parte dei casi ridicolo di sostituti. Se ciò è vero, sono da farsi le più alte meraviglie che proprio nel capitanato di Rovereto l’autorità non abbia creduto di disporre in modo da levarsi anche il più lontano sospetto di parzialità. Comunque, rendiamo attenti gli amici e tutti i comitati elettorali che basta insinuino presso il capitanato da 2 a 5 persone come rappresentanti del partito popolare, chiedendo, com’è loro diritto, che venga loro concesso di assistere nel locale all’atto elettorale. Per le loro competenze vedere a pag. 29, 30 ecc. del nostro libretto sul suffragio universale. Siamo daccapo! Non solo non giovano le nostre proteste contro la libera diffusione degli stampati alla macchia pro Mersi; ma vi sono degli organi governativi che per quanto possono, cercano di influenzare su chi capita sotto la loro giurisdizione in favore della candidatura governativa. C’è di più. Il Consiglio d’agricoltura pare diventi una centrale politica per l’agitazione mersiana . Qualche impiegato scoppia dallo zelo. Non solo si aggiungono alle scorte agrarie o ai reclami agricoli, dei bachi, anche la raccomandazione politica, ma c’è stato un comune qui delle vicinanze al quale fu chiesto da un impiegato del Consiglio la lista elettorale, per poter poi fare le spedizioni dovute. Mediante il postino rurale sempre da un impiegato del consiglio vennero mandati dei cartelloni reclame pro candidatura Mersi. Tali abusi del potere d’ufficio stigmatizziamo non solo ora, ma ci sarà occasione d’occuparsene anche più tardi. A proposito d’un adunanza elettorale tenuta da don Panizza a Pomarolo i giornali libero-socialisti fanno i gradassi, asserendo che i clericali temono la luce , perché a Pomarolo vennero esclusi dall’adunanza Piscel, Marzani e alcuni della consorteria che sotto il provvido aiuto dei socialisti volevano provocare un contraddittorio. Anzitutto per asserire che i «clericali» temono la luce, converrebbe prima ammettere che questa sia monopolizzata dai signori conferenzieri..., ciò che sarà per lo meno dubbioso. Circa la questione tecnica poi noi troviamo naturalissimo che se il candidato vuole parlare agli elettori del tal luogo non permetta che questi vengano maggiorizzati da gente accozzata d’ogni dove. A ciò ha pensato anche la nuova legge elettorale, la quale stabilisce che si possano tenere adunanze pubbliche per elettori di ogni partito, limitandole però ad un gruppo locale, come sarebbe quello di coloro che devono ai 14 maggio decidere sul programma ed il partito del candidato. Del resto, i liberali specialmente, non facciano tanto i gradassi: sono appena usciti dai caffè e si fanno bravi contro quattro contadini e non soli, ma accompagnati da tribuni socialisti. Vedano un po’ di farsi coraggio loro, per intanto, ed affrontare i socialisti là dove più ne hanno bisogno, poniamo il caso a Trento, a Rovereto, ad Ala domenica per mo’ di dire. Lo facciano, via, e allora ci potranno dire d’averci... imitati. E poi discorreremo di contradditori, di luce e di viltà.
95074bbf-160c-448b-9f00-06b3f9737b5f
1,907
3Habsburg years
11906-1910
A tutti gli elettori e ai fiduciari del partito pop. trentino Fiduciari! Elettori! Abbiamo vinto e in misura degna dei nostri ideali e dei grandi principii per i quali dovemmo combattere la grande battaglia. La vittoria risale in gran parte all’entusiasmo, alla disciplina degli elettori, al lavoro energico, disinteressato, dei propagandisti e dei fiduciari locali. A tutti questi la Direzione dell’Unione Politica Popolare manda oggi un pubblico ringraziamento. La lotta che abbiamo superata vittoriosamente contro tanto accanimento e contro molteplici avversari fu per noi la prova del fuoco. Non è ancora il tempo di trarre le conclusioni in via d’ammaestramento, ma questo è certo, che nella lotta abbiamo esperimentato la bontà, la necessità delle nostre organizzazioni e l’urgenza di educare politicamente gli elettori per essere preparati nel momento decisivo. La campagna fu estremamente faticosa per i propagandisti, per i candidati, per i fiduciari ed è un tentativo sciocco quello del «Popolo» di voler far passare la schiacciante nostra vittoria come vittoria del cautschuc , ossia dei timbri, come se i 40 mila voti che abbiamo ottenuto siano frutto non dell’organizzazione e dell’enorme lavoro di propaganda, ma d’imposizioni o brogli elettorali! No, la vittoria è frutto di un enorme lavoro di agitazione e di propaganda fatto in centinaia e centinaia di adunanze per mezzo della stampa e del contatto personale e dell’oculata attenzione dei nostri comitati elettorali. Pensate però che la lotta avvenire si farà più aspra ancora. I risultati fino ad oggi noti delle elezioni in Austria annunziano un avanzarsi del partito socialista, il quale in tutti i collegi urbani che si erano creati come privilegio i liberali vengono a sostituirsi a questi ultimi. Di fronte ai socialisti gli unici che resistono e che non piegano sono i cristiano-sociali. Noi questo cozzo finale l’abbiamo predicato inevitabilmente da anni né lo temiamo. L’idea cristiana trionferà anche sull’idea socialista. Ad un patto solo però, che la prima trovi banditori coraggiosi e fautori organizzati. Cattolici trentini! Sia questo il monito della campagna presto chiusa. Mentre vi ringraziamo e ci congratuliamo con voi della splendida vittoria, vi ricordiamo che il 14 maggio 1907 deve segnare anche un’energica ripresa del lavoro d’organizzazione e del movimento sociale. Trento, 16 maggio 1907 LA DIREZIONE DELL’UNIONE POLITICA POPOLARE
83b8276d-3aae-4ea9-bb89-4b7c3efc2e10
1,907
3Habsburg years
11906-1910
Mentre a Trento i liberali fanno di tutto per togliere da sé la responsabilità delle defezioni avvenute nelle loro file a vantaggio dei socialisti, tanto che, se non vi fosse stata di mezzo la candidatura Conci per la quale il partito popolare, con lungo, assiduo e disciplinato lavoro, raccolse un migliaio di voti (oltre le 960 schede valide, ve ne furono una quarantina di invalide, perché portavano scritto soltanto «d.r Conci» o «d.r E. Conci») l’Avancini sarebbe riuscito di primo colpo; a Rovereto e a Riva si giudica ben diversamente e più equamente la situazione, come ne fanno fede il «Messaggero» e l’«Eco del Baldo». Il «Messaggero» si occupò anche iersera della questione, rispondendo all’«Alto Adige», ed è prezzo dell’opera riportarne parecchie constatazioni e parecchi giudizi. Esso scrive: «L’“Alto Adige”, quel giornale che ci eravamo da lungo tempo abituati a considerare come l’espressione più intransigente del nazionalismo e l’organo più autorevole del liberalismo tridentino, scaglia contro di noi un lungo articolo del quale non sappiamo giudicare se sia maggiore la violenza della forma o la pochezza della sostanza. Il confratello di Trento comincia coll’affermare che nella lotta non gli sono venute meno né la volontà, né la fede, né la costanza e chiama a testimoni di esso gli amici che hanno assistito al suo quotidiano lavoro – il giornale vien giudicato dai lettori, non dagli amici. E della mancata costanza nella lotta per la candidatura Tambosi la migliore prova impugnabile è l’“Alto Adige” stesso. Infatti dal giorno 26 marzo in cui venne fatta la proclamazione dei candidati nazionali fino all’1 maggio in cui si annuncia la conferenza Tambosi noi indarno potremmmo cercare sull’“Alto Adige” il nome di Antonio Tambosi. Il 3 maggio si pubblica tutto il testo-programma dell’egregio uomo con 20 righe di commento, il 10 e l’11 maggio finalmente si invitano con due articoli, gli elettori di Trento a votare pel candidato liberale Tambosi. Ecco il bilancio esatto della campagna fatta dall’“Alto Adige” per il presidente della Lega Nazionale! Non infirmeremo la volontà e la fede dell’autorevole giornale liberale, ma crediamo di avere tutto il diritto di infirmarne la costanza! A ciò aggiungasi che, durante tutta la lotta elettorale, l’“Alto Adige” non disse verbo né contrastò d’un passo la campagna vigorosa, tenace, disciplinata del partito socialista, di quel partito cioè che doveva soffocare per sempre la voce nazionale, la voce italiana di Trento, alla quale tutti gli italiani guardavano ansiosi. E tutto ciò si chiama lottare, egregio confratello? Lottare strenuamente per l’idea nazionale e per la causa nazionale?». E più sotto lo stesso Messaggero osserva che in altre occasioni e in altre lotte l’Alto Adige mostrò ben altro impegno e ben altra energia. Ottimamente! Ma questa volta l’Alto Adige aveva da sciupare il tempo e la carta nelle ridicole relazioni dalle vallate con cui faceva credere che ormai la maggioranza popolare nelle vallate era scossa: e aiutava perfino i socialisti e i mersiani nella speranza di far nascere nelle vallate dei ballottaggi, in cui tutti i partiti avversari si sarebbero alleati contro di noi per farci soccombere e gridava che già forti brecce nella nostra torre erano aperte e annunziava il «redde rationem» per i 14 maggio, e sapeva che in quel dì la cittadinanza di Trento, come il dragone di Minosse , si sarebbe messa nelle parti... meno nobili la nostra bandiera, e non si accorgeva che c’era profonda discordia in casa sua e che la rappresentanza di Trento era in pericolo di passare nelle mani dei socialisti da lui tante volte accarezzati, sostenuti! Ora si vorrebbe riversare su di noi la colpa di tanta insipienza e storditezza; come se il d.r Conci prima di candidare per Trento non si fosse procurato le più ampie assicurazioni che il Tambosi non avrebbe in nessun caso accettata la candidatura per la città e come se il partito popolare non avesse formalmente e ripetutamente offerto ai liberali di ritirare – prima ancora che fosse pubblicata la candidatura Tambosi – di ritirare, diciamo, la candidatura Conci, per far posto alla candidatura-protesta Postingher. I liberali – o meglio i loro rappresentanti – rifiutarono la nostra offerta spontanea e generosa. Ma chi sa giudicare le cose, può da questo vedere la realtà della presente deplorevole condizione di Trento. Certo, non si possono far risalire ai liberali tutte le responsabilità di alcuni e della stampa, che ora – nei biasimi dei crocchi – raccoglie il frutto di una battaglia male combattuta nelle vallate e di una battaglia non combattuta nella principale città. Ad ogni modo ora tutti gli uomini di buona volontà devono unirsi per salvare Trento e impedire che la sua rappresentanza politica passi alla bandiera internazionale rossa, mentre c’è ancora la possibilità che un uomo, come il dott. Enrico Conci, universalmente stimato e difensore strenuo degli interessi nazionali di Trento e del Trentino, rappresenti tutti gli amanti dell’ordine, della patria e del progresso. Noi siamo al nostro posto, né mai lo abbandoneremo, e siamo certi che altri ancora, cui sta a cuore anzitutto il bene comune ai 23 maggio saranno sul campo a combattere la buona battaglia per gli ideali di Trento e del Trentino minacciati dall’internazionalismo rosso.
98476c65-2603-487d-bb06-2bc7cb10462e
1,907
3Habsburg years
11906-1910
1. Storia di ieri Erano candidati a Trento il d.r Enrico Conci, Antonio Tambosi e Augusto Avancini. Antonio Tambosi aveva accettato dopo replicate ripulse, il d.r Conci prima ancora di lui, quando pareva certo che la sua candidatura non venisse a trovarsi di fronte a quella dell’uomo moderato e suo amico personale. Le previsioni erano per la riuscita in ballottaggio del signor Tambosi, sul quale si sarebbero raccolti i voti dei non socialisti. Per Antonio Tambosi s’erano solennemente pronunciati i democratici dalle colonne dell’Alto Adige e i moderati per bocca dell’Unione. Ognuno prevedeva che ambedue le frazioni del partito liberale si sarebbero affermate solennemente sul nome del candidato di conciliazione, Antonio Tambosi. Avvenne altrimenti. Parte dei cosiddetti democratici tradirono il proprio partito, mancarono alla parola fiaccamente inculcata della direzione, lasciarono in asse il proprio candidato e votarono per il socialista. Questo tradimento venne ammesso anche nel triste commentario che l’Alto Adige faceva seguire al miserando risultato, scusando i transfughi con un articolo dell’Unione che diceva delle verità scottanti per i radicali. Più fieri, più rigorosi nella condanna furono i giornali liberali di Rovereto e di Riva. L’Eco del Baldo mandava i più sdegnosi rimproveri ai liberali di Trento moderati e democratici che non hanno avuto tanto pattriottismo da non preoccuparsi dell’abisso in cui sono caduti entrambi e delle conseguenze di tale caduta per tutto il Trentino. Trento, conchiudeva l’Eco, per il partito nazionale liberale non è più la capitale morale del Trentino! E i rimproveri del Messaggero erano altrettanto vigorosi ed acerbi. Ambedue accusavano direttamente l’Alto Adige di essere stato complice almeno indiretto del tradimento e di aver favorito il partito socialista non combattendolo. Ed era la verità. Socialisti e radicali ci avevano mossa guerra spietata nelle vallate e pareva evidente l’appoggio vicendevole in Trento stessa. Un radicale trentino spiega in alcune note postume sull’Eco del Baldo (21 maggio) il significato della votazione dei 14 maggio. Ecco le sue parole precise che meritano di essere tramandate alla storia: «A Trento sordo cova da tempo il desiderio di dar battaglia ai castratori della coscienza e del pensiero, ai faccendieri ed ai mistificatori che oggi fracassano attorno a Leo Taxil e domani ti pongono sugli altari il demonio in carne ed ossa pur di spillar quattrini in ogni occasione e regger sempre incontrastati il timore. A Trento era intenso e vivo il desiderio di mostrare al Vaticano di Trento come il cuore del Trentino non sia dei preti, come il monumento a Dante e l’erma a Canestrini non sieno là a testimoniare a tutti la nostra civiltà, il nostro progresso. E con l’arma civile del voto il giorno 14 c.m. Trento anticlericale di sopra dei partiti e perché conscia di dover soprattutto mostrare alta e fiera la propria faccia, sconfiggeva solennemente tutto ciò che di anticlericalismo non ne voleva sapere. Per nessun altro motivo, che per affermare sul nome d’un anticlericale la fede di Trento, i cittadini sacrificarono la persona del Tambosi. Poichè nessuno può dire che la vittoria, arrisa ad Augusto Avancini sia vittoria socialista. È la vittoria anticlericale espressa dall’unico candidato anticlericale proposto». Ecco dunque il perché del tradimento, ecco perché i radicali, come annota la redazione dell’Eco diedero il voto ai socialisti, rinnegarono la loro fede nazionale e fecero cadere il Tambosi meditando, come dice il giornale liberale, nell’ombra il tradimento del proprio candidato e del proprio partito. E i socialisti? I socialisti adoperarono i radicali liberali da sgabello, ma non dissero loro nemmeno grazie! Celebrarono i 1597 voti affermatisi sull’Avancini come voti e vittoria socialista. Che più? Proclamarono la vittoria di Trento, un trionfo dell’internazionalismo, il colpo di grazia a quell’inetto liberalismo nazionale che fino a ieri ritenevasi il dispotico padrone della capitale del Trentino (Avvenire del lavoratore 17 maggio), la fine del politicantismo patriottardo (idem) e gridarono (vedi articolo di Todeschini nella Verona del popolo): «L’irredentismo è sepolto. L’offa per i succhioni è infranta. Evviva l’Internazionale!». 2. Storia d’oggi Codesti furono gli schiaffi che Gasparini, Todeschini, distribuirono largamente ai loro sostenitori, a chi aveva tradito il proprio partito per appoggiarli. Ebbene? I liberali radicali rispondono oggi, mentre scriviamo, col ridare ed aumentare ai socialisti quell’aiuto che fu la loro sconfitta. Codesti liberali sono vili non solo fino al tradimento, ma anche fino al suicidio. Ed ecco come preconizza il medesimo radicale trentino nell’Eco del Baldo (21 maggio) il pensiero liberale e la sua espressione per oggi, giorno di ballottaggio: «In tutto il Trentino i preti hanno vinto e in modo come nessuno s’aspettava. È ben giusto quindi che al parlamento nuovo, dove le nazionalità verranno tutte sacrificate ci sia il deputato di Trento che rappresenti chi non la pensi come il don Guzman e i Loyola del Vaticano trentino. Non importa se esso per questa volta è il candidato proposto dai socialisti: la gran battaglia che si combatte in tutto il mondo tra la fede e la scienza non poteva far a meno di aver una debole eco anche da noi, dove il clericalismo impera sovrano e prepotente. No: la capitale, il cuore, che batte e pulsa e darà il proprio sangue a tutto il paese, non è vostro, o mistificatori, o mercanti! Trento è del progresso e della civiltà». Battaglia fra la fede e la scienza! Oggi dunque sono le parti della scienza che prendono i lavoratori, gli agenti, i radicaloidi di Trento? Fissiamolo anche questo. Sarà buono ricordarlo dopo tutta la campagna ipocrita a base di sentimento religioso che il liberalismo trentino ha fatto nelle vallate. La Lega democratica di Trento tenne l’altra sera la seduta decisiva circa il ballottaggio perché essa non si sentiva affatto legata al conchiuso di astensione preso dall’Associazione liberale nazionale. Di tale seduta l’Alto Adige (22-23) porta un trafiletto ufficioso in cui è detto: il peggior male che potrebbe accadere sarebbe quello che la rappresentanza politica della città di Trento avesse a cadere in mano al partito clericale. D’altro canto l’indirizzo del partito socialista di fronte alla politica nazionale, a parte anche altre divergenze nei principii e nelle finalità, non è tale che la Società come tale possa impegnare una azione in suo favore, per quanto il partito liberale sia eliminato dalla lotta nell’elezione di ballottaggio. In vista di ciò la Società pur riaffermando i suoi principii anticlericali, deliberava di non partecipare alla lotta elettorale di domani, lasciando però piena libertà ai soci di regolare la loro azione individuale indipendentemente da tutto conchiuso perché essa non sia in contraddizione coi principii informativi della Società» . Questo trafiletto è un capolavoro d’ipocrisia e di viltà. Anzitutto è noto ai muricciuoli che la Democratica non poteva risolversi contro l’Avancini perché la commedia sarebbe stata inutile, dopo la diserzione dei 14. È poi caratteristico che la società come tale non voti per l’Avancini, mentre i soci possono liberamente votare per lui, s’intende per lui solo perché votare per Conci sarebbe «in contraddizione coi principii informativi della Società». La viltà è dunque ancora maggiore: hanno rossore d’appoggiare ufficialmente gli internazionali, ma vanno ad appoggiarli individualmente. Espressione del medesimo pensiero è l’articolo di fondo dell’Alto Adige il quale, svolgendo diversi punti del Popolo, attacca per una colonna e mezzo il d.r Conci, negando a lui perfino quello che gli ha ammesso, in forma solenne, il d.r Silli, d’aver lavorato cioè per la congiunzione di Trento colle vallate (Anaunia e Giudicarie) e solo infine è aggiunta una piccola riserva contro i socialisti. Dopo ciò l’Alto Adige ha ancora il ridicolo coraggio di conchiudere: procediamo per la nostra via e confidiamo solo nelle nostre forze! La vostra via? E quale? I vostri stessi ne battono diverse e spesso la vostra s’è confusa con quella dei socialisti. Le vostre forze? E quali? Quelle che avete messo a disposizione degli internazionali? La finale Il nemico è il clericalismo, ecco la forza nuova di oggi. Di fronte a questo dogma radicale tutto scompare. Lo ricorderemo. Ci vengano poi a parlare d’internazionalismo nero e di lotta per la difesa nazionale, codesti eroi che ieri lasciarono cadere il presidente della Lega Nazionale ed oggi vanno ai trionfi di Gasparini e di Todeschini. Ma altro soccorso gli anticlericali hanno ottenuto oggi. Ci viene confermato da testimoni, e manteniamo, senza tema di smentire, che i mersiani lavorano febbrilmente pro Avancini e che nell’I.R. Istituto d’agricoltura si distribuirono da impiegati a operai delle schede col nome del candidato socialista. Che più? Un neocavaliere ha raccomandato calorosamente l’Avancini, affinché sia fatta vendetta della vittoria clericale sul Mersi. Sono dunque tutti i vinti dei 14 maggio che hanno affidato ai socialisti l’incarico di compiere le loro vendette. Ebbene, sappiamo che noi il mandato di Trento eravamo consci di non poter conquistarlo per forza propria, che ritenevamo però dovere di ogni cittadino d’opporsi alla invasione socialista. Non l’hanno voluto. E sia! Non il Vaticano trentino vacilla o crolla. Noi, lieti e forti del suffragio di 40 mila trentini siamo tranquilli sulle sorti nostre, siamo superbi che il partito che si voleva rifugiato e combattuto fin nell’ultimo villaggio e che a Trento debba raccogliersi tutta la rabbia dei vinti per avversarlo. Mentre scriviamo, continua l’esplicazione dell’atto elettorale, il cui esito è facilmente prevedibile. Qualcuno profetizza che i socialisti questa sera «improvviseranno» una dimostrazione. Si dice che vi porteranno anche una bara. Sarà la bara del «politicantismo patriottardo», dell’«inetto nazionalismo liberale», del «partito dei succhiatori» come scrisse Todeschini, e i radicali porteranno le torce. E fanno bene ed è destino così! I socialisti – scrisse l’Avanti a proposito dell’elezione di Trieste – vanno verso l’avvenire calcando le rovine della politica borghese – poichè è destino che i figli debbano passare sulle ossa dei padri!
b3ab0d38-f2d9-43fd-8635-55c31c727275
1,907
3Habsburg years
11906-1910
Niente più noioso ed inutile delle polemiche postume alla campagna elettorale. I fatti sono chiari, evidenti, e tuttavia si vuol discuterli, contestarli. Ai 14 maggio dei 9 collegi del Trentino sette erano conquistati dal partito popolare, e le maggioranze erano così enormi che si parlò di «ultrapotenza clericale». Tutti gli avversari e liberali e socialisti e pangermanisti e mersiani vennero sconfitti: la risposta del popolo trentino fu precisa, secca, senza repliche. I vinti non la vollero intendere. Ai 23 abbiamo dimostrato d’essere un partito almeno altrettanto forte di qualunque altro, anche là dove i «clericali» per questioni d’interesse e di campanilismo sono odiatissimi. Nessun partito preso a sé ci avrebbe vinti, e già prima abbiamo dichiarato che combatteremo per l’onore della nostra bandiera non per la «vittoria clericale» che sarebbe stata impossibile contro la coalizione socialistico-liberale. Ebbene: gli avversari ora cantano vittoria e specialmente i democratici liberali sono divenuti come bambini che ridono e battono le mani al loro funerale. A Rovereto poi i malfattiani sembrano fuori di sé, il Messaggero vanta la riuscita del baron Malfatti come un trionfo! Dio mio! E pensare che il signor barone nella città di Ala ha avuto, per l’aiuto del socialisti, ha avuto una maggioranza di 16 voti, che nella città di Arco ha ricevuto la metà dei voti del suo avversario, che nella borgata di Mori solo l’aiuto dei socialisti gli ha fatto avere un terzo di tutti i voti dati, che a Riva stessa il d.r Zanoni ricevette 315 voti di fronte a 586! È vero, a Rovereto, i liberali, i cattolici-dissidenti e i socialisti assieme gli portarono 1256 voti, ma non schernite i 186 che mantennero salda la loro fede politica e ai 23 votarono come ai 14. In mezzo alla marea degli opportunisti e dei campanilisti che con tutte le arti vennero spinti alle urne dichiarando la guerra santa contro la «bottega di Trento» chiamando «traditori» ogni roveretano che non votasse per il suo podestà, lode a questi 186, lode al loro carattere e alla loro fermezza! I pochi ma valorosi amici roveretani hanno dato un buon esempio che porterà frutti. Il baron Malfatti è eletto, ma gli converrà sapere che 1784 elettori, che 3 delle città o borgate del suo collegio gli hanno votato contro in maggioranza, gli gioverà ricordare che deve la sua riuscita ai socialisti i quali gli regalarono un migliaio di voti, tanto per impedire che l’«ignoto medico di Dio» riuscisse vincitore. E noi lieti chiudiamo la campagna nel collegio roveretano; là ove ci si era proclamati quantità trascurabile siamo stati consapevoli delle nostre forze rigogliose, abbiamo costretti i nostri avversari di ieri a darsi la mano per impedire la nostra avanzata. Il Trentino 28 maggio 1907 Le fiabe del timbro e del pallone Tr, p. 1; attribuito (lista Delugan). Replica alle polemiche di socialisti e liberali che accusano i cattolici di aver ottenuto la vittoria elettorale grazie all’uso dei timbri da apporre alle schede di voto, controllate dai parroci prima di essere deposte nell’urna. Poveri lettori! Avevate bisogno d’un po’ di requie dopo tanta guerra e tanta asprezza di polemiche. Ma che volete? Abbiamo messo oramai la mano nel vespaio e bisogna perseverare fino alla fine. La stampa anticlericale torna a rimestare la fiaba dei 1500 timbri . Per gli onesti dichiariamo una volta per sempre: 1. L’Unione politica non mise a disposizione dei comitati elettorali di tutto il Trentino che complessivamente 143 (nemmeno 150) timbri per nove canditati . 2. Come hanno constatato de visu le commissioni, hanno usato dei timbri quindi solo una parte, e la parte minore di tutti i comitati elettorali. La maggioranza stragrande dei nostri 40 mila elettori hanno votato con la scheda scritta. 3. Timbri ne ebbero a disposizione anche fiduciari liberali e socialisti specialmente nei ballottaggi, numerosissime furono le schede timbrate Avancini e Malfatti. In Fiemme i liberali furono ancora più... tenaci e applicarono alle schede dei cartellini gommati con su stampato tanto di «Vanzetta». Se noi vorremmo imitare i gazzettieri avversari potremmo chiamarli il «partito della gomma». Ad Ala si usarono timbri per il baron Malfatti, solo che si omise sul timbro il barone per non urtare i socialisti. Anche per il Postingher e per altri si usarono timbri. Tutto il male deve dunque consistere in questo che i timbri li abbiamo introdotti noi e gli altri li hanno dovuti, come al solito... copiare. Un’altra volta ne facciano approntare 50 mila e, giacché offendendo la grande maggioranza del Trentino, fingono d’ascrivere la nostra vittoria al mezzo meccanico provino ad usarlo loro e... vedranno. Il Popolo poi, che è maestro di menzogne insuperato, inventa per i gonzi che i clericali a Trento avevano in pronto un pallone che doveva salire e scoppiare la sera del 23, che a Trento erano state portate non poche bandiere cattoliche, che un trattore della città aveva approntato bibite e mangiative per gli eroi del timbro ecc. ecc. Ecco, il pallone si sa che lo avevano preparato i socialisti per i 14 ma che poi, visto che dovevano contare sull’aiuto degli odiati «borghesi», preferirono rimandare il trasparente a vittorie più proprie e più dignitose. Bandiere non ne abbiamo visto né portare né issare alcuna, se ne togli quelle rosse. Riguardo poi al trattore saremmo lieti di conoscerne il nome, perché forse si potrà gustare ancora qualche cosa a freddo. Buffoni e mentitori! Avete turlupinato il pubblico durante tutta la campagne elettorale ed ora vorreste ancora sfruttarlo, prendendolo a gabbo colle vostre grullerie?
405d9250-a6d1-4fa9-927b-730eb237e7e9
1,907
3Habsburg years
11906-1910
«Ecco tutto. È forse un’eccessiva pretesa la nostra?» È forse un’eccessiva ingenuità quella del Messaggero, che nel suo numero di ieri sera, racchiude tutta la sostanza del suo articolo di fondo, anzi di tutto il suo indirizzo in queste parole? Vogliamo il prete in chiesa! Oh, lo sappiamo signori! Non è una novità quella che ci venite a raccontare, lo sappiamo che per tutto il liberalume dall’ultimo moderato che ha le sue conoscenze e le sue relazioni fin entro le canoniche e i conventi, sino all’estremo radicale che non fa il socialista per non scamiciarsi troppo, lo sappiamo che per tutto il liberalume il prete fuori di chiesa è uno spino nell’occhio. Lo sanno i signori, lo sanno per esperienza, che solo ad un patto essi sono sempre riusciti, e sperano di riuscire ancora, a sfruttare il popolo, il popolo vero che non ne divide gli ideali e che ha interessi affatto diversi dai loro, a patto che nessuno vi sia che a questo popolo dica tutta intera la verità, che gli sia di aiuto efficace e di guida. Lo sanno i signori che nella gran parte dei paesi nostri solo i sacerdoti possono per la loro coltura e per il contatto continuo, che hanno con la povera gente, educare questa a una vera coscienza civile e sociale, avviarla alla vigorosa tutela dei suoi beni, dei suoi interessi. Lo sanno che se non ci fosse stato il prete il popolo trentino vivrebbe ancora nella oppressione economica e nella incoscienza politica, e che essi dopo aver fatto ben bene i propri affari, potrebbero ancora salvaguardare il loro stato di possesso, con l’assicurarsi la rappresentanza politica, facendosi dare i voti con quattro frasi vuote, e ridendo poi – come è successo mille volte – della dabbenaggine dei contadini. Per questo vogliono il prete in chiesa. Non importa che la voce dei vescovi, la voce del Pontefice stesso, – il quale dovrebbe pur valere qualche cosa anche per questi signori, che si dicono così teneri del cattolicismo mentre combattono quello che essi chiamano il clericalismo –, abbia chiamato i preti fuori di chiesa all’opera di difesa contro tutte le forze del liberalismo e del socialismo, che congiurano alla distruzione delle supreme idealità umane non meno che alla rovina materiale del popolo. Il prete che esce di chiesa è un intrigante, egli falsa l’essenza della religione facendola servire a meno nobili scopi, e ne fa una scandalosa prostituzione. Queste le frasi del giornale roveretano, il quale ha ancora il coraggio di intitolare il suo articolo: «Non contro la chiesa, ma contro la bottega!». Già, ma a chi la date a bere, signori? La frase è bella, ma inesatta: e chi vi conosce sa benissimo che il gran programma del liberalismo, non escluso quello trentino, è precisamente: «contro la chiesa per la bottega!». Sì, per la bottega che fino adesso vi è andata avanti alla meno peggio, ma che quanto più il popolo viene istruito ed educato tanto più si arriva alla sua finale liquidazione. Per la bottega, e pur combattendovi, vedete signori, comprendiamo benissimo tutto il vostro arrancare per rimanere a galla, e tutta la vostra avversione per i preti che sono andati al popolo: diamine si tratta di interessi. E l’interesse spiega molte cose, che la sola ragione non potrebbe provare. Il prete che non si limita a predicare la rassegnazione e l’ubbidienza ai soggetti e la carità di quel che pare loro superfluo ai signori padroni, il prete che positivamente lavora a sollevare gli umili, a renderli indipendenti dal servaggio economico e morale, è un rivoluzionario, un anarchico, un traditore del suo ministero. E allora il liberale, sia pur moderato, il liberale rispettoso del sentimento religioso, ha perfino il coraggio di alzare la mano e percuotere il sacerdote, che per lui non è più tale perché è contro la sua bottega. Il fatto di ieri: don Pietro Bosisio , direttore del Cittadino di Monza è stato colpito perché sosteneva i diritti degli operai scioperanti, di fronte all’arbitrio padronale. I giornali hanno riferito il fatto, nessuno l’ha smentito, e l’Osservatore Cattolico ha in proposito un commento che merita di essere riportato. «Il fatto è grave ed esce dall’ordinario. Un giovane sacerdote è stato percosso, l’altro venerdì, mentre tutto solo si trovava, invitato, nello studio di un’azienda industriale della Brianza a discutere gli interessi di una massa di lavoratori: nessun testimonio, si capisce; il giovane sacerdote non era in presenza che di due fratelli proprietari dell’azienda e di una loro sorella, una egregia signora che aveva anzi assunto su di sé il compito di procurare il convegno. Don Pietro Bosisio ci era venuto nella fiducia di ottenere una proposta ragionevole e conciliante dai fratelli proprietari, che ponesse fine ad un contrasto coi loro operai; egli fidava tanto più in quanto sapeva di andare in una famiglia che si onora di avere buona relazione col clero; d’altra parte è il suo ufficio – tanto nobile quanto penoso! – quello di assistere i lavoratori della Brianza nelle loro rivendicazioni economiche, e lo esercita da tempo pubblicamente, con un programma di giustizia e di pacificazione, ottenendo risultati che gli hanno pure meritata la stima da parte dei sindaci, dei funzionari incaricati di mantenere l’ordine, degli stessi industriali intelligenti. Ad Albiate, no: perché lo si era chiamato? Evidentemente non per trattare: tant’è che i signori Viganò lo investirono cogli epiteti più ingiuriosi; don Pietro Bosisio si sentì chiamare da quei gentiluomini, stupido, cretino, anarcoide; si sentì chiamare peggiore dei socialisti, e... – attenti, perché il particolare è rivelatore – ribelle ai suoi superiori ecclesiastici. Il sacerdote, fustigato così a sangue sofferse; egli sapeva che una parola, gettata in mezzo ad una folla, lo avrebbe vendicato ad usura; e temette anzi che la debolezza della natura vincesse in lui la coscienza del dovere; ma lo soccorse la virtù sacerdotale e si limitò a dichiarare che non avrebbe potuto appoggiare le proposte della ditta presso gli operai: il sacerdote desiderato strumento di una vittoria padronale, rifiutava di tradire la causa degli umili che a lui si erano rivolti. E allora la mano di uno dei suoi... ospiti si contrasse nello sdegno per l’impresa fallita; e sferrò un pugno sul volto del ministro di Dio! Non una parola di protesta partì dagli altri; nemmeno l’anima pia della signora fu turbata dall’atto sacrilego: forse che il sacerdote, quando difende gli interessi degli operai e chiede giustizia dai padroni, è ancora tale per costoro? Anzi fu un coro di nuovi vituperi: e don Bosisio si sentì addosso la gragnola di stoltissime accuse, fino a quella d’essere egli autore di canzonette intimidatorie, e istigatore di minacce e di violenze. Don Pietro Bosisio esce e tace: è in lui la gioia sublime d’aver patito qualche cosa, d’aver vinto sé stesso, di poter compiere un sacrificio, di sentirsi migliore. Suadente diabolo? Ecco ora il caso, diremo così, di coscienza che dovrebbe interessare il percuotitore. E noi non esitiamo a risolverlo affermativamente. Sì, fu il demone della cupidigia e dell’orgoglio di classe che ha guidato quella mano, triste episodio che getta uno sprazzo di luce sulla miseria morale di certe anime, le quali si affidano magari al prete se egli può dar loro una benedizione, una speranza, un perdono, ma che non lo tollerano se egli pronuncia le parole della giustizia, se egli anziché accontentarsi di qualche oblazione per una statua sacra o per una tovaglia d’altare, anziché chiedere l’elemosina per i poveri, invoca una mercede più equa e un trattamento più umano per la gente che lavora ogni giorno a crescere le ricchezze dei padroni. Che più? Forse il demone persuasore ha sussurrato in quel momento all’orecchio del percuotitore: tu fai opera santa se richiami il prete al suo ufficio di puntello del privilegio economico, se colpisci in lui tutto un indirizzo, tutto un programma – batti pure; il prete non è un socialista che ti può restituire in moneta corrente. Noi chiediamo ai lettori un pensiero di solidarietà con don Pietro Bosisio: questo giovane intelligente ed operoso che ha dato un tale esempio, che vale più che mille articoli di giornale: siamogli grati: e riflettiamo bene, ciò che contro di lui non osarono né gli avversari più accaniti a cui egli contende il terreno, né le folle tumultuanti quand’egli le affronta per calmarle e magari per rimproverarle, ha osato l’uomo d’ordine, il padrone che si vanta della sua religiosità, e che in nome di questa, quando non può ottenere dai superiori del prete il bavaglio da cacciargli in bocca, si fa egli stesso tutore della sacerdotale dignità. Questa brutta pagina è degna di passare alla storia. Ecco il liberalismo in pratica!». Il fatto non si ripete certo, né noi vogliamo affermarlo in tutta la sua drasticità così di frequente, ma l’idea che l’ha determinato è la medesima che ispira tutta la lotta contro i sacerdoti che escono di sacrestia, tutti i sacerdoti che non limitandosi al salmodiare, fanno anche dell’azione. Ma il popolo ha già conosciuto le arti dei suoi amici d’occasione e le ha sapute distinguere dall’opera vera e disinteressata di chi ha lavorato per lui: il popolo ha detto la sua parola. Può ben gridare Il Messaggero: «Ma fino a quando, signori della Voce, credete di poter così turlupinare il popolo trentino? o sperate che il Trentino non possa mai più ridestarsi e ribellarsi alle ingiunzioni vostre?». Il Trentino, signori, s’è già ridestato, sì, esso si è ribellato: egli ha ben bene guardato in faccia ai suoi turlupinatori, ai campioni del liberalismo, cioè dell’egoismo economico e ha detto loro: signorotti non ne vogliamo più! Vogliamo i preti in chiesa e fuori di chiesa!
92a6ae93-a46c-47ee-a8d4-e18d9f6d5c61
1,907
3Habsburg years
11906-1910
La campagna elettorale ha aperto ferite che non rimargineranno presto. Nella stampa avversaria l’acredine, l’asprezza dell’offesa, l’ingiustizia dell’attacco, la viltà dell’insulto continuano. Con una presunzione senza pari i giornali malfattiani parlano dello «stocco di zucche» che il partito popolare manda al Parlamento, degli inevitabili fiaschi che i nostri deputati – gente da nulla – dovranno fare, e un gazzettiere del Messaggero prende già la posa di controllare le «castronerie» di cui i «nostri carneadi» incominceranno presto la serie. Impossibile, inutile forse raccogliere codesti avanzi di rancore; meglio aspettare e i nostri e i loro alla prova dei fatti, sapendo a tempo ricordare i meriti e le conquiste di codesti liberali, e sfidando il confronto della loro gloriosa attività passata coi fiaschi avvenire dei nostri. Ma peggio ancora vennero trattati gli elettori. I preti, intriganti, imbroglioni, agitatori ricorrenti ad ogni arma, illegalmente, disonestamente, fino all’abuso delle cose più sacre, fino all’abiezione del loro carattere sacerdotale, ecco le accuse lanciate unanimemente dalla stampa anticlericale di tutte le tinte. Invano si elevò la nostra protesta: la rabbia dei vinti inventò le mene secrete del confessionale e le sostenne, senza poterle provare e sapendo di elevare un’accusa gravissima contro i sacerdoti e contro la coscienza cristiana del nostro popolo. E gli elettori in genere? Vennero divisi in due classi e il criterio di divisione fu molto semplice: gli elettori del partito popolare vennero bollati d’ignoranza, di incoscienza, di pecoraggine, gli altri rappresentano l’intellettualità, la libera coscienza, l’educazione politica. I voti dei clericali furono semplicemente timbrati, imposti si vuol dire, gli altri furono libera espressione di un’idea. E specialmente agli elettori delle vallate la stampa anticlericale lanciò l’accusa «montanari incoscienti e tenebrosi». Nella foga la stampa anticlericale non ha forse pensato che con ciò negava i caratteri di liberi, coscienti cittadini all’enorme maggioranza degli abitanti del Trentino e che veniva a disonorare, a denigrare il Trentino nella maggioranza dei suoi figli. O forse che il Trentino sta nel campo dei 6000 liberali o in quello dei 6000 socialisti? Stiamo a vedere. I 40.000 sono la maggioranza ed hanno la coscienza di esserlo! Lo sappiamo, vi pesa, vi pare un sogno orribile, inaudita voi dite questa realtà... Eravate tanto avvezzi a dire: «il Trentino siamo noi!». E quando agli avversari volevate chiudere la bocca opponevate: facciamo appello al paese, e il paese eravate naturalmente voi, oppure: questa è la voce della patria, e la patria eravate sempre voi. Il suffragio universale ha distrutto ai 14 il vostro monopolio, il verdetto popolare si è pronunciato contro quel paese che voi avevate identificato col partito e cogli uomini vostri, ma col crollo del vostro partito non è crollata la patria, non è morto lo spirito nazionale, che vive di vita sua e non della vostra. La patria è là grande ancora, grande nella nostra coscienza, grande, benché combattuta, oppressa talvolta, e il Trentino non è crollato. No, esso è risorto a vita migliore, è fuggito dai vostri caffè, a vita più ampia e più libera ed ha rianimato le valli più remote: «Trentino» noi abbiamo scritto sui nostri proclami dall’uno all’altro confine di nostra tetra e il «Trentino» è scritto sulla nostra bandiera vittoriosa. Voi non volete concederci il titolo di italiani, voi ci negate la piena cittadinanza trentina, e sia pure! Chiudete gli occhi alla verità e tirate innanzi per la vostra via. D’una cosa sola vi avvertiamo però, che la vostra posa di monopolizzatori oltre che ridicola diventa anche pericolosa alla patria che dite d’amare. Negate il patriottismo, lo spirito nazionale ai clericali, e voi lo negherete al 70% dei cittadini elettori del Trentino e voi ammetterete che il «Trentino non esiste». E questa se non erriamo, è la tesi del Volksbund. Sappiamo che un tempo, la tattica vostra di monopolizzatori e distributori di patenti ingannava qualche uomo di buona volontà; ora la verità è in marcia, ha già fatto gran strada. Lo sviluppo dei partiti ha dimostrato che voi siete anzitutto liberali e anticlericali, la crisi delle coscienze si è evoluta in aperto, profondo dissidio; anche nelle nostre città come altrove l’idea laica contro la Chiesa cattolica s’è affermata, e nonostante gli sforzi degli eterni conciliatori delle forme, la divisione sostanziale è avvenuta e si è anche manifestata nella vita pubblica. Furono sfoghi anticlericali isolati prima, mosse fuori di linea dei più giovani, dei meno prudenti, ma il libero pensiero e l’opposizione alla «schiavitù del dogma» ebbero le loro affermazioni solenni. I più vecchi e i più furbi si sbracciarono talvolta a rattoppare il bandierone, a rimettere i ranghi. Il programma secondo loro doveva essere nazionale anzitutto, e poi liberale: due parallele o due convergenti alla più. Ma gli sforzi furono vani. Era destino che il mutamento avvenuto nelle coscienze private dei cosiddetti intellettuali si manifestasse anche nella coscienza del partito: e la metamorfosi avvenne, si dimostrò, e noi ebbimo occasione di notarla più volte. Nell’ultima campagna si tentò l’ultimo trucco e il partito liberale accentuò il suo nazionalismo, in cui solo volle si vedesse la sua ragion d’essere; per il resto in nome di molti miscredenti ribelli alle dottrine e alle pratiche della Chiesa si parlò di «attaccamento alla religione», di «vicari di Cristo», e questa ipocrisia, codesto camuffamento doveva essere l’onta più grande del partito liberale. Dopo il 14 però il trucco diviene inutile e con la faccia tosta di commedianti di professione, i liberali presero diversa via. Il nazionalismo passò in seconda linea, l’anticlericalismo, il liberalismo puro si manifestò anche ai ciechi come la vera ragion d’essere dei liberali. I nemici erano e sono i preti, i clericali, il maggior pericolo è il clericalismo. Ai 23 conveniva correre tutti e dimostrare ai preti tutto il vero liberalismo che li animava. Se ai 14 molti liberali pur di fare una dimostrazione anticlericale avevano votato per il candidato socialista internazionale, lasciando cadere Antonio Tambosi, presidente della Lega Nazionale, ai 23 si doveva dimostrare ancora di più l’odio contro il prete e che Trento, malgrado le tenebre delle vallate poteva ridivenire, sia pure con fiamma rossa, un faro di luce. Non giovò ricordare che il dr. Conci aveva combattuto fino a ieri le campagne nazionali; no, conveniva dare una degna risposta ai preti. Che importa se fra questi preti molti difendono la patria dall’ingordigia degli stranieri, se molti di loro sono milites confinarii della nostra difesa nazionale? Nulla. I nemici sono i preti e bisogna dar loro uno schiaffo. Fu accennato che la risposta del dr. Conci avrebbe anche significato un programma in cui ciò era espressamente detto. Che importa? Conveniva dare lo schiaffo ai preti. E questo schiaffo fu dato, non ai preti soltanto, ma a tutto il popolo cristiano trentino, al Trentino cattolico e credente. Bebel ha detto: Cristianesimo e socialismo stanno bene fra loro come acqua e fuoco. Ebbene, i liberali di Trento sostennero, appoggiarono, diedero la vittoria al socialismo, con estrema offesa a quanti lo devono combattere in nome di altissimi principii e per recare quest’offesa ai cattolici si soffocarono anche gli scrupoli nazionali. E i liberali di altri luoghi batterono le mani. Ebbene. Il 23 rimarrà una data memorabile: in quel giorno si è stabilito che anche a Trento non vi sono che due concezioni della vita pubblica nella coscienza dei cittadini: la cristiana e la socialista, ossia l’anticristiana. In quel giorno è caduta per sempre un’altra finzione: che il partito liberale avesse la sua ragion d’essere nella questione nazionale più che nel liberalismo. In quel giorno Trento non fu la capitale morale del Trentino, fu anzi meno trentina che mai. Ed ora l’Alto Adige fa l’offeso perché trenta elettori, colpiti nella loro sacra dignità di uomini dagli insulti della stampa anticlericale che li chiamò «incoscienti e pecore matte» esprimono il loro risentimento col dire che avrebbero voglia di separarsi da Trento, se non vi fosse il Vescovo. Eh! Voi avete ben compiuto altro e peggio, messeri! Voi vi siete separati di fatto dalle vallate, le avete insultate, avete voluto rotto il sacro legame per cui solo Trento può essere capitale. Ma quietatevi, mimose pudiche! Non sarà il partito popolare quello che tenterà di isolare Trento. Trento sarà sempre per noi il centro del paese. Trento la capitale della diocesi, Trento il nodo delle nostre forze economiche e i nostri deputati vorranno essere i rappresentanti di tutto il Trentino, promuovere gli interessi nazionali ed economici di tutto intiero il paese. Che importa se oggi intorno al sass si disprezza, si respinge l’opera nostra, ci si chiama il nemico più pericoloso? Guardiamo in alto ai monumenti di nostra fede e di nostra italianità: la facile folla d’oggi che vi si agita d’attorno rinsavirà domani e comprenderà che offendere i fratelli, staccarsi da loro è opera deleteria alla patria. Lavoriamo malgrado certi trentini per il Trentino uno e forte, nazionalmente, moralmente progredito. L’opera nostra finirà col convertire i più onesti tra i nostri avversari. Lavoriamo, ché lo straniero non approfitti dell’interno dissidio. E oggi, dopo la grande campagna, dopo la grande vittoria, malgrado l’offesa di Trento, alziamo la nostra bandiera cattolica ed italiana e di fronte ai nemici ed agli avversari interni leviamo tutti e forte la voce: Evviva il Trentino.
298072e4-166f-4a49-abda-0c01e39d182a
1,907
3Habsburg years
11906-1910
È la parola di oggi per i neo-eletti rappresentanti del popolo. La Camera tra pochi giorni sarà aperta e allora incomincerà la prova. Il nuovo parlamento del suffragio universale ha innanzi a sé dei compiti gravissimi e delle responsabilità che non potrà reclinare, di fronte specialmente alle classi lavoratrici, che sperano sia venuta dopo tante aspettative la loro ora. Tutti i partiti hanno fatto delle promesse, vedremo chi le saprà mantenere. È interessante sopratutto vedere la posizione che prendono i cristianosociali, il partito che, dopo la fusione dei conservatori, è divenuto il più forte, perché conta 96 deputati, ed ha un programma specificamente popolare. L’altro ieri in un’imponente adunanza di operai tenuta a Vienna per protestare contro le violenze dei socialisti nella recente campagna elettorale e specialmente contro il terrorismo da essi esercitato sugli elettori nei ballottaggi, il deputato Kunschak ebbe occasione di fare delle dichiarazioni che meritano di essere rilevate. Secondo lui, appena cominciati i lavori parlamentari, il gabinetto porrà tosto la questione di fiducia per vedere se può disporre d’una maggioranza, e precisamente sul caso dei tre impiegati traslocati, per motivi di servizio come dice il governo, per cause politiche come afferma la stampa liberale e socialista. Poi si dovrà venire al lavoro serio. I cristiani sociali si propongono due compiti: fare un energico controllo sul governo senza lasciarsi fuorviare da alcun opportunismo utilitario, per impedire che esso si lasci rimorchiare dai partiti anticlericali, tanto più che la maggior parte degli impiegati dirigenti nei ministeri sono apertamente partigiani del socialismo; e poi fare da molla propulsoria per una radicale riforma democratica. Sarà questa la prova del fuoco per i socialisti, perché essi si troveranno al bivio di votare contro le leggi popolari che dovrebbero essere il caposaldo del loro programma o di votare contro il capitalismo ebreo che notoriamente ha pagato loro le spese di guerra per le elezioni. Vedremo esclamò il Kunschak tra entusiastici applausi, se i rossi avranno il coraggio di levarsi contro il loro Rothschild e il loro Guttmann. Il guadagno enorme dei cartelli industriali, sul carbone, sul petrolio, sul ferro, deve andare allo stato perché questo abbia i mezzi di promuovere il benessere delle classi meno abbienti, perché devono affrontare gli urgenti bisogni sociali che devono essere soddisfatti. I cristiano-sociali presenteranno, perciò, una legge sulla statizzazione, ma perché questa sia efficace, e non divenga un nuovo tranello, una rovina per le finanze dello stato, è contemporaneamente progettata una legge di espropriazione, secondo la quale i proprietari non riceveranno più che il giusto valore di quello che dovranno cedere allo stato. Come si vede una riforma radicale, che tocca quasi le basi del presente ordinamento economico e che a qualcuno potrebbe sembrare un po’ di tinta... socialista. Ma è pur d’uopo notare che se la proprietà privata è fondata nel diritto di natura, e perciò non potrà mai entrare in un programma cristiano il comunismo, non è detto però che sia necessario che una persona o una determinata classe di persone abbia proprio quella specifica proprietà come sarebbe la proprietà di un campo o di una miniera, ma il bene pubblico può giustificare e anche richiedere che questa gli venga tramutata in altra equivalente, salvi restando i principi della giustizia. E che il bene pubblico lo giustifichi è chiaro: basta d’una parte consultare i bilanci dei «cartelli» o delle società per azioni e vedere i dividendi che vengono pagati, o d’altra parte rilevare come pesino sul popolo i balzelli, e quanti milioni siano necessari se si vuole seriamente attuare un piano concreto di leggi democratiche. Naturalmente (e chi se ne meraviglia?) strilleranno gli ebrei e gli ebreizzanti, ma ognuno deve andare per la sua via, ed è ben giusto che se la legislazione fino ad oggi fu influenzata da loro – e si capisce non a loro danno – cominci alla buon ora il tempo in cui si cambi rotta e si pensi anche a quelli che sono economicamente deboli, e che nella lotta per la vita hanno maggior diritto di essere difesi e protetti dai poteri pubblici che sono costituiti per il bene universale. Dopo tutto, in Israele, vige la legge del taglione, e questa nel campo materiale non si può dire sia ancora abolita – ha solo mutato nome e si chiama giustizia distributiva. Ma i cristiano-sociali preparano ai loro amici delle borse un altro contentino: un’imposta progressiva sull’eredità e un’imposta progressiva sul capitale mobile. La legge della progressività è ormai ammessa da tutti gli economisti, che non sono inceppati dal pregiudizio liberale, come un postulato di equanimità evidente, e riguardo alle eredità è stata ormai in vari stati in maggior o minor grado applicata. Quello che turberà ancora più i sonni ai borsisti è l’imposta sui «coupons». È noto che i fortunati possessori di questo genere... di roba cercano generalmente per evitare la tassazione di acquistare grandi partite di rendita estera, che poi naturalmente tengono nascosta. Ora il deputato Gessmann , uno degli uomini più influenti del partito, vorrebbe una convenzione internazionale per impedire questa frode che toglie ogni anno allo Stato dei milioni d’entrata – cioè non glieli toglie – perché il ministro delle finanze i danari che adopera li vuole e non potendo tassare le carte di stato tassa i generi elementari e Pantalone paga mentre il giudeo ride. Ma non basta prendere, bisogna anche dare. E nissuno vorrà credere che i cristiano-sociali vogliano aumentare le rendite dello stato per il gusto di mungere i capitalisti o di far piangere la povera Neue Freie Presse, che dopo le elezioni è proprio desolata e neppure che essi si limitino al lavoro, diremo così, negativo, lasciando agli altri il piacere di proporre i miglioramenti popolari. No; già fin d’ora essi annunziano che faranno un’energica azione parlamentare per le pensioni generali, per una riforma del regolamento industriale e per il servizio militare in due anni. Intanto, a dar prova della loro serietà d’intenti, rileviamo che nella seduta di ieri nella dieta dell’Austria inferiore, nella quale, come si sa, hanno la maggioranza, fu deciso di invitare il governo a lasciare in libertà nel tempo dei maggior lavori agricoli i figli di contadini che sono sotto le armi. Altre leggi che verranno quanto prima presentate sono quella di erigere in ogni locale elettorale una cosidetta cella per garantire la libertà e la segretezza del voto e di permettere il colportage . Come si vede, se il parlamento vive, c’è di che lavorare per intanto e di più in seguito quando verrà in discussione il bilancio e il compromesso coll’Ungheria. E i socialisti avranno tutta l’opportunità di dimostrare la loro democrazia, il loro amore per il popolo. E dire che c’è qualcuno che ha dello scetticismo in proposito! Non si sa spiegare, cioè, come il capitalismo ebreo sia stato così generoso verso i suoi nemici rossi. Non si sa spiegare nemmeno come, a elezioni finite, i socialisti pare abbiano dimenticato il loro bagaglio di riforme e si affannino a predicare la lotta contro l’anticlericalismo. Ma non è la religione cosa privata? O forse visto che le lotte nazionali per intanto sono destinate a passare in seconda linea e che c’è chi ha la buona volontà di andare a vedere nelle tasche di certa gente che non ha mai lasciato guardarvi fino in fondo, forse si pensa di mandare alle calende greche le proposte sociali col suscitare nella camera viennese la tempesta della lotta religiosa? C’è chi lo afferma, ripetiamo, né la cosa sembra del tutto inverosimile. Per tutti i casi il baron Hoch è pronto a suonare la trombetta e comandare l’assalto. Lancie in resta: marche!
4097cdce-78c3-4be2-a02f-d6fa4639d04c
1,907
3Habsburg years
11906-1910
La questione del giorno è quella relativa al futuro presidente della Camera. Se si trattasse di un altro Stato, in via di massima, la cosa sarebbe già decisa, il presidente è tolto dal gruppo più numeroso, dunque dai cristiano-sociali. E questi infatti, pare abbiano fatto gran calcolo di questa consuetudine parlamentare perché reclamano il loro diritto a questo posto onorifico ed hanno anche ufficialmente annunziata la candidatura del dott. Weisskirchner. Ma in Austria, oltre che i partiti, vi sono anche le nazioni, e gli slavi ad esempio, presi assieme, hanno la maggioranza sui tedeschi. Ecco il punto difficile: cederanno quelli a questi, o almeno, per essere più esatti, tollereranno un presidente tedesco? Si parla di una candidatura proposta da czechi, ma non si dà come certa. Siamo però verosimilmente a questi termini: da una parte una candidatura tedesca e cattolica, dall’altra una candidatura slava e liberale. Sarà interessante vedere come si comporteranno nella rispettiva elezione i partiti progressisti tedeschi e sopratutto i socialisti. C’è chi in proposito parla di scissure. Si vede proprio che i cristiano-sociali specialmente dopo la loro unione coi deputati conservatori, che ha aumentato notevolmente la loro forza, danno da pensare agli avversari. Questi hanno sempre davanti lo spettro nero. L’altro ieri, ad esempio, si recarono a far visita al bar. Beck i deputati Gessmann e Ebenhoch. Ed ecco che subito si sparge la notizia che il dott. Gessmann diventerà tra breve ministro dell’istruzione. Il che – non c’è a dire – sarebbe una provvidenza per noi, e frenerebbe i soverchi bollori di certa gente che vaneggia per la libertà della scuola, ma pur troppo la notizia è prematura. Il ritiro del ministro Marchet, dopo la bella prova di fiducia che ha avuto a Baden, è più che probabile, non così – e i giornali cristiano-sociali lo confermano – la successione del dott. Gessmann. E, per una volta, anche un preludio trentino. È il saluto che un periodico, il quale dovrebbe proporsi di essere il portavoce degli interessi comuni, un periodico che vuol essere organo di corpi morali ai quali può riuscire molto utile, anzi talvolta necessario l’aiuto dei deputati, manda a questi mentre partono per Vienna. Leggiamo infatti nel Bollettino dei comuni, che venne recapitato anche a tutti i deputati dell’Unione pol. popolare, un articolo del dott. Debiasi con tanto di prefazione della redazione, nella quale si invoca la concordia nel paese per la difesa comune. Ma questa concordia è, come dice il sullodato ed esperto dottore, una «sua patriottica illusione» perché poco sotto scrive con evidente ironia: «È destino che soltanto in questa nostra terra italiana non possa – sia per sobillazione di astuti, sia per abito di servilismo, sia per ignava decrepitezza – allignare codesta vivificante coscienza (nazionale)? Pare di sì; e c’è da arrossire nel dirlo. Forse i giovani che si giocondano nel miraggio d’un lontano avvenire, forse gli affaristi che valutano le dignità d’un polo alla stregua del prezzo del merluzzo e dei salami; forse i vincitori di ieri che dicono di correre affannati a Vienna a salvare per i credenti la religione e per le donne i mariti, rideranno di queste malinconie. In tutti i modi si sa che sarebbe ingenuo fare assegnamento su di loro». Ecco, che liberali siano... liberali è un pezzo che lo sappiamo, ma che essi, dottori e non dottori, fossero così gentili riguardo alle degne persone che, vogliano non vogliano, rappresentano a Vienna il paese nostro non l’avremmo creduto. Vuol dire che saranno il dott. Debiasi e il direttore del Bollettino su cui si porrà «fare assegnamento» da parte dei comuni trentini per la loro difesa.
df8f708e-7ce1-4c7a-a63b-d41258538e26
1,907
3Habsburg years
11906-1910
(per telegrafo al TRENTINO) Vienna, 18 Ieri, dopo una lunga seduta e dopo ampia discussione fu presa la seguente decisione: «I deputati italiani eletti in base al programma delle unioni politiche popolari del Trentino, del Friuli e dell’Istria deliberano di costituire il “Club italiano popolare” allo scopo di difendere e di promuovere al Parlamento gli interessi dei paesi da loro rappresentati. Nelle questioni nazionali cercheranno di procedere d’accordo coi deputati italiani degli altri partiti. A tale scopo deliberano di avviare delle trattative per la costituzione di un “Unione parlamentare italiana” per la difesa degli interessi nazionali. A presidente del Club popolare italiano venne eletto il d.r Enrico Conci, a vicepresidente l’on. Mons. Faidutti , a segretario l’on. d.r Bugatto . Il club ha deciso di presentare subito delle mozioni tra cui circa la questione universitaria, il dazio sui grani, sul duello (caso di Trento) ecc.» A nessuno sfuggirà l’importanza eccezionale di questa nostra notizia. I deputati italiani popolari, cioè i 7 rappresentanti del Trentino, l’on. Spadaro dell’Istria, Mons. Faidutti e il d.r Bugatto del Friuli si sono uniti in un club popolare in base al loro programma integrale. Ben sapendo però che l’unione fa la forza e che in parlamento è utile si manifesti la solidarietà di tutti gli italiani in questioni nazionali, essi hanno deciso di avviare trattative coi deputati italiani liberali e socialisti per la costituzione di un’«Unione italiana» che raccoglierebbe nel suo seno tutti i partiti per la difesa nazionale. Un simile procedimento hanno tenuto anche gli czechi nella costituzione del club czeco, i tedeschi nella fondazione dell’«Unione tedesca», i polacchi, i ruteni e quasi tutte le nazionalità della Camera. Così cadono tutti i maligni commenti di certi nostri giornalisti, che vedevano i nostri già fusi coi cristiano-sociali tedeschi. Ora sta nei liberali e nei socialisti l’attuare la solidarietà italiana alla camera, come esisteva nell’«Unione italiana» già antecedentemente, «Unione» alla quale appartennero sempre anche i nostri amici, fino che una grave divergenza circa una questione nazionale non li costrinse per poco ad uscirne.
f9666a3e-7d16-44b2-bc95-05963cb51e2d
1,907
3Habsburg years
11906-1910
Vienna, 19 ore 9 Ieri e ierl’altro furono due giornate laboriose per i nostri deputati. Gli onorevoli italiani popolari ebbero seduta quasi in permanenza. Dopo la seduta d’apertura della Camera i nostri deputati tennero una conferenza comune coi deputati italiani liberali adriatici ove furono esposte le idee di tutte le tendenze circa la posizione parlamentare degli italiani. La sera si radunarono in seduta propria i popolari e in questa seduta fu decisa la formazione di un club di partito e oltre a questo di un’ «Unione nazionale» alla quale dovrebbero far parte gli italiani di tutti i partiti – come v’ho telegrafato ieri. Ieri venne comunicato il conchiuso ai liberali adriatici e al bar. Valeriano Malfatti che si riservarono la risposta. Ieri sera si fece il tentativo di fondare un’Unione latina federandosi coi deputati rumeni bar. de Hormuzaki, de Onciul, Jsopescul e Simonovici. A nome dei rumeni condussero le trattative Hormuzaki e Onciul. Si discussero gli interessi nazionali d’entrambi e si cercò una base comune di fronte agli slavi e ai tedeschi. Le trattative continuano. Come vedete i nostri deputati fanno ogni sforzo per ottenere col valore del numero maggiore rappresentanza in seno alle commissioni parlamentari e maggior forza di fronte ai partiti e al governo. Se tutti gli italiani formassero un gruppo assieme ai rumeni su di una base nazionale chiara e ben definita, l’Unione latina diverrebbe alla Camera un fattore non disprezzabile. La notizia da noi data ieri che i deputati popolari si erano costituiti in un club popolare , decidendo contemporaneamente anche di far parte ad un’Unione parlamentare italiana per la difesa degli interessi nazionali ha provocato sulle labbra dell’Alto Adige dei commenti degni dell’organo settario di via Dordi . Eppure che più naturale di tale procedimento? I nostri deputati hanno interessi morali e materiali da difendere, hanno un programma integrale affidato alla loro attività d’attuare, interessi e programma che sono in diversi punti diversi o contrari a quelli degli altri deputati liberali e socialisti. Per questo costituiscono un gruppo omogeneo d’intenti e di propositi. Contemporaneamente ritengono di fronte ai grossi partiti della Camera utile l’unione di quanti italiani più è possibile e decidono di fondare l’Unione parlamentare italiana, alla quale possono prendere parte i deputati di tutti i partiti e che non tratterà che questioni nazionali ed agirà in nome degli interessi comuni. Ogni persona oggettiva dovrebbe approvare il contegno dei popolari ed esser lieto che sia possibile l’unione di fronte agli avversari nazionali. Tanto più che un simile legame o poco più era anche la cessata Unione italiana, ove i nostri avevano le massime riserve in questioni programmatiche. L’Alto Adige invece esce in uno sfogo settario e chiama la tattica dei popolari una «assoluta inosservanza delle forme», un «atto che costituisce uno schiaffo dato ai deputati connazionali», «una procedura sconveniente» e consiglia i deputati di altri partiti di non mettersi alle dipendenze del club clericale. Aggiunge ancora alquante cretinerie sul conto di «don Zorzi» e «del bollente Alcide» e ci chiede: «Perché, se volevate l’Unione italiana avete combattuta con tanta foga la candidatura Malfatti»? Questa domanda vale un Perù ed è buona per la raccolta dei nostri «intellettuali». Discutere sarebbe da ingenui. Assioma dell’Alto Adige: il nemico è il clericalismo! I deputati italiani sono in maggioranza clericali. I nemici quindi sono i deputati italiani. Corollario: l’Unione italiana è «uno schiaffo dato ai liberali».
cd77b278-47f5-4625-bf89-f98653027997
1,907
3Habsburg years
11906-1910
Lindoro scrive nell’Alto Adige che l’Unione Latina è sfumata. La motivazione vale un Perù. Eccola! «I deputati liberali italiani preferiscono star soli, piuttosto che accettare alleanze che – specialmente in vista della tattica seguita dai deputati clericali – contrasterebbero troppo con i loro principii e coi loro sentimenti. Un ragguardevole parlamentare conversando mi disse: Che cosa penserebbero i nostri elettori se dopo averci veduti combattere, nella lotta elettorale, i clericali, ora ci vedessero andare a braccetto con essi? dove sarebbe la sincerità, dove la coerenza? E quale vantaggio ritrarrebbe la nostra causa da un opportunismo che ci inducesse a sconfessare i nostri principii ed a contrarre un connubio così ibrido, come quello fra clericali del nuovo stampo e liberali?». Codesta motivazione che è sincera è la rinnegazione di tutto il passato liberale, è il crollo di tutti i dogmi della nostra liberaleria. Dunque la questione nazionale non è per i liberali superiore al partito, dunque è vero quello che i socialisti e noi abbiamo sempre asserito, che i liberali erano sì caldi fautori delle unioni nazionali solo fino che avevano la maggioranza in mano! Delugan e Conci che pure erano stati combattuti nelle penultime elezioni, dovevano entrare nell’Unione nazionale, dovevano contrarre un ibrido connubio, altrimenti sarebbero stati traditori della patria e della nazione. Ora invece il far parte di un’Unione nazionale diventa opportunismo incoerente, poca sincerità; ed andare a braccetto coi medesimi Conci, Delugan e consorti, qualche cosa che sconfessa i principii! Amici, non dimenticate codesto episodio della vita politica trentina. Esso può avere un’importanza massima in molte altre questioni del nostro paese ed in altri corpi rappresentativi. Non abbiamo ancora notizia ufficiale della risposta dei liberali italiani, dobbiamo quindi aspettare quella per ritornare sull’argomento. Intanto l’Alto Adige comprende la debolezza della sua posizione, perché s’affretta a smentire Lindoro e a ricercare la causa del rifiuto nel modo di procedere dei popolari i quali hanno in antecedenza costituito un gruppo a sé. Il pretesto è ridicolo. Se i popolari volevano sinceramente un’Unione per la difesa nazionale e soltanto per questa, era evidente che dovevano costituire un organo per l’attuazione degli altri propri principii ed interessi, tanto più che un tal gruppo era già costituito dai socialisti. Uno simile avrebbero potuto formare anche i liberali, togliendo con ciò qualunque equivoco che qualche partito entrando nella Unione nazionale avesse sacrificato un ette del suo programma morale ed economico. È evidente che con ciò si evitava anche l’apparenza che i popolari, essendo la maggioranza, sfruttassero a scopi di partito i voti degli anticlericali. La federazione invece che la fusione significava dunque maggior libertà ed autonomia anche per i liberali. Non lo vogliono? Ed è un segno che essi si rifiutano di entrare in un’Unione ove il numero non garantisca loro la prevalenza e la... presidenza. La cosa è tanto chiara, che i cavalli dell’Alto Adige non riescono ad intorbidarla. L’argomentazione di Lindoro è del resto la medesima che votò un’adunanza di fiduciari dell’on. Bartoli e la stessa che misero in campo il Messaggero e l’Eco del Baldo. L’ipocrisia è dunque proprio inutile. Intanto, come rettifica di fatto crediamo di poter constatare che l’Unione Latina è tutt’altro che sfumata, che essa invece, come si è potuto vedere dalle elezioni nelle commissioni, è un fatto compiuto fra popolari e rumeni, i quali hanno la loro sede nell’antica unione italiana. I liberali vogliono rimanere fuori? Padronissimi; viva la solidarietà italiana! viva il barone Malfatti prima e dopo il 14 ! I rappresentanti di una politica così coerente sono proprio chiamati a controllare la... logica degli altri.
a548ec33-9d8a-4bea-9230-fe32873d6618
1,907
3Habsburg years
11906-1910
I ginnasti pantedeschi sono penetrati in casa nostra . Non sono venuti per ammirare le bellezze della nostra natura; vengono per insultarci, per provocare la popolazione italiana che chiamano bastarda. Chi sono codesti ginnasti? Sono seguaci delle tendenze pangermaniste, discepoli ed alleati del partito irredentista tedesco, il quale fa capo a Schönerer , che inaugurò il movimento scismatico «Los von Rom» per rendere più facile l’annessione dei tedeschi dell’Austria alla Germania. Ad Innsbruck, perfino il Municipio non fece loro ricevimento ufficiale per separare le responsabilità. La festa di Innsbruck ebbe carattere spiccatamente pangermanico ed infine anche austriaco. Vi partecipò il deputato pantedesco Malik, che l’altro giorno alla Camera dichiarò che sulle nuove monete coniate per il giubileo dell’Imperatore si doveva scrivere: Finis Austriae! la fine dell’Austria. Vi prese parte e parlò l’ex deputato Stein, lo stesso che in piena Camera austriaca gridava: Viva gli Hohenzollern ed intonava l’inno germanico, vi aderì Carlo Iro, il deputato fido acate di Schönerer, il promotore del movimento scismatico «Los von Rom» e «Los von Oesterreich»! Fu magna pars del convegno infine il dott. Frank, capo-partito dei pantedeschi di Innsbruck. A tali principii s’ispirò anche apertamente il convegno. Il discorso del dr. Frank diceva che i tirolesi cent’anni fa non hanno combattuto per Roma (in nome della loro fede) ma per la coscienza tedesca, che vuole, come aveva premesso, l’Unione tedesca con la Germania. E terminò con un grido applauditissimo: Heil Alldeutschland! Evviva la Pangermania! Questa truppa però non è soltanto nemica dell’Austria, fautrice aperta della rovina di questa, ma è anzitutto seguace di quelle tendenze germanizzatrici, che vogliono rubare al nostro popolo la lingua, l’esistenza nazionale! Il dr. Frank fu il capo delle orde che ad Innsbruck demolirono la facoltà italiana , linciarono gli italiani, e gli studenti incarcerati ancora ricordano la voce robustissima del Frank e dello Stein che aizzavano la folla e mandavano il grido, che giungeva fino nelle carceri: Morte agli italiani! Orbene, in mezzo al convegno di tal gente e dei ginnasti, venuti dalle provincie austriache e germaniche, sorse anche il famigerato pittore Edgard Meyer, colui che con i denari del Volksbund ha tolta la pace a tanti nostri paesi, ingannando i valligiani sulle sue vere tendenze. E codesto emissario invitò i ginnasti ad una gita verso le oasi tedesche, e sull’altipiano di Folgaria. Dimostreremo, disse il Meyer, che quella popolazione è con noi e non è italiana. Partirono da Innsbruck ed arrivarono a Bolzano martedì in circa sessanta, la maggior parte, come annunzia la Bozner Zeitung, sudditi dell’Impero germanico (Reichsdeutsche) con le loro signore. Ebbero ufficiale ricevimento dal municipio e per iniziativa della Südmark una festa nel restaurant «Rosengarten». Il consigliere municipale di Bolzano Lun eccitò gli intervenuti a mantenere fede alla tricolore germanica. Poi parlò di nuovo il prof. Edgard Meyer che invitò i bolzanini a prendere parte all’escursione nel Südtirol. «Per venerdì, egli disse, è preveduta una festa serale sul castello di Persen , poi si andrà a Luserna, il valoroso paesello tedesco, un esempio nella lotta nazionale, e poi attraverso Vielgereut (Folgaria) nella valle del Leno, dove coronerà l’escursione la costituzione di un nuovo gruppo del Volksbund». Inni pangermanisti chiusero il trattenimento. Non abbiamo tempo di commentare. Diciamo brevemente. Il popolo trentino non può fare a meno di sentire come una provocazione la gita dei ginnasti pangermani, i quali, guidati da odiatori del Trentino, vengono per dimostrare che non siamo di razza italiana, che a loro è facile germanizzare, vengono per concretare il loro programma di prepotenza e d’invasione e sulla rocca del castello di Pergine vogliono festeggiare le conquiste da loro fatte alla Grangermania. La loro escursione ha degli scopi, senza pudore manifesti e sono quelli di guadagnare nuovi paesi e d’imbastardirci. Noi protestiamo contro la debolezza delle autorità che, se non in nome della giustizia nazionale, almeno in nome dell’Austria dovrebbero impedire tali provocazioni. Noi protestiamo energicamente contro i provocatori, i turbatori della nostra pace, e, di fronte ai tedeschi che con loro non sono solidali, denunciamo l’atto di prepotenza che ora si compie. Viva il Trentino, abbasso la Pangermania!
bba06226-d1f4-45e8-96bc-5212d6337a86
1,907
3Habsburg years
11906-1910
[...] Il discorso del D.r Degasperi Riassumiamo brevemente: Lo scopo della gita e del comizio è di fare omaggio al partito nazionale a S. Sebastiano e a Carbonare. È la prima volta nella storia trentina che si trova riunita una folla di tutte le classi, ma specialmente di montanari e di contadini per affermare così solennemente la propria nazionalità. Accenna a quelle persone di S. Sebastiano e di Carbonare che fecero inauditi sacrifici per sostenere la lotta giorno e notte. Vi fu un’epoca in cui noi davamo quasi perduta la causa nazionale, tanto era stato l’impeto, sì molteplici le insidie degli avversari. Pareva quasi una fiumana che invadesse, allagasse tutte le nostre valli. In quell’epoca ci apparve come diga invincibile questo paesello di cui prima quasi s’ignorava l’esistenza, Carbonare. E chi riscosse e mantenne la resistenza fu lo studente Carbonari. Fu egli forte, audace protagonista quando ormai sembrava esser giunta l’ultima ora ed è merito certo suo, se anche gli altri ripresero coraggio. Evviva Luigi Carbonari! (applausi). Signori di Trento di Rovereto, quando passa uno di questi nobili valligiani per le vostre vie, levatevi il cappello! Fate omaggio al carattere e all’integra coscienza (applausi). Serva questo comizio a riaffermare tutti nel buon proposito a continuare tutti sulla buona via. Il difendere e mantenere la nostra lingua è diritto di natura, impresso dalla Divinità creatrice nel nostro petto. È anche diritto che ci perviene per la costituzione austriaca, poiché quando all’Austria si diede il nuovo statuto, non vi si scrisse che una nazione è superiore ad un’altra, che i tedeschi potessero opprimere gli slavi, i polacchi i ruteni e così via, ma sta scritto che tutti i popoli, tutte le nazioni sotto lo scettro degli Asburgo debbano avere eguali diritti . Noi non siamo dei ribelli, dei rivoluzionari, non facciamo dell’irredentismo politico, ma vogliamo l’attuazione di quanto sta scritto nella legge. L’Imperatore, inaugurando col discorso del Trono la sessione parlamentare, disse di voler morire colla coscienza d’aver lasciato intatto ad ogni popolo il proprio possesso nazionale. Ed anche noi non vogliamo altro! Chi sono gli avversari che dobbiamo combattere? Forse i tedeschi, tutti i tedeschi? No, la maggior parte di loro vuol vivere in pace con noi. Noi combattiamo una data specie di tedeschi, e sono i prepotenti, i germanizzatori (applausi). Sono dappertutto così: in Polonia quando maltrattano i bambini nelle scuole, in Moravia quando graffiano le lapidi dei cimiteri, perché non sono scritte in tedesco. Il loro ideale è d’imporre a tutti la loro lingua, e d’intedescare il più che è possibile l’Austria per rimandarla in malora e costituire un grande Stato germanico. Per questo li chiamiamo pantedeschi o pangermanisti. Quando arrivarono al castello di Pergine , hanno issato forse la bandiera austriaca? No, sicuro, ma la tricolore germanica (abbasso!). Uno dei loro capi ad Innsbruck, il d.r Frank, ha forse chiuso il suo discorso col grido: viva l’Austria? No, ma tutti hanno gridato: viva la Pangermania! (abbasso!). Lo so, non tutti i soci del Tiroler Volksbund sono d’accordo con questo indirizzo, ma per noi basta e avanza che siano d’accordo questi mestatori e quegli emissari che vengono qui a parlare nel nome del Volksbund! Non lasciamoci abbagliare da false promesse di vantaggi economici. È vero, dobbiamo cercare lavoro al Nord, ma sapete perché vi prendono? Non per amore, ma perché siete bravi lavoratori. Quanto vi danno non è regalato. Ed infine, perché non abbiamo lavoro in casa nostra? Chi è causa in gran parte della nostra miseria? Sempre i prepotenti, i quali per loro ottengono ferrovie, agli italiani invece della provincia lasciano l’onore di costruirgliele. Considerate un caso recente. Il capo del governo al Parlamento ha promesso ai nostri deputati di voler finalmente ricordarsi anche di noi, e di riparare all’abbandono in cui ci hanno lasciato tanti anni. Ebbene sapere chi è insorto subito contro il governo? Il partito dei prepotenti. Il loro giornale «Tiroler Tagblatt» dei 25 luglio, scrive che i tedeschi radicali staranno sull’attenti ed impediranno che si sazi la nostra fame coi denari tedeschi. Capite, ci vogliono sempre affamati perché ci trasciniamo sulle ginocchia a chiedere soccorsi dal loro Tiroler Volksbund. Qui o donne, vi mandano i vestitini, le camicette come regali a Natale, ma poi costringono i vostri uomini ad emigrare (applausi). Ora vogliono separarci, portare via tra noi la lotta per batterci. Siamo uniti, cerchiamo di formare una sola fratellanza trentina (applausi vivissimi). Chiediamo al governo quanto ci perviene per il nostro risorgimento economico, ma stiamo uniti e gridiamo: viva il Trentino nella sua fede cristiana e nella sua italianità (applausi generali). [...]
e864f4ec-721c-43a1-a42c-642bf3e7f410
1,907
3Habsburg years
11906-1910
Calliano -Aehrenthal -Triplice-Bülow -Tittoni-Pergine-Desio ... Chi avrebbe pensato all’avvicinamento di dimensioni tanto diverse! Le Münchener Nachrichten, l’Allgemeine Zeitung, le Leipziger N. Nachrichten, la Neue Freie Presse ne fanno una combinazione tale, che c’è da strabigliare! Pochi giornali hanno informazioni esatte e le esagerazioni sono enormi. A Pergine i gitanti si sono visti attorno a 1000 irredentisti, a Calliano 2000, mentre, a quanto si riferisce, raggiungevano forse i 300, sommati questi e quelli. Ora pare che si siano trovati anche dei revolvers presso la stazione di Calliano. Che c’è da dire? È stata avviata un’inchiesta e questa, siamo certi, proverà che se vi furono a Calliano dei violenti, sono degli esaltati irresponsabili, coi quali il popolo trentino non ha nulla di comune. Ma è difficile ora ricostruire gli avvenimenti nei loro particolari. A Pergine, per esempio, abbiamo sentito esprimere la massima indignazione perché un trentino avrebbe sputato in viso a una signora tedesca. Persone autorevoli invece, testimoni oculari del passaggio della signora, assicurano che la notizia è falsa. Tanto meglio! Ad ogni modo noi facciamo appello alla popolazione di Pergine di tenere bene aperti gli occhi e a non lasciarsi subornare da alcuni mestatori, i quali gonfiano ad arte qualche incidente che noi pure deploriamo, per provocare controdimostrazioni. Non lasciatevi ingannare, contadini! Qui non si tratta di gridare: viva l’Austria! o: viva l’Italia! Quei gitanti non erano semplicemente tedeschi, o puramente austriaci, ma erano seguaci di un determinato partito, e precisamente del partito pantedesco o pangermanico, il quale vuole che l’Austria vada in rovina, per poi fabbricare una grande Germania. Queste cose le hanno dette i gitanti stessi a Bolzano e sono venuti a Pergine, non per dimostrare che la vostra borgata è austriaca, ma che è tedesca e pronta a rendere omaggio alla bandiera tricolore germanica. Per questo appunto, perché si trattava non di una gita di piacere, ma di una dimostrazione di partito, anche molti giornali tirolesi e tedeschi biasimano la gita dei pangermanisti. Abbiamo riportato ieri e ierl’altro articoli e proposizioni del Tiroler Volksblatt, delle Tiroler Stimmen, del Vaterland di Vienna contrari al Meyer e ai suoi seguaci. E oggi ne aggiungiamo di altri, come la Münchener Post la quale chiama il Meyer uno dei più fanatici pangermanisti e lo accusa d’aver fatto ad Innsbruck agitazione per il partito pantedesco (eine ebenso aufdringliche wie taktlose alldeutsche Propaganda). Anche il giornale cattolico, il Vaterland, in un altro articolo di oggi deplora la tendenza dei pangermanisti, di germanizzare, perché infine di tutte queste beghe devono pagare le spese i contadini e i lavoratori d’ambo le parti. Il Deutscher Volksblatt poi di Vienna, giornale di tendenze cristiano-sociali, pubblica una lettera di un tedesco da Riva, in cui si deplorano simili gite, le quali danneggiano la posizione dei tedeschi e l’industria dei forestieri. Un po’ alla volta si fa luce insomma. Si può deplorare che siano accadute violenze, si può biasimare chi scenò condimostrazioni politiche, ma tutti, italiani e tedeschi ragionevoli, devono ammettere che la provocazione è venuta dai pangermani. Queste parole rivolgiamo in modo speciale alla popolazione di Pergine, che si cerca di sobillare nuovamente. Noi abbiamo bisogno di pace e di concordia e di lavoro unito per far risorgere economicamente il nostro paese. Appunto per questo dobbiamo protestare che alcuni tedeschi prepotenti vengano a piantarci la zizzania in casa. È chiaro?
4bb0cc6b-c205-4780-a731-3c29aefe64e5
1,907
3Habsburg years
11906-1910
[...] «Il difendere e il mantenere la nostra lingua è diritto di natura, impresso dalla volontà creatrice del nostro petto. È anche diritto che ci si perviene per la costituzione austriaca, poiché quando all’Austria si diede il nuovo statuto, non vi si scrisse che una nazione è superiore ad un’altra, che i tedeschi potessero opprimere gli slavi, i polacchi i rumeni, ma sta scritto che tutti i popoli, tutte le nazioni sotto lo scettro degli Absburgo debbano avere eguali diritti. Noi non siamo dei ribelli, dei rivoluzionari, non facciamo dell’irredentismo politico, ma vogliamo l’attuazione di quanto sta scritto nella legge. L’imperatore inaugurando col discorso di Trono la sessione parlamentare, disse di voler morire colla coscienza d’aver lasciato intatto ad ogni popolo il proprio possesso nazionale. L’imperatore vuole dunque che ad ogni popolo sia lasciata la propria lingua e il proprio costume. Ed anche noi non vogliamo altro! Chi sono gli avversari che dobbiamo combattere? Forse i tedeschi, tutti i tedeschi? No, la maggior parte di loro vuol vivere in pace con noi. Noi combattiamo una data specie di tedeschi, e sono i prepotenti, i germanizzatori. Sono dappertutto così! In Polonia quando maltrattano i bimbi nelle scuole, in Moravia quando graffiano le lapidi dei cimiteri perché non sono scritte in tedesco: il loro ideale è d’imporre a tutti la propria lingua e d’intedescare il più possibile l’Austria per mandarla in malora e costitutire un grande stato germanico. Per questo li chiamiamo pantedeschi o pangermanisti. Quando arrivarono al castello di Pergine hanno issato forse la bandiera austriaca? No, sicuro, ma la tricolore germanica. Uno dei loro capi a Innsbruck il d.r Frank, ha forse chiuso il suo discorso col grido “Viva l’Austria”? No, ma tutti hanno gridato: Viva la Pangermania! Lo so, non tutti i soci del Tiroler Volksbund sono d’accordo con questo indirizzo; ma per noi basta e ne avanza che siano d’accordo quei mestadori e quegli emissari che vengono qui a parlare del Volksbund. Non lasciamoci abbagliare da false promesse di vantaggi economici. È vero, dobbiamo cercare lavoro al nord. Ma sapete perché vi prendono? Non per amore ma perché siete bravi lavoratori. Quanto vi danno non è regalato. Ed infine perché non abbiamo lavoro a casa nostra? Chi è causa in gran parte della nostra miseria? Sempre i prepotenti, i quali per loro ottengono ferrovie, agli italiani invece della provincia lasciano l’onore di costruirgliele. Considerate un caso recente. Il capo del governo al Parlamento ha promesso ai nostri deputati di voler finalmente ricordarsi anche si noi e di riparare all’abbandono in cui ci hanno lasciati tanti anni. Ebbene, sapete chi è insorto subito contro il governo? Il partito dei prepotenti. Il loro giornale, il Tiroler Tagblatt dei 25 luglio scrive che i tedeschi radicali staranno in guardia ed impediranno che si sazi la nostra fame con denari tedeschi? Capito? Ci vogliono sempre affamati perché ci trasciniamo sulle ginocchia a chiedere soccorsi dal loro Tiroler Volksbund! Qui, o donne, vi mandano i vestitini, le camicette come regali di Natale, ma poi costringono i vostri uomini ad emigrare. Ora vogliono separarci, portare tra noi lotta per batterci. Stiamo uniti, cerchiamo di formare una sola fratellanza trentina. Chiediamo al governo quanto ci perviene per il nostro risorgimento economico. Ma stiamo uniti e gridiamo: viva il Trentino, nella sua fede cristiana e nella sua italianità».
c7aaaec0-0095-4416-8246-532bca2121cf
1,907
3Habsburg years
11906-1910
Non bastava l’oltraggio atroce, la calunnia infame, ci voleva sangue. La canagliata anticlericale, che in questo quarto d’ora spadroneggia l’Italia, sotto lo sguardo benevolmente indulgente di Giolitti, il grande scettico, visto che l’edificio di turpitudini che essa aveva, con tanta sapienza pratica e con tanta cognizione di tutti i misteri del vizio, innalzato minaccia crollare, dà di piglio ora ai sassi per lapidare i pacifici cittadini, ai tizzoni per incendiare le chiese. È il trionfo dei barabba. I socialisti dell’italo regno non hanno dimenticato le tradizioni della Comune parigina, e alla Spezia commettono violenze inaudite di anarchici, a Milano, a Torino, a Genova, assalgono a tradimento sacerdoti per via, e li feriscono brutalmente tanto che sono ora in fin di vita, e moltissimi sacerdoti di Torino si sono veduti costretti a chiedere la licenza di portare la rivoltella. L’anarchia più sfacciata ha il dominio incontrastato, mentre il Governo finge di non accorgersi, e i funzionari si rendono complici con atti illegali della teppa. Il socialismo si mostra una volta di più, quello che veramente è: eminentemente corruttore. Sono i suoi giornali in prima fila a inventare lo scandalo turpe e calunnioso, sono i suoi giornali all’avanguardia nelle prodezze bestiali di cui sono ripieni i giornali e che provocano l’indignazione di tutti gli onesti. E poi hanno il coraggio di predicare la morale, essi che – l’esperienza che abbiamo tutto giorno sott’occhio ce lo dimostra – essi che hanno portato l’immoralità che corrode come un tarlo la borghesia fin nei più intimi strati del popolo, essi che favoriscono la diffusione della letteratura naturalista, o diciamo meglio, oscena, essi che scalzano sistematicamente le basi d’ogni morale colle teorie sessuali più schifose e col negare quel che ne è il più valido sostegno – la credenza nell’al di là. E hanno il coraggio di predicare l’onestà essi che – nemmeno qui gli esempi mancano o sono pochi – calunniano apertamente e non rettificano mai, essi che pur di avere una popolarità – sia pure quella della vergogna – si prestano a fare dei loro giornali le fogne in cui cola ogni bruttura, in cui trovano ricettacolo tutte le eruttazioni dell’odio e della depravazione, essi che meritano tutti gli epiteti e tutte le qualifiche, anche quelle di briganti della penna e di lenoni spudorati, ma non hanno mai saputo cosa voglia dire essere onesti! Leggasi, per citare uno solo – gli sciacalli minori ne seguono fedelmente le pedate – quello che scrive oggi l’Avanti, dopo tutto ciò che è ormai assodato della turlupinatura anticlericale: «Non sono trascorsi otto giorni dalla scoperta del primo porcaio della Consolata a Milano, e già i pii postriboli rivelati non si contano più, e vengono messi in luce con un crescendo allarmante di turpitudini. Suora Fumagalli e don Riva ora appaiono dei primitivi della degenerazione sessuale al confronto dei celebratori delle messe nere di Savona! E intanto scandali vergognosi scoppiano dappertutto intorno agli istituti della pretaglia e della frateria contorsionista di ambo i sessi. La scoperta delle infamie dell’Istituto di Suora Fumagalli è stata come la violenta estrazione della trave dalla base di un edificio corroso: l’edificio rovina in polvere! Ora noi ci domandiamo se tutto questo non basti per indovinare le condizioni morali e fisiologiche di gran parte degli istituti di ogni genere retti da servi, da spose e da bisunti del Signore, o, in ogni caso, per legittimare il sospetto che si debbano compiere delle porcherie inaudite. E, notate, questa impressione... pessimista è così vera e così diffusa, che in tutti i giornali voi potete leggere che le madri di bimbi ricoverati nei pii... educatori sono in fermento e accorrono a ritirare le loro creature, conducendole dall’... educatorio, non a casa, ma direttamente dal medico per una perizia... là dove più evidente appare il pericolo. Monache, preti e frati sono additati, fischiati e ingiuriati per le vie dalle stesse donne, molte delle quali han creduto fermamente sino a ieri che noi calunniassimo i religiosi, affermando che questi, rinunziando al celibato, ponevano la loro candidatura a tutte le oscenità erotiche». Questa la verità, l’unica, sola, inconcussa verità! E educati a questa scuola, gli operai prima imparano dai particolari della cronaca infamie sessuali che forse prima ignoravano, poi corrono ad assaltare le chiese ed i preti, che come ben dimostra l’Avanti ne sono rei. Essi divengono così i militi volontari della massoneria, la quale conduce sapientemente la campagna. O ingenui proletari che applaudivano ai tribuni rossi, i quali dicevano di essere nemici della setta nefasta, e che era necessaria l’epurazione! Il connubio vergognoso ma proficuo è più che mai cordiale, e mentre il partito dell’avvenire rivolta le piazze, e dilaga d’immondezze l’Italia, la Massoneria agisce nell’ombra, e... paga. La calunnia e il teppismo sono organizzati, e i trepuntini fanno da commessi viaggiatori per la grande opera civile. Un giornale di Milano ha questa informazione: «Da fonte attendibilissima sappiamo che in questi giorni sono giunti da Roma nella nostra città quattro inviati speciali del Grande Oriente della Massoneria italiana onde prendere gli accordi diretti a mantener viva l’agitazione anticlericale. I quattro plenipotenizari, che ricoprono altre cariche nelle loggie della “Valle del Tevere”, hanno tenuto nelle notti scorse un’adunanza nella sede delle loggie milanesi in via Durini 25 alla quale parteciparono anche i venerabili delle loggie stesse ed i rappresentanti di quei giornali anticlericali cittadini che proclamano su tutti i toni essere animati nella loro vergognosa campagna unicamente da un immenso desiderio moralizzatore. I quattro rappresentanti della “benemerita” istituzione, prima di venire a Milano furono a Genova, (ove all’adunanza consimile a quella di Milano intervennero oltre i “fratelli” liguri anche qualche socialista riformista) e sono ora ripartiti per Torino onde continuare nella loro alta missione. Naturalmente queste nostre informazioni saranno smentite, ma noi ne garantiamo l’autenticità poiché esse non sono tanto il frutto di nostre indagini, che potrebbero essere imprecise, (dato l’ambiente misterioso nel quale si dovevano compiere), quanto di indiscrezioni quasi involontarie di persona assai addentro alle segrete cose della setta». Ma, viva il cielo, ogni cosa ha un termine. Anche le canaglie restano tali, per quanto siano socialiste o massoniche. E un salutare risveglio pare si vada annunziando anche nel Regno, e noi lo auguriamo per il bene dei nostri fratelli. Sia il risveglio della gente che ha ancora pudore, lealtà, e senso di giustizia, della gente che stanca di sopportare prende a scudisciate questi cani rabbiosi, i quali saturi di fango non possono vivere che tra esso, imbevuti di odio sono quasi fisicamente costretti ad eruttarlo, audaci dinnanzi ai deboli sono vili quando trovano il forte che non li teme.
381653b2-d6a0-414b-8c48-79d7800562c8
1,907
3Habsburg years
11906-1910
La direzione del Tiroler Volksbund credette necessario di spedire al Ministero dell’interno la seguente proposta: «Eccelso i.r. Ministero dell’Interno! In un telegramma del deputato Avancini all’i.r. Ministero dell’interno in Vienna si dice che la Luogotenenza d’Innsbruck permise una gita dimostrativa e agitatoria del Tiroler Volksbund organizzata dal pantedesco Meyer nel nostro territorio. Contro questa insinuazione noi protestiamo energicamente in tutta forma, perché il Tiroler Volksbund non partecipò in nessun modo, sia direttamente sia indirettamente, a indire, preparare e fare la gita che chiuse il quinto congresso dei ginnasti tedeschi. Noi protestiamo anche contro l’idea che vi sia una qualche parte del Tirolo, che i deputati, partecipi alla spedizione del telegramma, possano designare come territorio loro proprio. Innsbruck, 2 aprile 1907. Per il Tiroler Volksbund Il Presidente Prof. D.r Wackernell Il cassiere Il segretario Eccardo de Schumacher Giuseppe de Rossi». Non occorrono molte parole, per rilevare il veleno della chiusa, che in sostanza nega l’esistenza di un territorio nettamente italiano. Ma già si conoscono le teorie dei Volksbundisti e le loro mire. L’importante però si è che dal documento riportato risulta chiaro, come al Volksbund comincia a scottare il terreno sotto i piedi. Esso prende occasione dal fatto che la gita non fu indetta formalmente da lui, per rigettare da sé l’odiosità di quell’atto provocatorio e inconsulto. Vana fatica! Lo sappiamo che il Tiroler Volksbund ci tiene a non compromettersi in modis et formis e che, come fece di recente l’on. Erler al Parlamento, quando viene accusato di invasioni e mire germaniste, si appella al suo statuto, che ne stabilisce come scopo la difesa dell’unità della provincia e delle cosiddette basi tedesche. Ma la lettera viene spiegata e commentata dai fatti. E i fatti ci dicono, come rilevò ottimamente a più riprese ed anche lo scorso venerdì il Vaterland di Vienna, giornale cattolico conservatore, i fatti ci dicono che il Volksbund tende a germanizzare il Trentino. Il Volksbund vuole rendere tedeschi quei pochi paeselli, dove non si parla tedesco, ma uno slambrot, un linguaggio maccheronico misto di tedesco e italiano. Il Volksbund, vuole rendere tedesco qualche altro paese dove l’italiano è la lingua usata da tutti in famiglia, in chiesa e nella scuola. Il Volksbund, col pretesto di aiutare gli operai emigranti, tenta di fondare in paesi italiani – come San Sebastiano, Caldonazzo ecc. – scuole tedesche, di cui ognuno capisce lo scopo. Il Volksbund, nella sua agitazione, si serve sopratutto del Meyer, suddito austriaco una volta, e ora suddito germanico, uno dei più fanatici pantedeschi, che pretende essere i trentini – fatte poche eccezioni – tedeschi che parlano italiano e che devonsi rigenerare al tedeschismo e conquistare alla Germania. Il Volksbund lascia che il Meyer, anche nella sua recente gita provocatoria , faccia propaganda impudente per nuovi gruppi della società, sfruttando la confusione a bell’arte alimentata tra i contadini costretti ad emigrare, che austriaco sia lo stesso che tedesco e italiano lo stesso che irredentista. Il Volksbund coll’azione sua ha rincrudite le ostilità nazionali, ha cresciuto l’ardire e aguzzato l’appetito dei pantedeschi, e mettendosi di fatto sotto la loro egida e la loro guida, ha preparata e aperta la via anche all’ultima gita, sul cui carattere provocante dissero gravi parole i giornali tedeschi più imparziali. Con tutto ciò ce n’è d’avanzo, per giustificare il severo giudizio del Vaterland da noi riassunto nel numero di sabato, e sarebbe ora e tempo che i più assennati fra i tedeschi intimassero un energico basta! a coloro che credettero di fare un grande atto di politica, accettando l’idea del Volksbund, partita dal Rohmeder, e facendola propria con grave danno della pace nazionale, della giustizia e degli stessi interessi della provincia. Si convincano pure il Wackernell e soci: colle rettifiche e colle proteste non faranno nulla. Anche i socialisti protestano che le loro società di mestiere sono neutre, ma nessuno ci crede, perché la lettera dello statuto è troppo bene spiegata dai fatti. Così è del Volksbund, il quale, oltre al resto, provoca anche gravi danni religiosi nei paesi nostri, ove si annidò e aizzò parte del popolo contro l’altra parte e contro il clero di cura d’anime, contrario per ragioni di difesa e di giusta difesa nazionale e per motivi superiori, alla novella invasione, condotta da uomini che sono tutt’altro che in odore di «cattolicismo». Che dicono di ciò i cattolici tedeschi che si sono messi a disposizione del Meyer e compagnia? Fatica vana del Volksbund, fatica vana dei socialisti! I quali in primo luogo, dopo l’intervento dell’Avancini a Pergine, credettero anch’essi necessaria una dichiarazione, e questa avvenne in forma di una lettera del deputato di Trento alla Neue Freie Presse, nella quale, come riferimmo sabato, l’on. Avancini accentuava di essersi recato a Pergine unicamente per metter pace e aggiungeva di essere contrario a ogni fanatismo nazionale, anche nel presente caso in cui ne vedeva gli eccessi da ambo le parti. L’Alto Adige che se la prendeva col d.r Gentili perché questi preferisce l’educazione del popolo a cert’altri metodi, non disse ancora verbo sul contenuto della lettera dell’on. Avancini, e in modo speciale sulla frase, pur ora da noi sottolineata e che è un’aperta condanna dell’eletto dai radicali alla politica nazionale da questi amata, esaltata e praticata. Non contenti della lettera dell’Avancini, riprodotta anche nell’organo maggiore dei socialisti austriaci, l’Arbeiter Zeitung di Vienna, i socialisti continuano a lavarsi le mani come Pilato e a negare ogni loro partecipazione ai fatti di Pergine e di Calliano. A tale scopo scende in campo con un articolo la Volkszeitung, organo dei compagni innsbruchesi, e l’Arbeiter Zeitung è pronta di nuovo a dar luogo alle ripetute scuse. Premesso che la gita fu annunziata con modi provocanti per gli italiani, la Volks-Zeitung aggiunge che non c’era da temere pericolo alcuno da due folle di gitanti, chiama «pazzi» i nazionali italiani e i nazionali tedeschi, asserisce che nessun socialista prese parte ai fatti di Pergine e in modo speciale a quelli di Calliano, e si affanna a gridare che il Popolo di Trento non si prestò ad inscenare alcuna dimostrazione, mentre di ciò si fecero rei i due fogli irredentisti Alto Adige e Trentino. Queste menzogne, la Volks-Zeitung di Innsbruck e l’Arbeiter Zeitung di Vienna, possono raccontarle precisamente... a Innsbruck e a Vienna! Chi ci sia stato allo scontro di Pergine e a quello di Calliano, si vedrà; che cosa abbia detto e stampato il Popolo si sa, e anche si sa come si contennero l’Alto Adige da una parte e il Trentino dall’altra. Così pure è a tutti noto che il Trentino difende la nazionalità con modi fermi ma dignitosi, senza trascendere né all’irredentismo né ad eccessi, come calunniano la Volkszeitung e dietro di lei la Arbeiter-Zeitung: come è noto che il Popolo e il suo direttore, quanto a irredentismo, diedero spesso dei punti all’Alto Adige: e se il d.r Battisti ci tiene al suo garibaldismo dovrebbe dare un’energica lezione ai compagni di là fuori, come l’Alto Adige, così geloso che i suoi metodi non siano criticati o posposti ad altri, dovrebbe levare la voce contro il deputato di Trento , eletto coi voti dei liberali. Ma queste son cose che se le sbrigheranno tra loro i rossi internazionali, i rossi garibaldini e i radicali di Trento: noi intanto constatiamo che tutto questo arrabattarsi dei socialisti per cavarsela e per gettare addosso ad altri le responsabilità, oltre che esser un segno di tristi condizioni interne e di forte impaccio, è fatica gettata, specialmente quando cercano di sostituire il Trentino al Popolo che, in occasione dei recenti fatti, accusava i «clericali» di essere antinazionali e i loro deputati di non essere comparsi a Calliano a quietare... gli altri. Egregi compagni, mettetevi d’accordo! La politica a faccia doppia non va, e a Trento si leggono anche i fogli socialisti di Innsbruck e di Vienna. Ma i compagni tedeschi leggono il Popolo di Trento?
9edbb804-4e6a-4b48-843b-5e757d9b2366
1,907
3Habsburg years
11906-1910
Riceviamo e pubblichiamo: Già nel pomeriggio di oggi nel paese di Salorno si sentiva parlare della venuta di qualche pezzo grosso del «Tiroler Volksbund». Alle ore due pom. Il sig. Cesare von Gelmini in carrozza di gala va alla stazione di Salorno a ricevere il prof. Michele Mayr, deputato delle città settentrionali del Tirolo e caldo paladino del «Volksbund», appositamente venuto per la costituzione di un gruppo del «Tiroler Volksbund» in Roverè della Luna. Erano già alcuni mesi che si vedevano andare in casa del «sior Cesare» a Salorno certa casata di Roverè della Luna, assieme al «Pesendor» e certi Schmit. Quelli poi che con promesse che il Tiroler Volksbund porterebbe una pioggia d’oro hanno tirato a Salorno i poveri illusi in numero di circa 40 si recarono colà nell’osteria Aquila nera, dove il professore suddetto tenne loro un discorso composto di promesse. Il conferenziere esordì col fare presente che un Trentino non esiste, né è mai esistito, che avanti cent’anni tutto era tedesco, ma specialmente Roverè della Luna dove i cognomi sono ancora tedeschi. Tirò in campo l’irredentismo italiano, attaccò forte il clero trentino che «ingiustamente» osteggia il «Tiroler Volksbund». Affermò essere la lega tirolese umanitaria e soccorritrice della povera gente, e con calde parole inneggiò ai prodi di Roverè della Luna che con coraggio andarono a Salorno. In grazia del gruppo di Roverè della Luna il «Volksbund» erigerà un «Kinder Garten» che sarà migliore di quello della Lega Nazionale trentina . Si passa alla costituzione della direzione del gruppo della Lega tirolese di Roverè della Luna. Venne eletto presidente Francesco Kasvalder. Per onorare la festa in compagnia del Mayr vi era il d.r Kinsele di Bolzano, la spalla forte del d.r Giulio Perathoner e alcuni altri signori tedeschi. Vi furono degli «evviva il Volksbund», ma anche degli evviva la Lega Nazionale. La popolazione di Salorno nella sua maggioranza biasimava pubblicamente l’inconsulto di quelli alcuni di Roveré della Luna che si prestano al gioco, come biasima il «sior Cesare» che appoggia la discordia nel comune di Roverè della Luna. A... tanta solennità prese parte anche la direzione del gruppo volksbundista di San Michele all’Adige. Non occorrono molti commenti, per rilevare l’enormità della nuova provocazione. Anche il prof. Mayr, che avrebbe altro e meglio da fare nel suo collegio, deve aver capito quanto era arrischiata la sua impresa, perché non andò a Roverè della Luna, ma si fermò a Salorno e li abboccò cogli amici. Il discorso da lui tenuto e l’opera cui il «Volksbund» si accinge nel nuovo campo di attività, dicono senza ambagi di che si tratta: «germanizzare», o, come preferiscono esprimersi il prof. Mayr e i suoi colleghi, «rigermanizzare». Con ciò si riconosce apertamente che Roverè della Luna è «italiana» e che il «Volksbund» tende all’invasione, alla lotta, alla conquista. E infatti si pensi: a Roverè della Luna vi è un asilo italiano, eretto da una società con forti contributi della Lega nazionale. Esso è ben condotto e frequentato da tutti i bambini del paese meno due. Che ci ha dunque da cercare il «Volksbund» a Roverè della Luna? Eppure esso vuole introdursi anche colà; e non cerca più nemmeno il pretesto di aiutare gli emigranti coll’insegnamento privato della lingua tedesca; ma temerariamente vuole impadronirsi della tenera infanzia, alla quale le madri e il sacerdote danno l’insegnamento civile e religioso in lingua italiana, mentre poi una maestra all’asilo li imbastardirà e non sapranno nulla di nulla né in una né nell’altra lingua. Questo tentativo è una provocazione delle più offensive e irritanti; e parte da un deputato che per i principi religiosi che professa, dovrebbe tenere ben altra condotta. La passione politica accieca! Ma il nuovo assalto non giungerà al suo scopo; e badino bene i tedeschi; a qualsiasi partito appartengano, che non abbiano a dolersi delle conseguenze di un’iniqua campagna. E le conseguenze potranno farsi sentire sia nella Dieta, sia nel Parlamento. Deve ben poco star loro a cuore la Dieta, se quelli che strepitano per la sua apertura seminano zizzanie, atte a impedire il lavoro. E al Parlamento, con che fronte i tedeschi protesteranno contro gli czechi, mentre qui calpestano tutti i giorni la minoranza italiana e i suoi più sacri diritti? Il «Volksbund» sarà la condanna delle minoranze tedesche in altre province, condanna tanto più efficace, inquantoché oggi i tedeschi non sono più la maggioranza incontrastata, e colle loro prepotenze provocheranno lo sdegno e la reazione delle altre nazionalità.
7ee8cef9-5b72-4d23-afc7-089def28c79d
1,907
3Habsburg years
11906-1910
Che bella cosa la franchezza! È così facile intendersi... e anche combattersi quando si sa con chi si ha da fare, mentre certe sinuosità e certe copertele d’occasione sono sempre poco piacevoli, per quanto possano essere utili a chi le adopera. Gli è perciò che, a parte la sostanza, ci è riuscito sempre più simpatico il giornale di Rovereto quando era il giornale della scopa che non quando, per opportunità di momento elettorale, parve divenire il giornale dell’aspersorio. È ben vero che era questione di apparenza, e noi abbiamo sempre pensato che il manico fosse ancor quello. Ma pure. La cosa però non poteva durare. E il giorno liberale ritorna... simpatico. L’occasione era troppo bella per lasciarsela sfuggire, il «momento triste» di anticlericalismo che delizia oggi l’Italia, era così pieno di seduzioni per le anime «liberali», così opportuno per dare un’apparenza di legittimità a quelli ideali che talvolta possono nascondere ma a cui non sanno rinunciare: l’elezioni, d’altronde, sono così lontane che si poteva benissimo tornare... alla scopa. Ed ecco che ieri sera il Messaggero pubblica un articolo di fondo del suo noto corrispondente G.F., un signore che ha fatto altra volta le sue, quando fu nel Trentino, e che ha lasciato delle prose di sapore molto radicale nell Alto Adige di quei tempi, un articolo che merita di essere rilevato. Non per nulla il signor direttore gli ha ceduto il posto d’onore! È questione programmatica. Il signore dunque, «anticlericale convinto, intransigente, tenace» comincia dal constatare tutti i turpi fatti che in questi giorni sono stati attribuiti a preti, frati e suore in Italia. È ben vero, lo diciamo così per incidenza, che i giornali seri, perfino di parte liberale, dicono apertamente che c’è perlomeno molto ma molto da dubitare sulla serietà di quelle accuse, ma al signor corrispondente, nonché articolista in fondo conviene supporli indiscutibilmente veri, per i suoi scopi, anzi per accrescere il numero gli fa comodo porre tra gli istituti religiosi anche quello della Fumagalli e della Capozzi, di cui i lettori sanno cosa devono pensare. Ma naturalmente, se non avesse fatto così, gli sarebbe mancato un elemento «al legittimo senso di gioia per l’affrettata liberazione della scuola dalla piovra clericalesca». Poiché è questo il gran desiderio dei nostri amici liberali, desiderio del resto che noi troviamo molto giustificato, e che anzi più di una volta abbiamo loro dovuto rammentare, quando se ne erano stranamente dimenticati: «Si applichi la legge che sopprime le congregazioni religiose, si applichi quella che sopprime la mano morta, si applichi quella che disciplina la sorveglianza del Provveditore degli studi sugli asili e le scuole private, si applichi la legge di pubblica sicurezza ed il regolamento d’igiene: solo così noi rientreremo nell’ordine legale e morale. Non pretendiamo molto, noi!». Oh no, immaginatevi; poco su poco giù, che si faccia ora in Italia (e appena si può anche in Austria, nevvero colleghi? già si ha da esser logici) quello che si è fatto in Francia. Si vuole scopar via questi benedetti (eufemisticamente parlando) preti, che non sono buoni a nulla, anzi, come dimostrarono luminosamente i giornali socialisti, radicali e radicaloidi in questi giorni, una congrega di malfattori, alleati alle monache per rovinare la gioventù. Anzi, l’idea non è nuova, non sarebbe meglio, a risparmio di tempo e di brighe... di scopatura, addirittura accopparli come pare abbiano cominciato a fare gli anticlericali in Italia? Così si sarebbe sicuri di arrivare alla scuola laica. Con quanta gioia del Messaggero, non c’è che dire. «È dalla scuola laica che sorgeranno le nuove generazioni agguerrite contro i pericoli della vita, contro le seduzioni del misticismo, tendenti le braccia libere e forti incontro all’avvenire che è luce e gioia, lavoro e speranza». Non pretendono molto i signori! Ma nemmeno noi, vedete, pretendiamo molto. Vedete, ci accontentiamo che siate sempre così sinceri; diamine, già li avete gli ideali, dunque avanti con coraggio a bandiera spiegata. E vi batteremo le mani. Al resto, naturalmente, penseremo noi.
d0b82223-c153-4102-be1b-51400bc64ab3
1,907
3Habsburg years
11906-1910
Il pellegrinaggio alla «Käppele» – Le missioni in Cina – Il corteo degli studenti – Le organizzazioni femminili – Università e cattolicismo – Tolleranza e criteri politici. Würzburgo (rit.), 27 notte. (A.Deg.) Il sole, vincendo la nebbia mattutina sorgeva dalle colline di Würzburg, e un’immensa folla di uomini saliva pregando per il dolce pendio su cui domina il santuario di Käppele. Erano i congressisti e le società cattoliche di Würzburg, che peregrinavano alla chiesa di Maria. Erano partiti dalla tomba di S. Chiliano e avevano attraversato il Meno, formando sull’enorme ponte di pietra, fra le statue di Pipino, Carlo Magno e dei tre santi patroni, un’immensa e varia colonna di stendardi, emblemi e bandiere. In mezzo venivano i vescovi, i dignitari ecclesiastici e il fior fiore degli uomini cattolici della Germania. Nel santuario disse splendide parole l’arcivescovo di Ratisbona, dott. Albert; la storia della Chiesa è come il nostro pellegrinaggio, si parte dalle tombe dei martiri e sale, vincendo aspre battaglie, fino all’altezza della moderna cultura... Poi si ridiscese, al suono di quattro bande musicali quando si arrivò al fiume, le file si ricomposero, le bande tacquero e tutta l’innumere processione, ripassando il ponte, sopra le acque percosse dal sole, intonò il canto: Grösser Gott, wir loben Dich! Alle 10 si ripresero i lavori del congresso. Il punto saliente fu un discorso del vescovo di Chantung, mons. Henninghaus. L’apostolo della China parlò con straordinaria ispirazione, con immenso affetto. Chiedeva ai tedeschi aiuto per le sue missioni, descriveva l’epoca presente in China, che è l’entrata dei 500 milioni nel campo della coltura europea. Sorge il pericolo che questa coltura venga trasmessa agli orientali dai protestanti. Devono i cattolici che sparsero fra gli adepti di Confucio tanto sangue e per primi vi propagarono il vangelo venire ora esclusi nel momento in cui la vittoria della coltura cristiana è vicina? I cattolici della Germania hanno impegnato nelle missioni cinesi il loro onore nazionale. Nessuna meraviglia se dopo una tale perorazione si svolse un’altra dimostrazione di cattolicismo. Lungo la Theaterstrasse, partendo dalla residenza sfilarono sessanta carrozze, in ognuna delle quali sedevano i rappresentanti di una società studentesca in alta tenuta, colla bandiera sociale. A capo del corteo cavalcavano quattro superbi destrieri i membri della presidenza generale della federazione austro-ungarica. Nella sfilata riconobbi i couleurs delle Verbindungen di Innsbruck, Vienna, Graz, Praga. Anche la Teutonia di Zurigo era rappresentata. Spettacolo gaio ed incoraggiante il passaggio di questa superba gioventù cattolica accademica, alla quale appartiene il prossimo avvenire. Vidi un vecchio deputato del Centro abbracciare un presidente colle lagrime agli occhi. Il dopo pranzo fu un lavoro febbrile. Se avessi tempo e gli occhi stanchi me lo permettessero vorrei descrivervi le folle diverse che ho viste raccolte ed agitarsi in quattro adunanze. Il congresso dei maestri fu frequentatissimo. Notevole che il governo e la città mandarono un delegato a salutare i congressisti. I cattolici germanici sono forti e sono quindi rispettati. La tolleranza, il rispetto delle convinzioni di tutti gli uomini sinceri, viene del resto sempre accentuato da tutti. I credenti protestanti potrebbero assistere a tutte le sedute di questo congresso senza udire neppure una parola che da lontano li avesse ad offendere. La lotta vale per i cattolici vili o fedifraghi. Ho voluto vedere anche l’adunanza generale della lega femminile. Ma che importa vi sia assistito io? Non è la prima volta. Ma quando assisterà a tali adunanze in Austria e in Germania una delle nostre brave signore, per portare poi l’idea creatrice in casa nostra? Pensiamoci, amici. L’organizzazione femminile si impone. Chi può ci aiuti. Non ci si abbandoni alla tradizione, non si abbia paura delle vie intentate. L’adunanza generale festiva venne dedicata ai problemi dell’educazione e della coltura. Accenno solo al discorso del prof. Martino Spahn . Il suo nome non sarà nuovo ai lettori. Chi non ricorda la campagna anticlericale per la sua nomina a professore di storia a Strasburgo? La si ascriveva all’influsso del padre, il vecchio parlamentare del Centro, (una concessione all’ultramontanismo) e si negavano i meriti del giovane storico. Martino Spahn smentì coi fatti le asserzioni degli anticlericali. Spahn si contò dapprima fra gli amici dell’indirizzo di Schell , ora lo si può dire su di una via di mezzo. Quando si presentò alla tribuna, la folla salutò calorosamente. Un giovane dai lineamenti quasi infantili, alto, snello, nervoso. Il suo discorso fu elevatissimo. Descrisse l’università tedesca, in cui si mantiene ancora, malgrado la specializzazione delle scienze, lo spirito universale, l’armonica universitas litterarum. I cattolici devono favorire gli sforzi di quei professori che combattono la semicoltura degli specialisti, che vogliono le università dirette da un’idea armonica, da una filosofia per la vita. Ricorda i meriti degli storici della Chiesa avanti il 70, senza dei quali il popolo non avrebbe avuto le armi per il Kulturkampf. Più davvicino Loofs , Reinke, Schell arrestarono i progressi del monismo di Haeckel. I cattolici non devono ritirarsi dalle università, ma occuparsene di più. Chiede appoggio per l’Albertus Magnusverein, la società che si propone di aiutare studenti poveri e di talento, vuole maggior lavoro nella Görresgesellschaft. Gli studenti s’occupano ora con maggior vigore della questione sociale e circoli di lettura sociale, fondati dal dott. Sonnenschein sono in un anno oramai 25. S’occupino di qui innanzi anche della coltura accademica, affinché i cattolici acquistino anche su questo campo l’influsso che hanno nel campo sociale. Fu un discorso detto col fuoco della convinzione, con entusiasmo giovanile, fu un trionfo per il giovane oratore. In altri paesi forse Martino Spahn non avrebbe potuto parlare in un congresso generale cattolico, in Germania sì, ed egli non ne abusò per esporre il suo indirizzo specifico. È meraviglioso come i cattolici tedeschi sanno astrarre dai loro congressi da quanto li divide per accentuare invece quello che li unisce. Per questa universalità, anche il congresso di Würzburg non venne turbato, malgrado le profezie della stampa liberale. La stampa bavarese e i grandi giornali del Nord nella polemica intorno a Schell avevano preso posizione diversa e l’Augsburger Postzeitung e la Kölnische Volkszeitung si scambiarono articoli vivacissimi! Ebbene, qui a Würzburg tennero un convegno privatissimo e dopo una buona discussione conchiusero la pace che non riuscì davvero di danno all’ortodossia. Nel grandioso commers che chiuse la giornata di oggi parlò il dott. Albert, l’arcivesco di Ratisbona: una figura interessante, coi capelli fin sulle spalle, una faccia ridente, un andare disinvolto, un tratto popolarissimo. Gli applausi non volevano finire. Chi direbbe che è il medesimo arcivescovo, il quale nelle ultime elezioni parlamentari si trovò in pubblico conflitto col Centro bavarese? Con quanti politici parlai, udii pur oggi il medesimo pensiero che il Centro aveva ragione e l’arcivescovo era in errore. Eppure con quale entusiasmo, con quale devozione sono attaccati questi cattolici ai loro vescovi! Niente bizantinismo, ma un sincero affetto filiale, una devozione per i discendenti degli apostoli che pochi popoli potranno superare. Nell’adunanza festiva si lesse anche un telegramma del dott. Lueger. E il suo nome suscitò un’ovazione lunghissima. Tanta è la fama di quest’uomo anche fra i cattolici germanici! I bavaresi prima di tutti, naturalmente. Poiché anche qui, come in Italia, esiste il sud ed il nord, benché non esista propriamente una questione meridionale. I bavaresi parlano più volentieri dell’Austria che della Prussia. M’avvedo d’incorrere di nuovo nella politica. Dio mi perdoni! Avrei preferito parlarvi del commers di questa sera e della vita studentesca di Würzburg. Ma il sonno mi vince, le immagini e le idee impallidiscono. Questa sera mi sento più che mai Philister e mi risuona nelle orecchie ancora la melodia: Mir ruht auf dem Gedanken ein süsser Zauberbann; O Musenstadt der Franken, du lust mir’s angetan, Ich wandle traumumwoben dahin am Mainestrand, wo die Kapelle droben und Feste grüsst ins Land! La chiusa. (Nostra corrispondenza part.) Würzburgo, 29 (A. Deg.). Vengo or ora dall’ultima adunanza festiva e vi comunico subito ed in fretta le mie impressioni. Impossibile sunteggiarvi il discorso del prof. Mejer di Lussemburgo, il quale parla della letteratura e delle arti alla luce del cattolicismo. Una rapida rassegna della storia della Chiesa nell’arte accenna ai trionfi dei grandi italiani e alla gloria dei maestri tedeschi da Lucas Cranach fino ai Feit e a Fürlich. L’oratore svolse poi il programma dei cattolici di fronte all’arte. Ecco i punti del programma: 1. Amore all’arte e per lo sviluppo della sua grandezza. Chi può deve quindi farsi mecenate. – 2. Mantenere l’arte santa e pura, difenderla dall’errore e dall’immoralità. – 3. Tendere ad un’arte progressista ed internamente libera. Il secondo oratore ufficiale fu il giovane principe Löwenstein figlio del vecchio Löwenstein, che noi trentini abbiamo visto presiedere il congresso antimassonico . Ricorderanno i lettori che il vecchio Löwenstein faceva stupire il mondo, entrando due mesi fa in un convento dei domenicani. Parlò del papato, come unità del cattolicismo, come centro di coltura. Raccomandò di aiutare il papa ad essere libero e di fornirgli i mezzi per l’indipendenza economica. I tedeschi non si lasceranno vincere dai francesi (applauso). I tedeschi non hanno altra ambizione che quella d’essere i figli più devoti del sommo pontefice. Germania docet (applausi frenetici). Un commoventissimo discorso di chiusa tenne il presidente Fehrenbach . Accenando alla violenta polemica Schell-Commer , disse che era riuscito alla buona volontà di tutti di tener libero il congresso da dannosi influssi: voler egli però ristabilire in poche parole quello che ne pensava. «Compito della scienza è l’indagine, dell’apologia la difesa della religione. Quest’apologia dev’essere varia secondo lo spirito ed i metodi degli attacchi. Nel medio evo i padri della Chiesa non evitarono lo scontro coi nemici della scienza cristiana. Così va fatto ora. Ciò è opera faticosa. Errare humanum est. Es irrt der Mensch solange er strebt (applausi). La decisione circa la verità e l’errore compete all’autorità ecclesiastica (applausi). Di fronte a questa non v’è che la sottomissione. La sottomissione dev’essere sincera, senza equivoci (applausi prolungati). I vescovi sono chiamati a vegliare sull’attuazione della sottomissione. Altri, per quanto buon filosofo, non s’arroghi consigli sopra di loro (applausi) i quali sanno il loro dovere». Questa dichiarazione, che per la strettezza del tempo non posso commentare era stata combinata fra tutti i fattori competenti. Così per questo congresso le cose sono a posto. Fehrenbach dà poi uno sguardo ai lavori del congresso. Vi hanno preso parte tutti i cattolici. Solo parecchi ipercritici se ne sono stati in disparte. La caratteristica del congresso non fu accademica, ma una generosa manifestazione del nostro volere di fare. Le dimostrazioni delle masse cattoliche infondono coraggio e coscienza della loro forza ai cattolici della Germania. Noi possiamo fidarci solo di Dio e delle nostre forze (applausi). Il congresso fu anche luogo di divozione. Il pellegrinaggio alla Kapelle era una processione di uomini del lavoro. Con noi erano i giovani. Viva il nostro avvenire! Il presidente finisce con un’invocazione sentitissima a Maria, patrona del congresso e della Franconia. Termina colle parole: Gott schütze seine heilige Kirche, segne uns und unser geliebtes Vaterland! L’entusiasmo è immenso. Ho visto moltissimi colle lagrime agli occhi. Le signore sventolano i fazzoletti. Il vescovo Schlör impartisce la benedizione. Poi la folla che riempie la grande aula intona accompagnato dalla banda il canto di Beethoven: Grösser Gott, wir loben dich! La gente sfolla. Siamo sotto l’impressione di aver assistito ad una delle più grandi assemblee del cattolicismo.
3d4481a9-bf19-4157-ab70-b2c17d4d50f0
1,907
3Habsburg years
11906-1910
Würzburgo, 29 sera Germania docet! – Il pubblico – Il problema sociale – Esaurimento? – La nuova epoca. – Il riformismo religioso e la maturità politica. – Cattolici e protestanti. – I francesi. – L’antialcoolismo tedesco. (A. Deg.). Sono qui alla stazione a salutare amici vecchi e nuovi che ritornano in patria. Ve ne sono di tutte le province, di tutte le nazioni. Il congresso è stato, più che un’adunanza tedesca, un convegno internazionale; italiani, francesi, svizzeri, austriaci, slavi, ungheresi, americani, cinesi perfino, v’hanno preso parte. Solo che tutte queste nazioni sedettero in platea: gli attori furono i cattolici germanici. Nondimeno il concorso di tante genti diverse ha impresso alle adunanze un carattere d’universalità, di cattolicità che ben difficilmente si potrà ritrovare in altri paesi in occasioni analoghe. Così si verifica la parola di Pio X: Germania docet! Se non ci fossero questi uomini che rappresentano il cattolicismo nel più progredito sviluppo della civiltà moderna, dove portare i nostri occhi per rinfrancare lo spirito, dove i nostri cuori per entusiasmarci? Tutta la Germania cattolica converge a Würzburg: vescovi, vecchi parlamentari come Tronbor, Gröber, Pieper, Fehrenbach, Heim, Porsch, i cui nomi sono famosi al di là dei confini germanici, letterati, professori, nobili, borghesi e soprattutto molto popolo di tutte le classi e di tutte le professioni. Ah! Questo pubblico, se lo si potesse trapiantare nei nostri paesi! Le approvazioni, gli applausi vi dicono subito che siete innanzi un pubblico progredito e colto. I discorsi di Gröber e di Spahn sarebbero impossibili in altre assemblee. Un pubblico grato e per di più costante e assiduo. Tutte le adunanze festive furono frequentate da 6 mila persone in folla, anche le adunanze secondarie e le sezioni furono sempre affollate. In queste ultime la discussione procedette sempre seria e calma. Una volta serve che dovessero scoppiare le passioni represse: il Gröber accusò i bavaresi di non appoggiare il Volksverein e il suo rimprovero fu aspro. Qualcuno si alzò per protestare ma il Waltersbach intimò agli amici silenzio e rispose semplicemente al Gröber non essere prudente il provocare degli indifferenti che sono sulla via della conversione. L’assemblea applaudì freneticamente e il Gröber gli strinse la mano. Chi scrive si interessò naturalmente e prima di tutto della questione sociale. Le risoluzioni non portano nulla di nuovo: l’affermata necessità dei contratti collettivi e delle camere del lavoro è cosa che risale a molti congressi addietro. Sembra che il problema operai sia per i tedeschi in quanto alle norme pratiche ormai esaurito. L’attuazione è ben altra cosa! Veramente un tema d’importanza pratica ci sarebbe stato: se cioè le Gewerkschaften dovessero essere confessionali o semplicemente cristiane. Ma i direttori del movimento sono convinti che il congresso generale debba astenersi dal condannare l’indirizzo di Berlino o quello di München-Gladbach ambedue promossi da cattolici. Si vuole lasciare la decisione ad un congresso specificamente operaio. Ciò non toglie che una decisione onorevole non sia urgente e necessaria. L’esaurimento per dire così formale del problema operaio ha fatto nascere in qualcuno l’idea che i cattolici tedeschi sono arrivati al principio di un nuovo periodo: l’epoca della lotta per la cultura. Questo pensiero venne anche formulato nel suo splendido discorso dallo Spahn. Pieper ha però accentuato diversamente la necessità di approfondire ed allargare lo studio del problema sociale, il quale rimarrà ancora per lungo tempo il programma più urgente. Si può ben asserire che se straordinari attacchi da parte di governi liberali non li distorranno dal lavoro sociale, i cattolici tedeschi continueranno per la loro via. Essa è anche la via che educa una nuova generazione alla politica reale che conduce all’unità di tutti i cattolici sul seno dei fatti. Lo si è potuto constatare al congresso. Stamane quando il Fehrenbach riassunse il suo giudizio autorevole sull’affare Schell venne ostentativamente applaudito da tutta l’assemblea. Il cattolicismo che è detto liberale o riformista non troverà adepti fra uomini che lo considerano perlomeno come una turbazione del loro coro di cultura. Io non mi sono accontentato delle dichiarazioni ufficiali, ho chiesto informazioni a moltissimi da varie provincie e ho ora la convinzione che in Germania il cosidetto riformismo e tutto ciò ch’è diversione dall’ortodossia o dall’obbedienza non trova assolutamente terreno. Ho constatato che specialmente i laici in questioni religiose non riconoscono che la parola dei vescovi di Roma. Altrettanto amore invece hanno per la loro libertà in questioni economiche e politiche. Confusioni in tale riguardo come si sono fatte e si fanno in Italia non si conoscono. La maturità politica e l’amore alla Chiesa forniscono loro in tal riguardo criteri sicuri. Le risoluzioni per i progressi della cultura e dell’educazione propugnano l’appoggio a società ed istituzioni già esistenti. Notevole che la linea di battaglia degli ultimi anni si è alquanto spostata. Non si tratta più di difesa o apologia contro i protestanti, ma i cattolici si allineano piuttosto parallelamente ai credenti di ogni confessione contro il razionalismo, il materialismo e l’ateismo. Questo nelle scuole, nelle università, nelle società scientifiche, nella lega contro l’immoralità e nelle Gewerkschaften. Chi turba la pace confessionale in Germania non sono i cattolici, ma gli evangelici intolleranti. I cattolici aspettano dalla prova dei fatti quello che discussione e recriminazione non potrebbero dare. A proposito di recriminazione: se ne fecero molte in un piccolo convegno privato che i cattolici francesi, venuti a Würzburg, tennero oggidì. Che spettacolo tristemente diverso! In Francia le cose vanno male più di quello che non si creda. In molte provincie i cattolici non dormono, ma sono morti addirittura, e non c’è che la parola di Dio che li può far risorgere. Ho parlato con due abati francesi: i tedeschi ci hanno vinto nel 70, dissero, e oggi dobbiamo venir qui ad imparare, come dovevano fare gli asiatici colla vincitrice Roma. Intanto la Germania progredisce e noi non possiamo che augurare che vi progredisca lo spirito cattolico e che vinca la bandiera della giustizia nazionale. Vacher ieri parlando sul tema «nazionalità e cattolicismo» annunciò delle grandi verità, verità sottolineate da applausi, che dobbiamo pure ammetterlo se consideriamo il contegno del Centro nella questione polacca non stanno in contraddizione coi fatti. Solo il maggior influsso di questo spirito darà alla Germania il posto che le compete. Così penso, divagando nella politica, mentre osservo la folla dei congressisti che danno l’assalto ai treni di tutte le direzioni. Sono tutte facce allegre, sodisfatte. Fu un gran bel congresso. Solo in un piccolo gruppo ho creduto di constatare dell’amarezza. Sono gli antialcoolisti che nella loro adunanza di ieri ebbero pochi adepti e scarsi applausi... Würzburg è la città del vino splendido come l’oro e la birra vi scorre a torrenti... Ogni popolo ha le sue virtù specifiche, ma anche i suoi difetti.
32afcf60-a20b-4f19-8e28-88ff0afe1ad9
1,907
3Habsburg years
11906-1910
Il d.r Pieper – L’attività del «Volksverein» – L’unione popolare italiana – Il clero e l’azione sociale – Il deputato Gröber. Würzburgo, 28 (rit.) (A.Deg.) Oggi è l’onomastico del d.r Pieper, il direttore generale e l’anima del Volksverein per la Germania cattolica. È un prete di una statura imponente, di un cipiglio estremamente serio. I suoi amici lo chiamano «Der kalte Westphale», il freddo vestfalo. Ebbi l’onore d’essergli presentato in una cerchia di amici, fra cui il d.r Sonnenschein, l’antico collaboratore della «Cultura sociale», ora uno dei segretari del Volksverein, Carlo Muth, direttore del Hochland , e i delegati italiani col prof. Minocchi . Il d.r Pieper è condiscepolo del nostro vescovo e mi chiese subito della sua salute e delle sue opere. Il freddo prussiano l’ho visto tuttavia entusiasmarsi stamane facendo la relazione del Volksverein. La società raggiunge ora 565.700 membri, in quest’anno entrarono 55.700 soci nuovi. Ed ecco la sua tendenza, come la delineò il d.r Pieper. Il Volksverein non fa che la politica reale (Realpolitik). Si pone sul terreno dello sviluppo moderno, cerca di comprendere le cose tali quali sono e come si sono naturalmente sviluppate. Non viviamo in un’epoca di stabilità, ma d’incessante evoluzione economica. E l’oratore disegna con pochi tratti maestrevoli il corso di questa evoluzione. Riconosciuto il mutato stato di cose intorno a noi, c’incombe il compito di cercare le basi di un nuovo ordine sociale cristiano. Dobbiamo rinnovare il nostro pensiero sociale, allargarlo e mutarlo in quanto riguarda il concorso dello stato, la beneficenza, l’educazione. L’educazione sociale del popolo è il primo compito dei cattolici, e più direttamente del Volksverein. Solo col fatto sociale, con lo sfruttamento cioè delle forze naturali e soprannaturali che ancora stanno assopite nel popolo, potremo impedire l’accentuazione di un nuovo Kulturkampf che si vuol fare – si dice – perché i cattolici ostacolano lo sviluppo economico dei tempi moderni. Dopo il discorso del Pieper, il presidente dell’adunanza, deputato Trimborn , disse: «Ho da fare un’improvvisata. Esiste dall’anno scorso un Volksverein anche in Italia; esso ha mandato anzi un delegato nella persona del prof. Rosselli di Firenze, al quale concedo la parola» (Applausi). L’amico Rosselli, non conoscendo abbastanza il tedesco – egli dice – si limita a poche parole. In Italia s’è incominciato colla propaganda da otto mesi. Ora contiamo già 50 mila soci (applausi). Il vostro è al confronto un gigante, ma il tedesco ed il neonato hanno tutti e due il medesimo compito. Un altr’anno spera d’annunziare che il Volksverein italiano ha almeno 100 mila soci. Si applaude vivamente. Un bell’intermezzo, non è vero? Risponde Trimborn. Promettiamo agli italiani di andare anche noi alle loro adunanze. Forse il loro esempio viene imitato dal Volksverein di Lussemburgo, di Carinzia, e del Nord America. Chissà che non arriviamo ad un congresso internazionale come quello di Stoccarda? (ilarità). Applauditissima allocuzione fu quella del D.r Ieglie, vescovo di Lubiana, il quale fu uno dei più assidui frequentatori del congresso. Chi l’ha sentito ancora sa con quanto fuoco egli parli. Benché la sua pronuncia fosse poco chiara, tanta era la forza del suo dire, che fu uno degli oratori più ascoltati ed applauditi. Espose le sue impressioni. «Nel corteo dei lavoratori ho visto anche dei preti, e li ho visti anche qui in mezzo al popolo. Ottimamente! Anche noi in Carniola abbiamo organizzato tutte le classi nelle società economiche e di cultura e dappertutto ci stanno i preti alla testa e così abbiamo liberato il paese da usurai e sfruttatori senza coscienza. Il prete infatti non può oggi adempiere meglio i suoi doveri che se egli occupa la sua forza ed il suo tempo non solo per il bene morale, ma anche per il bene materiale del nostro buon popolo cattolico. Noi preti abbiamo avuti i nostri poteri non per signoreggiare, ma per servire il popolo (applausi)». Così continuò il discorso con foga indescrivibile, terminando con una invocazione a Maria e raccomandando l’interna vita religiosa. Interessante fu pure la relazione del deputato Gröber. Fa una splendida rassegna Kolping a Ketteler , Schorlemer , Hitze. Questi condottieri non sarebbero però riusciti a nulla, se non fosse sorto il Volksverein ad educare socialmente il popolo che nei primi anni non comprendeva ancora il valore della legislazione sociale. Questa sera nell’adunanza festiva parlò il rev. Wacher sul tema «Cattolicismo e nazionalità», il prof. Schörer sulla carità. L’oratore più ascoltato fu però ancora il Gröber che trattò del «Cattolicismo e della vita economica». Il Gröber è un uomo d’aspetto imponente, colla barba bianca fluente sul petto, oratore profondo ma estemporaneamente popolare. Sentendolo si ride e s’impara. Il suo discorso denso di pensieri tendeva a questa conclusione: i cattolici devono diventar forti economicamente, se vogliono mantenere ed aumentare le loro posizioni anche nel campo della cultura e della religione. Il problema è se non si debba preferire la ricchezza alla povertà o viceversa, ma come si possa raggiungere la forza morale necessaria per usare della ricchezza.
bce116ac-759b-4377-9da3-0be815e58be0
1,907
3Habsburg years
11906-1910
Le Innsbrucker Nachrichten hanno un altro eccesso di furore. La Dieta non si apre, e il governo ha ceduto di fronte agli italiani. Per quanto tempo ancora, chiedono le Innsbrucker Nachrichten, i tirolesi dovranno lasciarsi comandare in casa loro da invasori? Per quanto tempo? Fino che voi costringerete i presunti invasori a dimorare nella vostra casa e a starvi non come comproprietari, ma come appigionali che pagano il prezzo del servaggio. Fino allora noi non comanderemo, come dite voi, lupi assetati alla fonte, ma resisteremo alla vostra prepotenza. Si cambi sistema, consigliano le Innsbrucker Nachrichten al governo. Si convochi la Dieta, senza previe trattative, si prendano gli italiani per fame, si adoperi la forza, si condannino quelli impiegati e quei parroci che danno aiuto ai nemici della provincia e dello Stato, si comandi al principe Vescovo di Trento di richiamare all’ordine il suo giornale ch’è divenuto sfacciato, si diano scuole tedesche la’ dove si chiedono... Cambiare sistema? È un sistema che conosciamo. Bismarck e Bülow lo hanno messo in opera in Posnania . Ci sono riusciti? Giudicatelo voi. Ora si vuol ricorrere lassù ad una legge di espropriazione, colla quale si costringono i polacchi a vendere i loro possessi solo ai tedeschi. Questa proposta ha scossa la coscienza di molti tedeschi ed è certo che non sarà solo il Centro che vi voterà contro. La legge non passerà nemmeno in Prussia: in Austria ancora meno. Eppure voi, aperti consiglieri della prepotenza e dell’oppressione, dovreste sapere che senza ledere il nostro diritto di proprietà non vi riuscirà di scacciarci dai nostri possessi. Fino a quando? Sempre, vi gridiamo, sempre fino che voi non vi sarete ricordati che siete in Austria, stato plurinazionale e non pantedesco; sempre! Fino che non avrete imparato che nella provincia del Tirolo, volere o non volere, vivono due nazioni, la cui natura e costituzione hanno concessi i pari diritti. Prenderci per fame, perseguitare impiegati e preti, metterci il bavaglio a noi... ma via siete degli ingenui! Credete voi che la causa della giustizia dipenda da un uomo, da alcuni uomini? Abbiate pazienza, e la generazione ventura vi darà una risposta ancora più aspra. Essa viene su, educata alla lotta rude, alla ribellione contro la prepotenza e ai colti viene avvicinandosi il popolo, il popolo che incomincia a capire quai lupi in vesta d’agnello siete voi. Questa è la via alla quale ci conducete, questo l’avvenire che voi preparate colla vostra politica della mano forte. Eppure al di qua e al di là di Salorno sono anche uomini che non vogliono la lotta a tutti i costi, che odono la parola della ragione, la voce della coscienza anziché quella del sangue. Ragione e coscienza ci dicono che la conciliazione almeno sul terreno dei fatti è possibile. Perché questi uomini non leveranno alta la voce? Il partito popolare, venuto il suo tempo, saprà fare il suo dovere, ma, lo si noti bene, tratterà coi tedeschi a pari a pari. Né elemosina né suppliche. Noi sappiamo la nostra debolezza economica, che le Innsbrucker Nachrichten ci rinfacciano, ma siamo anche sulla via giusta del risorgimento. Abbiamo riconosciuto che l’unica politica nazionale possibile nel Trentino è quella del suo risorgimento economico, e per questa via camminiamo innanzi e sul campo economico concentriamo tutti gli sforzi. Se il Governo centrale corrispondendo alle solenni promesse date, appoggerà il nostro programma, il Trentino avrà giorni migliori. Allora forse ai prepotenti scemerà l’audacia dell’offesa e gli equanimi vedranno nel Trentino un paese che non sogna avventure politiche, ma vuole svilupparsi liberamente ad una vita propria senza toccare i diritti dello stato e delle altre nazioni. Queste ultime parole siano dirette alle Tiroler Stimmen che in un articolo assennato criticano i consigli delle Innsbrucker Nachrichten. Ai prepotenti, agli snazionalizzatori rispondiamo al loro quoque tandem: sempre!; agli equamini o almeno ai positivi, diciamo: noi siamo per una pace onesta.
5c164353-83bf-446c-9785-2481dc44c66f
1,907
3Habsburg years
11906-1910
La volontà di operare. – La via dritta. – Movimento sociale corrente riformista. – La filosofia del cristiano-sociale. – I primi entusiasmi. – La crisi religiosa. – Gli insegnamenti di Würzburg. – Né modernisti né retrogradi. – Accademia ed empirismo. – La ripresa. Caro amico, c’hai chiesto di scriverti le conclusioni che ho fatto tra me e me dopo avere assistito al congresso dei cattolici tedeschi ed aver avuto occasione a Würzburg e altrove di conversare con tanti uomini egregi. Tu vuoi sapere naturalmente non le conclusioni generali, ma quelle che, al paragone del nostro lavoro e del nostro indirizzo, possono avere un valore pratico. Ebbene, io ho a dirti tutto in una parola, parola anzi che ho già detto perché sta in testa alla lettera: Avanti! La conclusione prima, più sentita che ragionata, piuttosto proposito spontaneo che deduzione logica, è quella che il presidente formulò nelle parole: Der Wille der Tat, la volontà di operare. Avanti!, si sono detti i cattolici tedeschi, dopo la magnifica rassegna annuale, Avanti!, mi sono detto anche a me, ritornando al nostro ristretto campo d’azione. Non tutti i congressisti esteri, non tutti gli italiani nemmeno, hanno potuto arrivare a questa conclusione. Avanti! si grida, quando si è già inluminati sulla buona via e si può guardare con soddisfazione al passato al quale avvenire s’attacca come anello ad anello in una catena. Noi siamo sulla via giusta. Giammai mi si è presentata questa verità in tanta evidenza come là, dove avevo agio di considerare diversi paesi e varii uomini, e il giuoco dei contrasti e la ragione loro. Anzitutto, amico mio, noi siamo sulla strada maestra dell’azione sociale moderna e vi camminiamo – un po’ lentamente, oggi ma domani affretteremo il passo – ancora, senza turbare la visione della nostra meta. Ti par poco? Guardami in viso, amico, e dimmi se non è merito d’alcuni dei nostri l’aver tenuto lontano dai cattolici trentini quella confusione, dell’indirizzo mentale riformista col pensiero democratico e sociale, che in paesi vicini portò a confessioni e a condanne le quali, anche per interpretazione voluta dai conservatori, travolsero per poco l’azione sociale e soffocarono il moderno programma della democrazia cristiana. Ora ci s’incomincia a veder chiaro e mentre noi possiamo dire Avanti!, altri – meglio tardi che mai – si propone di farsi sui suoi passi. Il cielo si snebbia, nei giovani amici, concludeva un veterano dell’azione cristiano-sociale in un circolo ristretto a Würzburg. Le origini del movimento e le basi del programma cristiano-sociale sono del tutto diverse da quelle dei nuovi indirizzi intellettuali detti riformisti coi quali si potrebbero confondere o identificare i primi. Le dottrine sociali di Ketteler risalgono alla filosofia perenne. L’aquinate gli ha dettato le sue pagine modernissime e il concetto del lavoro e dei diritti degli operai e qui dovremmo attingere noi tutti quando vogliamo difendere il fondamento filosofico del nostro programma. E il baron Vogelsang chiamò nella sua casa i Lueger, Gessmann, Lichtenstein e tanti tanti altri che ora sono morti e disse loro: «Tentiamo di fissare la costellazione d’epoca, in cui viviamo, e di dedurre le due basi sicure, sulle quali si fonda la sociologia, la storia e le leggi naturali rivelate da Dio, una diagnosi del male presente o una prognosi del corso della malattia come pure i mezzi d’arrivare fuori dalla prigione». E uno dei mezzi sicuri vide nel disprezzo assoluto della filosofia del liberalismo, ritornando alla tomistica, su cui i moderni possono fabbricare coi moderni. Dove prendere le armi nella lotta col liberalismo economico e sociale se non nella filosofia cristiana e che cosa era più naturale che uomini i quali vedevano la rovina economica del sistema liberale riandassero alle origini del male e battessero il liberalismo nelle sue premesse filosofiche? Questa fu anche l’idea dominante dei convegni sociali di Friburgo, l’indirizzo senza equivoci di Decurtis, Hitze, indirizzo che fu poi autorevolmente fissato da Leone XIII. E le armi usate contro il liberalismo non si spuntarono affatto contro il socialismo. Tutta la polemica dei Kathrein, Pesch ecc. contro il socialismo scientifico dove s’ispirò in quanto ai principi? La critica del marxismo in quanto non è constatazione dei fatti, donde ebbe le frecce più acuminate? Scusami, amico, non mi vo’ dar l’aria di filosofo o d’ammonitore. Ma a me e a te e a tutti noi che lavoriamo per la democrazia cristiana importa ricordare che fu appunto dalla convinzione di trovare nella filosofia perenne tutte le risposte alle domande della nuova economica e della moderna società che ci infuse il coraggio d’affrontare – dirò con una parola barbara e nuova – la mentalità liberale e socialista. Da tale convinzione risale – o risaliva, meglio ancora – l’entusiastica sicurezza colla quale ci lanciammo nella vita pubblica, con indomita fede nell’opera e nei destini della chiesa anche sul terreno moderno delle lotte democratiche. Ora – perché negarlo – noi negli ultimissimi anni abbiamo avuto fatica a mantenere l’entusiasmo primiero e soprattutto a conservare salda la fede nel nostro avvenire. Lo so, tu mi vorresti annoverare diverse cause che non sono proprio da incunearsi in un ragionamento come il mio, ma andiamo un po’ in fondo, amico. Il movimento cristiano-sociale fu nei primordi parallelo al risorgimento degli studi tomistici, più tardi invece nel suo secondo periodo s’incontrò colle nuove tendenze che consciamente o inconsciamente vollero riformare con Kant il cattolicismo. Il neo-kantismo e la teologia riformatrice dei dotti protestanti ebbero grande influsso sui cattolici e sorse una scuola varia secondo i paesi e le discipline, ma identica per il punto di partenza e d’arrivo. Ogni scuola nell’epoca moderna cerca il contatto coi movimenti popolari. E il riformismo cercò l’unione colla democrazia sul terreno sociale, volle anzi diventare la sua filosofia. In qualche paese si identificò l’indirizzo sociale col nuovo indirizzo mentale, perché ambedue avevano tendenze riformatrici, senza badare che v’era una grande differenza tra questo e quello che si voleva riformato. Di qui sospetti, diffidenze dell’autorità ecclesiastica anche verso il movimento democratico, e condanne che per chi non vedeva chiaro potevano parere dirette anche ad indirizzi ed a opere altra volta autorevolmente consigliate. La crisi filosofica produsse la crisi del movimento sociale. Enuncio cose risapute, osservi, amico. È vero, ma ti confesso che non le ho mai viste, sentite con tale evidenza come al congresso di Würzburg. Würzburg sede di Hermann Schell e della sua scuola e Würzburg sede del congresso dei cattolici tedeschi il quale ha riaffermato energicamente l’indirizzo sociale, nel senso più moderno e contemporaneamente nel senso più tradizionale della parola. Niente più impressiona di questi cattolici quanto la chiara visione del momento attuale, l’equilibrio fra libertà e autorità, tra vecchio e nuovo. Sulla via che si stacca dai modernisti non ho visto retrogradi, ma progressisti, uomini che precedono colla mente la celere evoluzione sociale dell’epoca. Ed ho imparato di nuovo che come la tomistica, ampliata dai risultati sicuri della storia e delle scienze naturali, può diventare la filosofia del secolo XX, così il movimento sociale che vuole ricostruire il nuovo ordine delle cose a cui ci porta l’evoluzione economica, può e deve basare sul granito dei principi fondamentali della filosofia perenne. Ed ora comprendi amico, perché mi sono detto: Avanti! E perché altri non potevano dirlo con altrettanto diritto. Noi trentini, abbiamo diritto di dirlo, perché qui non entrò la confusione che portò altrove rovina e se anche noi dovemmo indirettamente e in parte patirne le conseguenze possiamo però ritrovare in noi stessi e nella bontà del nostro indirizzo la forza di continuare con maggior vigore. Avanti! Guardandoci da due errori parimenti perniciosi, dall’accademia e dal nudo empirismo. Quest’ultimo per noi, senza università propria, senza studi superiori, può diventare un pericolo prossimo. Le acque vengono dalle vette dei monti, ha detto un oratore a Würzburg. Le iniziative, le energie, le idee che maturano i fatti, vengono dallo studio sui libri, sugli uomini e sulle cose. E qui vorrei avere parole di fuoco sulla necessità che il nostro giovane clero, i nostri accademici studino, assolutamente di più le discipline sociali ed economiche. Ma questa lettera è già troppo lunga, e forse avrò agio scrivendotene un’altra. Concludiamo dunque. O io m’inganno o noi siamo alla vigilia di un’energica ripresa del movimento sociale. La crisi si scioglie, il «cielo si snebbia». I cattolici germanici camminano più speditamente e più sicuri sulla loro via trionfale; in Austria la tenace reazione conservativa sparisce, il Vaterland ritorna allo spirito di Carlo Vogelsang; in Italia v’è un’inquietezza d’energie le quali oramai si fanno largo e soprattutto ci si rimette a studiare sul serio e dopo la settimana sociale di Milano segue in settembre quella di Pistoia; in Francia persino la settimana sociale di Amiens ebbe uno slancio meraviglioso... Io credo nella ripresa, nella rinascita. Avanti! dunque, amici. I cattolici trentini manterranno il loro piccolo posto onorifico fra i cristiano-sociali nell’ora che segue. A.D.
a2d70f77-fada-472e-98e4-50e1b2640787
1,907
3Habsburg years
11906-1910
Il movimento di cultura. – Società operaie e circoli. – Le società economiche. – Loro funzione morale e il clero. – Le cause della stasi. – Studio positivo. – Seminaristi e universitari. – Programma sociale trentino. – Convegni distrettuali. – La nostra meta. Amico mio, Nella prima lettera ti ho esposto francamente il mio pensiero sul passato della nostra azione, e la fuggevole rivista ebbe per noi una conclusione confortante. A ragione però mi potresti accusare di poca sincerità o di paura se non affrontassi anche la domanda: come stiamo oggi e come ci si presenta l’indomani? Siamo anzitutto d’accordo che questo esame di coscienza non si estende all’azione puramente politica della quale negli ultimissimi tempi abbiamo dovuto occuparci di avvantaggio. No, vediamo un po’ l’azione sociale, suddivisa questa in due movimenti che spesso si toccano e si completano a vicenda, ma di fatto sono distinti: il movimento di cultura e il movimento economico. Il primo venne creato colla fondazione delle società agricole-operaie o semplicemente operaie o associazioni affini, le quali ebbero il compito generale di educare socialmente il popolo e lo scopo locale di farsi centro di iniziative popolari. La federazione centrale doveva dirigere ed animare alla prima meta. Le società operaie sorsero prima con slancio meraviglioso e benché il nostro movimento si fosse fatto relativamente tardi arrivammo presto in prima fila coi cristiano-sociali degli altri paesi. Conferenze, diffusione di opuscoli, convegni, locali sociali, eretti con enormi sacrifici, furono i mezzi per educare socialmente il popolo. Anche le iniziative locali non mancarono: fondazione di società economiche, organizzazione dello smercio e dell’assicurazione, costruzione di case operaie. E sopra questo lavoro ricorderai, amico, quanto entusiasmo, quanto spirito combattivo! Le bandiere erano proprio vessilli di battaglia, i soci avevano del soldato, cantavano il nostro inno, inneggiavano il grande leone. Ed ora? Ora te lo dirò io. Per questioni di quattrini abbiamo dovuto lasciar cadere la federazione che doveva essere un centro necessario; poi s’è incominciato a dire che le società agricole-operaie erano troppo combattive, ch’era meglio fondare dei circoli di lettura. Bada bene, amico, io non sono avversario dei circoli, ma tutto sta a vedere che spirito v’ha da regnare. Circolo o società, quando lo spirito sia buono, fa lo stesso. Ma se si fonda il circolo perché più comodo, perché deve stare alla società operaia come la vita contemplativa a quella attiva, allora dì loro in faccia a codesti Nicodemi dell’azione sociale, che è meglio si rimettano nell’antico quietismo conservatore, quando regnava la prudenza e la pace col signor podestà, col signor farmacista e con tutti i piccoli don Rodrigo dei nostri paeselli. Anche nel circolo, amico mio, deve entrare lo spirito sociale, che vuol dire democratico, moderno e d’azione. Ma ritorniamo un po’ indietro. Le società di cultura, caduta la federazione, ebbero il loro centro nel comitato diocesano. Per disavventura ciò accadde quando il comitato, addossatosi delle gravi e indispensabili imprese economiche che erano la base di istituzioni morali – pensa soltanto alla stampa – dovette esaurirsi in quelle. Le nostre associazioni di cultura rimasero senza centro vivificatore e non vennero chiamate alla ribalta che per qualche scena di coreografia o di parata. Abbandonate a se stesse, vissero o languirono a seconda dello spirito e del buon volere e dell’assistente ecclesiastico secondo il grado di paura verso i socialisti – perché per qualcuno le società nostre rimasero solo società di reazione al socialismo e niente più. Eccoti disegnata brevemente la parabola, amico mio, la quale ha il suo parallelo nel movimento economico. Qui non si può parlare certo di decadenza in misura o in forza. Se lo facesse non si mostrerebbe trionfalmente la tabella statistica delle cooperative, delle casse rurali, dei bilanci della Banca e così via; io però avrei la sfacciataggine di chiedere mi favorissero anche la tabella del bilancio morale. Le organizzazioni economiche sono sorte e dovevano svilupparsi in coordinazione a tutto il movimento sociale e in coordinazione alla meta segnata all’azione quale quella di elevare moralmente il popolo, aiutandolo a risorgere materialmente e di dimostrare coi fatti la modernità e la progressività dei principi sociali del cattolicismo. Ma converrai anche tu che questa funzione superiore delle società economiche non succede automaticamente: conviene che gli uomini che le dirigono siano informati dello spirito che le deve muovere. Il giorno che le botteghe saranno botteghe e le banche banche sic et simpliciter, oh! allora, amico, ci domanderemo se proprio metteva conto sostenere la lotta per la confessionalità ed eccitare il clero a questa missione. È innegabile che anche il movimento economico nostro risente della decadenza di quello di cultura. Una delle cause ritengo sia il ritiro parziale del clero dalla partecipazione diretta alle società economiche. Il fatto risale formalmente a una interpretazione voluta dare a certe parole autorevoli, le quali, di fronte a certe esagerazioni punto comuni, non miravano né più né meno che ad eccitare il clero ad occuparsi delle società economiche solo in quanto lo comporti la loro funzione morale. Il che, di regola, è anche possibile. Ma il cadere nell’esagerazione contraria è errore ancora più fatale. Amico mio, il giorno in cui il clero non s’occupasse in nessun modo né in misura alcuna del movimento economico, il nostro edificio sociale crolla. Ed allora tu mi chiedi insistentemente: Hai tu esaminato le cause di codesta stasi morale che tu deplori? Sì, e profondamente. Ma non aspettare che te le spiattelli tutte in una lettera aperta. In un paese così piccolo, quale è il nostro, una simile esposizione corre il rischio d’essere piena di reticenze ovvero d’asserzioni che potrebbero essere interpretate come punture a sinistra o a destra, e questo non lo voglio, prima perché, oggettivamente, le persone si potrebbero rimproverare di poco assai, per non dire affatto, poi perché scrivo non per acribia, ma per giovare. Ad una delle cause però ho già accennato nell’altra mia, ed è secondo me la principale. «Le acque vengono dalle vette dei monti. Le iniziative, le energie, le idee che maturano i fatti vengono dallo studio sui libri, sugli uomini e sulle cose». Le nostre fonti sono essicate, ecco tutto. I cattolici germanici hanno il Volksverein, che è una fucina di idee, un centro di iniziative, quello che fornisce il lievito il quale fermenta le opere buone. Senza il «Volksverein» non vivrebbero le società operaie e le unioni professionali, perché mancherebbero di propagandisti, non frutterebbe la legislazione sociale perché mancherebbe il concorso del popolo, non sarebbe possibile nemmeno la politica economica del centro, perché, mancando l’idea sociale comune, gli interessi delle classi talvolta apparentemente contradditori, non troverebbero nel popolo il terreno per un compromesso. Pensaci un poco, amico, e poi vedrai che, mutate le dimensioni, l’analogia con le cose nostre è perfetta, solo che ci manca... il «Volksverein»! Crearlo, costituirlo? No, per mille ragioni evidenti ma sostituirlo in via di fatto, ecco la nostra via. Primo noi giovani dobbiamo studiare e ristudiare i problemi sociali e non solo i principi, ma anche i fatti di altre regioni e società. Questo studio non deve però essere semplicemente generico: dobbiamo studiare in relazione alla situazione nostra. Studiamo meno il marxismo e più il socialismo trentino nelle sue idee e nella sua diffusione, meno il liberalismo teoretico e più il liberalismo nostro nel suo stato morale ed economico, più le condizioni agrarie ed industriali del Trentino che della società in genere, più le leggi sociali austriache che quelle germaniche. Da questo studio dei principi e della vita reale scaturisce quello spirito che ci dà gli entusiasmi e i propositi logici. Con questo studio noi formiamo il programma sociale trentino e i propagandisti per il popolo nostro. Difficilmente avverrà poi che cadano entusiasmi fatui, che si inneggi ad una democrazia cristiana che non si conosce o che esiste lontana da noi, o che un assistente ecclesiastico delle società operaie abbia a risponderti: «Ma io non so che diavolo d’argomenti trattare!», perché ha già tenuto un discorso sul socialismo teoretico e un altro sull’enciclica «Rerum Novarum». Ma dove s’ha da fare questo studio? – mi chiedi. La risposta è facile; poichè è compito precipuo dei giovani, laddove i giovani si preparano all’avvenire. Faccio voti che il nuovo palazzo del seminario, che mi si descrive tanto bello, accolga in sé una «palestra sociale» che ci fornisca bravi propagandisti, animosi direttori o fondatori di società di cultura, attenti vigili delle istituzioni economiche, preti come ci vogliono per il nostro povero paese, come ne abbiamo e ne abbiamo avuto. E anche voi, amici universitari, non dimenticate il più bel compito d’uno giovane cattolico. Siate democratici nelle azioni e nelle idee, studiate e preparatevi. D’altri studenti dovete distinguervi, non solo per le convinzioni personali, ma anche per il sentimento d’una forte missione. Dio vi guardi dall’ideologia vacua, dalle frasi fatte che il popolo nostro non capisce più, da un’accademia nelle parole e nelle ossa che – ne abbia gloria Iddio – non è più nell’evoluzione d’oggi. Alla ristorazione degli studi aggiungiamo la ricostruzione dell’organizzazione. Consigliabili sono i convegni distrettuali, i quali dovrebbero constare di due parti: un’adunanza privata in cui siano rappresentati tutti i paesi e tutte le società e dove si discuta sul da farsi e un comizio pubblico, dove si rifaccia l’entusiasmo alla gente. Il Comitato diocesano, liberato dai più grandi impicci suonerà ancora «Comitato per l’azione cattolica», dirigendola, ispirandola. E poi terremo anche noi la nostra Settimana sociale e un congresso generale. Più che decadenza e stasi, più che sonno è dormiveglia la nostra. A proposito, amico, ti potrei riferire dei fatti recenti consolanti, ma il tempo stringe e poi il bene si vede da sé. Io concludo anche questa lettera come la prima: c’è ragione di sperare. Io sono anzi certo che ci rincammineremo col proposito di non sostare più fino alla meta. Oh! La nostra meta com’è luminosa, quant’è degna di sacrifizi e di sforzi uniti! I cattolici trentini hanno colpito nel segno: il Trentino economicamente forte, se il risorgimento economico avviene con intenti morali, vuol dire che il Trentino è forte d’idealismo religioso e nazionale. E sia! A.D.
e4d92cdb-6493-4e51-a195-4a6808dd4cc4
1,907
3Habsburg years
11906-1910
Fu un tempo non molto lontano in cui il d.r Gessmann e il d.r Adler si strinsero la mano nella lotta comune contro gli oppositori della riforma elettorale. L’Arbeiterzeitung sospese i suoi quotidiani attacchi contro i cristiano-sociali e, lungo il faticoso lavoro delle commissioni e le trattative difficili, la stampa e i deputati socialisti dovettero ammettere che senza il concorso dei cristiano-sociali il suffragio universale eguale non sarebbe entrato in Austria che molto più tardi e confessare che l’opera personale del d.r Gessmann lo rendeva benemerito nella sua costituzione. Quella dei cristiano-sociali in parlamento non era una mossa opportunista, ma una posizione logica, conseguente a tutta la storia dei cristiano-sociali. Una delle pietre miliari di questa storia era stata la proposta Lueger di dare alla dieta dell’Austria inferiore il suffragio universale eguale in un tempo in cui non erano certo le pressioni socialiste che lo potevano convincere della bontà della riforma. La proposta allora ebbe troppe opposizioni, ma l’indirizzo da essa segnato ha seguito, tanto che dieta e comune per volere dei cristiano-sociali furono i primi in Austria a concedere il suffragio universale. Si trattava poi di fare l’altro passo innanzi e d’introdurre il suffragio uguale, coll’abolizione delle curie e tre anni or sono Lueger e consorti presentavano di nuovo la proposta – seguita dall’urgenza. La proposta veniva presentata in un’epoca in cui Corona, governo, liberali e conservatori sembravano opporre una difesa insormontabile, essa servì però ad irrobustire anche nei partiti non socialisti il corrente proriforma. Intanto alla Camera il suffragio universale «eguale» («eguaglianza socialista-liberale») passava. E i socialisti propagavano subito una parola d’ordine: Ed ora alle diete! Molte ragioni li spinsero a questa tattica. Prima la tendenza di giungere al potere, ma più ancora la necessità di nascondere agli elettori la povertà d’iniziative, la sterilità della posizione del grande partito degli 87 entrato al parlamento con tante promesse e quale foriere di una nuova era. Bisognava tornare alla piazza subito, alle facili concioni, alle frasi fatte e, distogliendo le masse dall’osservare l’incapacità dei loro rappresentanti, dare o ridare loro una nuova meta di odio. Quand’ecco la dieta di Vienna si apre e il d.r Gessmann presenta un progetto di riforma elettorale coll’abolizione di tutte le curie, coll’introduzione del suffragio eguale. I cristiano-sociali mantengono la loro parola. Ma gli oppositori rimangono. Il governo in uno scritto alla giunta dichiara di tener saldo al proprio punto di vista e di non presentare alla nazione sovrana un progetto che abolisca la «rappresentanza degli interessi». Il progetto Gessmann viene discusso nella commissione. Il rappresentante liberale Blach si dichiara avverso, a nome dei suoi, all’abolizione delle curie, il barone Freudental, a nome del grande possesso dichiara d’opporsi con tutte le forze a Bauchinger , cristiano-sociale, vuole il suffragio uguale, ma colla rappresentanza professionale e la commissione incarica il relatore di proporre un progetto che possa soddisfare i fattori competenti. Che c’era di meglio da fare? I liberali e i feudali semplicemente all’assentarsi dalla seduta avrebbero impedita la votazione sul progetto; politica positiva era scegliere non potendo il meglio, il meno peggio. Ebbene, il credereste? Mentre la Neue Freie Presse e la stampa serale in genere godono del naufragio del progetto Gessmann per opera dei liberali, i socialisti attaccano non gli oppositori alla riforma ma i cristiano-sociali, i quali, non potendo venir accusati dei fatti, vengono calunniati nelle intenzioni ed accusati d’essersi preparate le opposizioni. Curiosa logica codesta che fa dimenticare ai rossi la loro intima amicizia cogli ebrei-liberali. Perché non fanno pressione con i loro amici e con le buone e con le cattive li inducono a cedere? Perché attaccano di nuovo i cristiano-sociali e inscenano contro di loro un’agitazione piena di malafede e senza scrupoli? Il perché è facile a trovarsi. Come la calamita volge sempre la punta verso il nord così il partito socialista indirizza sempre i suoi strali contro quei partiti che vogliono difesi e in fiore i principi cristiani nella vita pubblica, e di tutto il male, reale o presente, devono essere colpevoli i partiti popolari cristiani e se non possono di fatto, se ne calunniano le intenzioni. Questa commedia della reazione clericale i socialisti la adoperano come l’ossigeno per vivere nella loro atmosfera d’odio, per abbacinare le masse, finché non vedano la realtà delle cose. Solo in Baviera i socialisti – sono roba un po’ diversa dalla nostra – hanno per un breve periodo fatto uno strappo alla regola. In Austria per l’infiltrazione del semitismo e i contatti con il capitalismo ebraico una simile eccezione sarebbe impossibile. Anche i nostri socialisti hanno avuto il comando da Vienna d’incominciare l’agitazione, e contro chi la faranno? Non contro i borghesi liberali, che sono i reali nemici della riforma, che apporterebbe la vittoria ai neri, no. Il Popolo che nel socialismo non rappresenta che la corrente anticlericale, e per il resto è schiettamente borghese, non attaccherà mai i liberali o almeno non inscenerà mai una grande agitazione contro di loro. Lo avrebbero potuto fare altre volte e per il suffragio del comune e quando l’associazione liberale distrusse la progettata eguaglianza del suffragio trentino. No, il Popolo ha bisogno d’un po’ di anticlericalismo, roba che non lo priva delle simpatie degli abbonati borghesi, anzi! Perciò i nemici del suffragio uguale dobbiamo essere noi, e perché non ci si può attaccare direttamente, ci si accusa dei supposti peccati del Gessmann, quasi che fossimo noi custodi di lui o suoi affiliati! Che più? Il Popolo stampa addirittura che «il gruppo parlamentare cristiano trentino è entrato nel partito cristiano-sociale». Via, via, amici rossastri, se v’occorrono dei mulini a vento, fabbricateveli meglio! I deputati popolari trentini non sono mai entrati nel club cristiano-sociale tedesco, né si sono mai legati al suo carro come hanno dimostrato le ultime votazioni dei «popolari» che dissero semplicemente no, quando ai cristiano-sociali tedeschi parve di dire di sì. Ma il mulino a vento ci vuole, ad ogni costo, ed ha da essere un mulino clericale. Ebbene, coraggio o rossi don Chisciotte, all’assalto!
4303c329-21c2-4c88-9d35-fe4c73ceadf6
1,907
3Habsburg years
11906-1910
Il penultimo congresso del libero pensiero ebbe, a Roma, rimpetto alla cupola di Michelangelo e alla grande ruina del vinto paganesimo, un risultato comicamente disastroso; quest’anno a Praga , nella città di Huss morì di morte così trista e miserabile, che non metterebbe conto di dirgli il necrologio, se parte della stampa italiana non ne avesse, in odio alla chiesa ed ai credenti, magnificata la vita. E tuttavia fu un’esistenza grama anche nell’esteriore. Filosofi o dotti di grido non se ne videro, i più non si scomodarono affatto, i generosi come l’indispensabile ombroso Ernesto Mach ed Haeckel prepararono il loro nome alle risoluzioni o alla protesta contro il «nuovo sillabo» ma lasciarono il compito della «motivazione» e della «relazione» ad alcuni semidotti o a delle celebrità bisunte, note per la smania di voler farsi conoscere. Accanto a un d.r Bartusek primeggiò, come scrivemmo ieri, Vittorio Zenker, fondatore assieme al baron Hoch, della «Scuola libera», della loggia «Pionier», e candidato trombatissimo del cosiddetto partito radicale viennese. Caratteristico che a codesto manipolo di massoni e di fuorusciti delle chiese si aggiunsero i rappresentanti del partito socialista per il quale la religione è «cosa privata» o almeno un «sentimento» rispettabile in ogni coscienza. I socialisti non solo diedero l’appoggio dei loro oratori al congresso, ma organizzarono anche l’uditorio. E col concorso e l’appoggio dei socialisti si votarono le risoluzioni, a cui s’è già accennato. Venisse stabilita la separazione della Chiesa dallo Stato, venisse laicizzata la scuola, fatto obbligatorio il matrimonio civile, spogliata la Chiesa dei suoi beni e la cremazione sollevata a norma generale ed obbligatoria in virtù del diritto civile. Tutte queste risoluzioni, non è chi non veda, mirano a colpire la Chiesa, la maestra delle genti, e a porla in catene. Enorme trucco codesto libero pensiero, che attenta alla libertà dell’insegnamento, nel matrimonio, e ci mette, anche dopo morti, volere o no, sulla brace degli i.r. regi o repubblicani arrosticiatori. Che dire poi di codesti merciaiuoli di libertà che votano di «liberare» la Chiesa da ogni possesso temporale? Ahi! Pensatori di Praga, socialisti, anarchici e nulla pensanti, come ci ricordate i bei versi di Trilussa: – Come saprai le guardie t’hanno visto Sortire di nascosto da una chiesa Dopo d’aver rubato un Gesu Cristo: Un crocifisso d’oro... – Quest’è vero... – E che puoi dire in tua difesa? – Che se rispetti er libbero pensiero! Istruttiva, degna di nota fu la scena annuale del congresso. I liberi pensatori avevano lanciata la sfida ai cattolici, che venissero a discutere, se avevano il fegato. E i cattolici accettarono. Il noto propagandista padre Albano Schachinger, il prof. d.r Hilgenreiner e i professori Kordac e Pohl vennero quasi soli nell’adunanza, presieduta dal socialista on. Wutschl e zeppa di socialisti o consentanei. Tschirn, un apostata, e Zenker sostennero il duello oratorio. Esistenza di Dio, miracoli, antisemitismo, libera scienza, scuola laica, concetto della religione, matrimonio e divorzio, chiesa e progresso e guerra e beneficenza e sillabo e modernismo e cultura, tutto venne sollevato dai due liberi pensatori per formare un cumulo enorme di obiezioni dinnanzi ai cattolici. Ma il bravo padre Albano era sempre pronto e felice, il Hilgenreiner oppose risposta a domanda, dimostrazione a contestazione, e ciò in mezzo ad una folla che soffocava nell’affermarla la libertà di parola. Fino che i liberi pensatori perdettero la calma e parlarono col solito vocabolario delle ingiurie contro la chiesa e l’invettiva rabbiosa venne in aiuto al sofisma. Allora il rappresentante del governo, in nome delle leggi liberali, dovette sorgere per difendere la libertà delle credenze e della fede, e sciolse i liberi pensatori. Male! Sarebbe stato meglio aspettarli a varco delle loro contraddizioni e sentire la loro positiva professione di fede. Si sarebbe dimostrato un’altra volta che solo un legame li unisce tutti, l’odio al cattolicismo e alla libertà che la parola di Cristo si guadagna nel mondo, odio, non amore a un ideale comune. Così è morto il congresso mondiale del libero pensiero. Poi sorgerà ancora, perché ha da seguire come un’ombra il sole la verità del suo trionfale cammino. E la verità è la conclusione opposta dal padre Albano agli eterni negatori. Dio esiste ed ha parlato, e la sua parola è nella Chiesa! Perché non ci si accusi di partigianeria, riferiamo quello che del congresso scrive l’organo pantedesco protestante, los von Rom, l’Alldeutsches Tagblatt (12 settembre): «A Praga si tiene di questi giorni il cosiddetto congresso di liberi pensatori, una mescolanza di società che va esponendo il suo ordine di battaglia contro la pressione che si fa sul libero spirito umano per opera del clericalismo. A dare una prova della superficialità e della vacuità fraseologica di quest’accozzaglia di liberi pensatori basta citare il conchiuso contro l’antisemitismo e per la protezione dei giudei che questa società internazionale ha preso il 10 corrente mese. Questo conchiuso dimostra veramente una misura incredibile di libertà di pensiero nel senso ch’essi sono “fuori del pensiero e della ragione”. Si farà molto bene se si vorrà trattare per l’avvenire questa razza di liberi pensatori e di libertà di pensiero con maggior precauzione ancora che per l’addietro. Staranno proprio bene tra di loro questi liberi pensatori, parte ideologi, parte idioti, ma verranno certamente evitati dai tedeschi e dagli arii, che pensano veramente liberamente. I “liberi pensatori” rinnegano già con la loro bambinesca manifestazione contro l’antisemitismo i grandi e veri liberi pensatori del nostro popolo che furono sempre antisemiti e lo sono tutt’ora. Sulle religioni positive si potrà pensare come si è sempre pensato: il materialismo idiota dell’accozzaglia libero-pensatrice protettrice degli ebrei non può nuocere ad esse; per l’opposto potrà colle sue esagerazioni offrire al clericalismo nuove armi».
5fa1c330-6cd6-439f-989f-b5d2fa69f4ed
1,907
3Habsburg years
11906-1910
Gli studenti e i partiti anticlericali hanno ucciso, d’accordo coi pantedeschi, l’università italiana ed hanno lanciato vergognosamente il cadavere nel «Nulla». Ora levano alti lai sull’orlo del abisso ed ogni anno almeno, nel congresso universitario , scendono negli antri oscuri ad eccitare il cadavere. Gli si mettono attorno, gli fanno i massaggi e un po’ di anatomia, e spiano coll’occhio attento, lagrimoso se in qualche cellula appartatissima la fa ancora un pochino germe di vita. «Mesti ed avviliti» (disse il signor Alani ) prescrivono infine l’annuale unguento che deve compiere il miracolo. Risorgerà, riprenderà vita. No, o studenti, i vostri ordini del giorno sono impiastri per uso esterno che non toccano le disseccate fonti della vita. Non vagate incerti sempre, cercando nuovi rimedi, non andate troppo lontani. Fermatevi! E guardate entro voi stessi poiché la medicina è in voi! Voi dovete volere, volere fermissimamente, conseguentemente, e poi manifestare con parole franche ed alte la vostra volontà. Volete l’università italiana, volete un antro di studi, di cultura, di difesa nazionale, una casa grande o piccina che sia, ma degli italiani, voletela sinceramente per la vostra vita, per il nostro risorgimento. Voletela senza preoccupazioni di partito, senza temere che infine abbiano ragione, i «clericali», i quali non dovrebbero averla mai. E quando avrete preso nell’animo vostro la risoluzione salutare, manifestatela faccia al pubblico, sinceramente. E la vostra parola, franca espressione di un intero proposito irremovibile compirà il miracolo. L’uccisa, la morta, si leverà su come la figlia di Giairo al suono divino: Thallita cumi! Finora molti di voi non hanno la volontà ma delle velleità. Il loro pianto attorno al cadavere è quello delle «prefiche». Altri invece non vogliono l’università semplicemente ma qualchecosa altro appresso. Il d.r Pasini ci ha accusati una volta di volere un’università confessionale a Trento. Lo abbiamo smentito energicamente e confidiamo si sia ricreduto, almeno ora che noi «clericali» fra i tre canditati proposti ad Innsbruck, facciamo voti riesca nient’altri che Ferdinando Pasini . Punto clericale o confessionale, secondo il nostro modesto parere, il filo del suo pensiero continua però nella studentesca anticlericale. A Mezzolombardo si è votato un ordine del giorno, che è ordito della medesima trama. Gli studenti «liberi pensatori» protestano contro tutti quelli che hanno fatto pratiche per il rivistamento delle cattedre italiane a Trento dichiarando di opporsi con ogni mezzo onde tale scopo venga raggiunto. Se questo inciso si riferisce a fatti nascenti, non sappiamo chi vada a colpire. Comunque, protestano e s’oppongono con ogni mezzo codesti sciagurati! E sapete contro di che? Contro un rimedio che dovrebbe ridar vita al cadavere! Ah, no! Non è vero che volete la vita, non è vero che vi siete pentiti dell’assassinio, voi necrofori di ieri siete oggi prefiche prezzolate. Ebbene, smettete il giuoco, lasciatela marcire in pace la povera morta, senza i vostri unguenti, senza i vostri ordini del giorno. Le vostre cerimonie macabre sono inutili, quando non sono che cerimonia, e voi presi ad uno ad uno avete ben altro pensiero che quello che manifestate collettivamente quando raccolti ad adunanza vi sentite anticlericali prima, italiani poi ed infine studenti. Povera morta, imputridisci, dissolviti! Così vogliono i tuoi uccisori che ti tengono lontani coloro che potrebbero pronunciare il Thallita cumi! Ma per costoro i medici sono corvi che beccano il cadavere! Amen!
42ab2dea-329b-43d6-b195-827e6827b80a
1,907
3Habsburg years
11906-1910
L’Enciclica testé uscita alla luce è di straordinaria importanza e rimarrà uno degli atti più memorabili nel pontificato di Pio X e nella storia ecclesiastica dei nostri tempi. Già da qualche anno si poteva osservare, non senza gravi apprensioni, come nel campo cattolico buon numero di studiosi cercava la conciliazione della fede con la scienza e della vita religiosa con le moderne condizioni sociali, non già con l’accettarne i risultati dell’investigazione umana e del vero progresso civile, ma facendo getto dei principii più inconcussi, sì naturali che soprannaturali, e intaccando la sana filosofia, la teologia cattolica, i libri sacri, la disciplina ecclesiastica. Col pretesto di riforme si inaugurava il riformismo, col pretesto di modernità il modernismo, col pretesto di libertà il liberalismo, e tentando di vincere con le loro armi gli avversari, si buttavano in un canto le proprie e si passava, non col vessillo del trionfo, ma con tutti i segni della resa, nel loro. Incredibile la confusione generata da sì infausto movimento, ammantato, come al solito, delle parvenze di conquista nel campo dello scibile e dell’azione; e tanto più dannose, in quanto che non mancò chi volle – con infelicissimo pensiero – trasformare la democrazia cristiana in una riforma della filosofia, delle scienze sacre e degli ordinamenti ecclesiastici. Infine, chi ben lo guardava, altro non era che una infiltrazione del più ardito protestantesimo liberale nelle file cattoliche. Alla testa del movimento stava la Francia, terra tristemente feconda di divisioni intellettuali, politiche e sociali tra i cattolici stessi; dalla Francia passò all’Italia, e si ripercosse un po’ alla volta anche nella Germania, che veniva spesse volte derisa come se là i cattolici non sapessero mettersi specialmente in questioni esegetiche e critiche all’altezza dei nuovi tempi. Le arditezze e peggio di chi in Francia e in Italia, in nome della modernità e della democrazia, si gettava nei precipizi, diedero armi in mano a coloro che, dottrinalmente più sicuri, erano refrattari all’ascensione politica e sociale delle masse, e così in molti luoghi le più belle speranze d’una forte azione popolare cattolica svanivano come nebbia al sole; all’opera energica di riforme in armonia coi sommi principii della giustizia e della carità cristiana applicati alle nuove condizioni della società, e alla conquista della scienza in armonia con la pura dottrina dei dottori cattolici e sopratutto dell’Aquinate, succedevano le diatribe, le discordie, la scissione, la morte. Da molte parti si aspettava un’autorevole parola che ponesse termine al lavoro di disgregazione, malauguratamente favorito più volte anche da uomini illustri e rivestiti di alti uffici. E la parola autorevole è venuta. Dopo molti prodromi che l’annunziavano, uscì finalmente l’Enciclica di Pio X che fissa ed esamina il molteplice conglomeramento di errori speculativi e di pratiche aberrazioni dei modernisti e mentre ne pronunzia severa condanna, provvede ad arrestarne il progresso, a respingerli ed escluderli dal seno dei cattolici. Noi salutiamo, riverenti e lieti, la parola di Pietro pronunciata per bocca di Pio, ed auguriamo che, tolta ogni confusione ed ogni dissidio, sicuri e compatti nella via da seguire, i cattolici riprendano con novello vigore la conquista della scienza e della società, alla quale si volsero con tanto slancio e successo nell’immortale pontificato di Leone, e a cui li sprona pur ora l’invito di Pio. Fortunato il nostro paese, che seppe tenere lontane da sé dottrine e divisioni pericolose, e raggiungere tanta unità di pensiero e di azione politica e sociale, di cui ora godiamo i frutti! L’importanza dell’Enciclica Pascendi Dominici gregis è rilevata dalla stampa di ogni colore che la commenta nei modi più opposti. Anche l’Alto Adige e il Popolo ne discorrono; il primo nell’articolo di fondo di ieri sera, il secondo in un articolo di prima pagina. Eloquentissimo l’articolo dell’Alto Adige . Ricordate, amici, la campagna elettorale della scorsa primavera? Sarà difficile dimenticarla più. I liberali erano diventati «rispettosi del sentimento religioso» e si rimangiavano il vomito della scuola laica, del divorzio, del matrimonio civile, della separazione degli stati dalla Chiesa. Non basta; strillavano come aquilotti, quando noi ricordavamo quelle loro espettorazioni e ci caricavano di ingiurie. Ora le elezioni sono felicemente passate, e l’Alto Adige ritorna agli antichi amori. Ecco come parla dei modernisti: «In fondo, è vero, essi furono e sono più discepoli della scienza che figli della religione; e, benché si illudessero di volere adattare la scienza alla religione, in fondo erano i risultati scientifici quelli che conquidevano l’anima loro, riflettendosi da essa in raggi di vivida luce. Più che il sentimento, la ragione poteva in loro, e la ragione seguirono fedeli, non accorgendosi che così facendo esulavano dal campo in cui volevano svegliare la vita». Dunque, abbiamo capito: la scienza, in chi l’abbraccia, esclude ed uccide la religione. Fra l’una e l’altra è impossibile un accordo. Così proclamano i sapientoni dell’Alto Adige, consumati negli studi e rispettosissimi del sentimento religioso. Andiamo innanzi. Introducendo il vaticano (col v piccolo, benché turbi i sonni dell’Alto Adige fino a fargli scrivere un articolo di fondo) introducendo, diciamo, il Vaticano a parlare, e riassumendone il pensiero in un’apostrofe di questo tenore: «Contro di voi (modernisti) io proclamo l’ostracismo, perché voi pervertite, deformate, avvelenate i giovani, predicando loro che la ragione è impossibilitata di elevarsi alla conoscenza di Dio, che la religione è nell’interno stesso dell’uomo, che l’uomo deve analizzare la sua fede per intenderla, che tutte le religioni si equiparano nel loro valore ecc.». Soggiunge: «I cattolici, si dice, sono milioni e milioni. Quanti sono ora, che l’autorità maggiore nella Chiesa ha condannato così recisamente quel modo di pensare, che è ormai patrimonio di tutti e ch’essa stessa, denominandolo modernismo, riconosce essere un portato della vita e della società moderna?». Quanto dobbiamo essere grati all’Alto Adige che, vista la vecchiaia del Vaticano, ci avverte come qualmente un uomo moderno deve ammettere l’impossibilità di conoscere Iddio, ridurre la religione (quale, se non v’è Dio?) nel suo interno ecc. ecc.? E poi costoro vengono a dirci, in tempo di elezioni, che rispettano la religione, benché la considerino come «cosa privata». Un po’ di cautela, signori! Se volete menare a naso il pubblico, non venite poi a dirci che l’esistenza di Dio non si può nemmeno conoscere! L’Alto Adige dopo parecchi altri spropositi, conclude. «L’atteggiamento del vaticano, che minaccioso intima alla moderna corrente del pensiero e della scienza il vade retro satana, è più ridicolo che eroico: e vien fatto di pensare se nello sforzo impari qualche muscolo non finirà forse per rompersi». No, tranquillizzatevi! I muscoli del vaticano non si rompono. Si spezzano invece contro la rocca di Pietro gli uomini pigmei, che, volere o no, dovranno poi sostenere la presenza di un Dio già negato o messo in dubbio col pretesto che la scienza non può riconoscerlo. La storia insegna pur qualche cosa, e ci addita secolo per secolo la bancarotta dei ridicoli e degli insani che combatterono Dio e il suo Cristo in nome della ragione, della civiltà, del progresso, mentre altro non facevano che guastare e rovinare la società. Dagli gnostici (i sapienti) fino a noi è sempre la stessa commedia che si ripete, e i commedianti finirono sempre male.
af2d47bd-985f-4044-9ae9-7da9f6126d10
1,907
3Habsburg years
11906-1910
Il «Trentinismo» La prima cellula s’è fatta a Vienna per reazione al guasto organismo universitario. Gli studenti trentini organizzati facevano parte del «Circolo universitario», nel quale dominavano gli adriatici. Questi in generale più leggeri, meno accostumati esercitavano un influsso sinistro sui «trentini» detti da loro «montanari» nomignolo che designava un po’ la rozzezza nostra, ma – viva il cielo! – anche il nostro carattere. Erano in fiore allora – triste fiore – le cosiddette «feste delle matricole», veri baccanali, scene di schifoso penalismo come le ebbe a designare il prof. Lorenzoni nel «Popolo», le quali dovevano introdurre i novellini – le matricole – nei templi di Venere e di Bacco. Pochi avevano il coraggio di resistere alle arti dei goliardi già invecchiati nel mestiere. Il primo atto di ribellione manifesto e collettivo veniva fatto nel novembre del 1895, quando in protesta contro la festa delle matricole, si celebrò un’altra festa – più piccola ma d’altro genere – la cosiddetta «festa dell’astensione». Edoardo De Carli di Trento, studente d’agronomia, fu il promotore, Emanuele Lanzerotti di Romeno, stud. tecnico banditore della crociata. Ebbero parecchi «satelliti» (come si dicevano allora), convenuti tutti a protestare contro la prepotenza dei tradizionalisti. La sintesi del pensiero di questi giovani che poi presero vie tanto diverse, è difficile a ricostruirsi, ma io credo li riunisse un certo spirito di onesta indipendenza, che si potrebbe chiamare di fronte alle sullodate tradizioni della «gente di mare»: trentinismo. Dal trentinismo nacque il cattolicismo. In settembre del 1896 convenne a Trento il congresso mondiale antimassonico . Si può discutere sugli effetti pratici del congresso, il quale giovò almeno per separare i cialtroni dai sinceri nemici della massoneria; per noi certo ed importante è questo: che fu una grande spinta per il movimento cattolico locale. L’esempio di tanti illustri laici, cattolici di fede e d’azione, le parole di un Löwenstein, di un Paganuzzi , Agliata, Wittinghoff, Decker, prof. Olivi e soprattutto dell’eroico Respini, sfuggito per miracolo alla rivoluzione ticinese, doveva produrre il loro effetto anche sulla gioventù. Degli accademici alcuni appartenevano al comitato ordinatore; fra questi i sunnominati De Carli e Lanzerotti. Il loro programma non era certo né fatto né compiuto, il Lanzerotti anzi in una discussione sul giornalismo trentino si trovò in aperto conflitto coi cosiddetti «intransigenti» di quel tempo. Ma il germe era posto. La cellula Difatti nell’ottobre del 1896 a Vienna Edoardo De Carli convocò alcuni pochi amici e propose loro la fondazione di una società universitaria «cattolica». Appena nel marzo del 1897 seguì l’inaugurazione ufficiale, in forma modestissima coll’adesione di pochi amici personali, come Giov. Angelo De Carli, presidente della S. O. C. di Trento, del D.r Enrico Conci, Don Graziano Flabbi, del prof. D.r Celestino Endrici e del direttore della «Voce Cattolica» D.r de Gentili, i quali due ultimi, s’occuparono d’allora in poi in modo particolare del movimento studentesco. I soci fondatori, se la memoria non m’inganna, perché non esistono né protocolli, né altre memorie scritte, furono E. De Carli, Luigi Conci, Barbacovi G., Magnago, Pizzini, G. Roberti. De Carli fu il primo presidente dell’«Unione accademica cattolica italiana di Vienna». Lanzerotti aveva già mutato università. La seconda presidenza venne eletta in novembre del 1897 e vi fecero parte Guido Barbacovi med. come presidente, Enrico Defant come vicepres., Giulio Faccinelli segr., F. Pizzini, cassiere. II secondo semestre del 1897 e il primo del ’98 rappresentano l’epoca di consolidamento della piccola società. Gli studenti cattolici erano scherniti dai colleghi, calunniati, quasi fossero altrettanti Taxil (era la parola di moda) e poco conosciuti ed appoggiati anche dai buoni. Noi ammiriamo il loro coraggio, lo spirito di sacrificio, la loro fede nell’avvenire. Finché la lotta e l’intolleranza degli avversavi – come sempre – aperse loro la via. Prime lotte S’era diretto ai cattolici trentini un appello perché aiutassero materialmente l’«Unione» e le rendessero possibile l’appigionamento di una sede conveniente e la costituzione di una biblioteca. Venticinque studenti universitari dell’ateneo enipontano con a capo Arturo Bondi e lo studente Armani risposero nella stampa anticlericale con una protesta o meglio un libello di false accuse e calunnie a carico del coraggioso gruppo di Vienna. L’untuosità del libello – (comparso nel maggio 98) – è qualche cosa di caratteristico. Gli autori si guardarono bene dall’attaccare i cattolici di fronte e nei loro principi; assunsero invece la posa di proteggere questi contro l’ipocrisia e le male arti dei primi. Il libello accusava gli studenti cattolici di «sottrarre con arti vili e menzognere a molti dei loro compagni un tozzo di pane che basterebbe a sfamarli» per estorcere alquanti quattrini «a chi sa quanta turba di misere madri e di ingenue fanciulle, alle quali il curato pur egli in inganno, darà forse ad intendere di avere nell’“Unione” chi sa mai quale repertorio di riformatori o di onesti precettori e magari... d’intemerati amanti». Notate che i 25 studenti si dirigevano ai «cattolici trentini». La «Voce Cattolica» in due articoli, che menarono rumore, «i bimbi strillano», e le «28 stelle minori» attaccò con amara ironia i 25 luminari, smascherando i fini dei caporioni. Alcuni firmatari in buona fede si ritirarono, fra questi anche lo studente di legge B. Paolazzi, che fu poi il primo presidente... dell’«Associazione univ. cattolica»! Non fatevi le meraviglie o amici, di questa «buona fede» e delle tenebre, che oscuravano il campo delle idee. I capoccia dei nuovi indirizzi che erano infine socialisti della più bell’acqua, non scendevano mai in campo aperto. Figuratevi che nel dicembre del medesimo 98, la «Società Lavoratori e Lavoratrici» di Trento di indubbia marca socialista, dopo la celebre cacciata a furia di popolo da Civezzano , mandava al «Alto Adige» una dichiarazione in cui si diceva «società esclusivamente economica, per cui accoglie ed è composta anzi di operai di tutti i partiti; epperò l’aggressione partita dai “fedelini” sotto lo specioso pretesto che essa fosse socialista, è del tutto ridicola». La «ridicolezza» del «pretesto» era davvero fenomenale; ritengo che il presidente R. Schmidt ne deve ridere ancora! Eppure codeste arti d’ipocrisia servirono per un bel pezzo a nascondere il pericolo a certi cattolici e a giustificare apparentemente la taccia d’«intransigenti» appiccicata a chi non soffriva della miopia comune. Anche gli studenti dovettero soffrire le conseguenze di questa miopia e non è a dire il loro cruccio, quando qualche prete li ebbe a trattare con diffidenza se non a combatterli addirittura! II grosso del clero però col principe Vescovo Valussi alla testa si dichiarò manifestamente per gli studenti cattolici, le offerte per l’Unione in seguito al libello dei 25, fioccarono. È notevole che fra le prime benefattrici sono le poche società operaie cattoliche allora già sorte, grate agli studenti che avevano preso parte o aderito alle loro feste. La seconda cellula Intanto anche ad Innsbruck si andava formando un nucleo di studenti cattolici, o meglio si delineavano più netti gli indirizzi. I nostri – pochissimi – affrontavano arditamente la posizione. Don Germano Poli, studente di storia, aveva una pubblica disputa (13 maggio 1898) coi socialistoidi Bondi ed Armani sulla posizione del papa di fronte ai massacri degli armeni e confutava brillantemente gli avversari con documenti desunti dalla Révue de l’orient chrétien. Il Lanzerotti, don Valandro, studente di matematica, e don Giuseppe Degasperi, stud. phil., affrontarono una sera nelle Stadtsäle gli autori del noto libello e contraddissero all’Armani il quale accusava l’Unione di Vienna di non essere italiana nientemeno che per i seguenti gravissimi motivi: 1. Non partecipò alle società sorelle dell’Austria la sua costituzione, mentre si mise in relazione colle società estere (Federazione universitaria cattolica italiana); 2. Non prese parte alle feste del Rosmini; 3. Non si mise in relazione colla Lega Nazionale. Commentare oggi sarebbe proprio superfluo; eppure quante fatiche allora, quanti sforzi a liberarsi da questa taccia di anti-italianità! Per fortuna si faceva già largo il movimento sociale. I cattolici cosiddetti intransigenti durarono immensa fatica a rompere le tradizioni e a crearsi la nuova via. Mentre i socialisti, sotto neutre apparenze s’insinuavano dappertutto, i liberali tenevano duro al vecchio. Il «Corriere del Leno» dichiarava che la questione sociale nel Trentino non esisteva e 1’«Alto Adige», presentando nella primavera del 98 il candidato della V curia esclamava: «A che sollevare simili problemi che non fanno che confondere le menti delle masse e suscitare pericolose illusioni»? La botta era diretta contro gli scrittori della «Voce Cattolica» ed il nucleo sociale che faceva capo a loro. Ma i cattolici erano oramai sulla buona via. Dopo l’insuccesso politico della candidatura Cappelletti, s’erano rimessi con vigore al lavoro sociale. Fin d’allora gli studenti Lanzerotti, De Carli, Barbacovi ecc. erano divenuti regolari collaboratori. Le polemiche coll’«Alto Adige» sulle unioni professionali, sulle leggi operaie, sulla cooperazione dimostrano che gli studenti s’occupavano con amore anche teoreticamente della questione sociale. Marx, Lassalle, Toniolo, Howel, Nitti, Brants, Cossa, Leroy-Beaulieu, Winterer, Weiss erano gli autori più conosciuti e più citati in tali discussioni teoretiche. Descrivere lo slancio dato poi al movimento sul terreno dei fatti esorbiterebbe dal mio compito, quantunque l’entusiasmo di quei pochi potrebbe insegnare ai molti di oggidì. Questo accadeva mentre in Italia infieriva la reazione liberalesca. Sotto il ministero Pelloux , in seguito alla rivolta di Milano , venivano sciolte 1600 associazioni cattoliche e soppressi 28 giornali dei nostri. Don Davide Albertario era in carcere, Vercesi ed altri riparati all’estero. Le persecuzioni avevano però il solito effetto, di rinvigorire e rianimare i cattolici. Il grande pontefice emanava al 5 d’agosto quella nobilissima lettera agli Italiani, che oggi ancora non si può leggere senza piangere e fremere. Giammai il movimento d’organizzazione fra i cattolici ebbe difensore più eloquente e più autorevole, giammai la prepotenza dello stato liberale condanna più risoluta. D’un colpo Leone aveva rianimato i fedeli suoi, e la sua parola passò i confini politici d’Italia e là dove non trovò ostacoli del potere civile produsse effetti ancora maggiori. Il primo convegno Sotto tali auspici si inaugurava a Cles ai 16 agosto 1898 il primo convegno feriale degli studenti cattolici trentini. Erano presenti 11 universitari, 5 assolti ginnasiali, alcuni pochi del ginnasio, molto clero e molti operai. Nolite timere, pusillus grex pensava taluno, vedendo il coraggioso manipolo degli universitari. Celebrò la messa il D.r Celestino Endrici, fu presidente E. Lanzerotti, segretario G. Barbacovi. Nell’adunanza agli studenti si mescolavano gli operai e i contadini. Eravamo in un centro d’azione nella sede dell’attivissimo decano Menapace. Parlò Barbacovi sull’«importanza delle associazioni cattoliche in rapporto all’educazione morale ed intellettuale degli studenti», il d.r Endrici sul compito degli accademici nella questione sociale, Don Germano Poli tenne uno splendido discorso sul programma cattolico e quello liberale, terminando: «Forse la generazione presente è chiamata a seminare, non a raccogliere. Però ci stia fitto in mente che nessuno godrà la dolcezza del Tabor se prima non salirà l’erta spinosa del Calvario, e che Cristo solo dopo la crocifissione ebbe la risurrezione, l’ascensione e l’entrata in cielo»; parlarono ancora D.r Gentili, mons. Menapace ed altri. Fu a Cles che si decise di fondare un’associazione generale che valesse per tutti gli studenti trentini di tutte le università e provvedesse specialmente all’attività loro nelle ferie. Si costituì un apposito comitato e si stabilì di ritrovarsi a Pergine l’anno prossimo per la costituzione dell’«associazione universitaria cattolica». Da Cles a Pergine corse un periodo di preparazione, del quale avrei poco da dire. L’organizzazione cattolica generale si rassodava colla costituzione del Comitato diocesano, si decideva il congresso cooperativo, la confessionalità (parola forse non esatta) delle società economiche , e a questo lavoro prendevano parte attiva alcuni nostri soci. Ad Innsbruck si protestava contro la «festa delle matricole», a Vienna la vita universitaria era in preda ad un vero parossismo causa le violenze dei tedeschi-nazionali. Siamo sotto il ministero Thun. Qualche nostro studente prende parte al II congresso dei cattolici dell’Austria Inferiore. L’«Unione» di Vienna è costituita colla seguente presidenza: Barbacovi pres., Tullio Piffer segr., Pizzini vicepres. e Defant cassiere. Al Piffer successe poi G. B. Andreatti. Associazione univ. cattolica trentina In data 2 febbraio venne approvato lo statuto dell’«Associazione univ. catt. trentina», e nel mese di luglio il comitato lanciava l’appello per il I congresso dell’Associazione a Pergine, 8 agosto, dove sotto la direzione del decano G.B. Inama era in fiore l’azione cattolica. Le società locali fecero del loro meglio per preparare accoglienze onorevoli agli ospiti. Il congresso venne inaugurato in uno splendido mattino d’agosto. Più che un convegno studentesco, fu un congresso generale dei cattolici trentini. Numerosissimo il clero e il laicato cattolico, rappresentati per la prima volta in forte schiera anche gli studenti ginnasiali. L’entusiasmo di quella giornata ripagava gli universitari di tante lotte combattute in ore tristi e desolate. Il presidente prof. Germano Poli inaugurò l’adunanza generale con una rapida rassegna delle lotte del pensiero dalla riforma in poi, magnificando i destini del Trentino, paese del Concilio, e al ricordo aggiunse l’eccitamento per l’opera d’oggi. È l’idea del ricorso storico che gli oratori avevano ripetuto al congresso antimassonico. Nel 1899 si celebravano due giubilei della scienza cristiana, e gli studenti commemorarono Volta e Parini. Del Parini come poeta civile e cristiano parlò egregiamente il candidato in belle lettere don Giuseppe Degasperi; il centenario della pila commemorò il dott. Lanzerotti. Caratteristico è che il dott. Lanzerotti prese le mosse dal movimento cristiano-sociale viennese. «Ero studente giovane – ricorda – e quella “vita nova” che trascinava seco la parte più colta della grande capitale e pubblicamente si gloriava di nomarsi cristiana, trascinava “come torrente che alla vena preme” trascinava pur me ed alcuni dei miei colleghi di studio». In quel tempo Du Boys Reymond e Brunetière proclamavano la bancarotta della scienza materialista, e incominciava, nel campo intellettuale il rinnovamento cristiano. «In questo movimento ci siamo messi anche noi studenti cattolici italiani dell’Austria, dapprima titubanti ed incerti senza guida. Abbiamo osato e con santo ardimento abbiamo fatto». Ed ora vuol commemorare Volta per celebrare le armonie della scienza colla fede «e per rievocare una delle più gloriose memorie italiane, per attingere quella dignitosa fede dell’avvenire, che fa i popoli maggiori della fortuna degni di risorgere a più lieti eventi». Il discorso più che una commemorazione fu un programma che per il nostro laicato intellettuale d’allora era un ardimento. Il pensiero del rinnovamento e di un’energica ripresa ritornava nel discorso ad ogni piè sospinto e veniva coronato d’applausi. L’appello finale era diretto piuttosto che agli studenti ai cattolici trentini in genere. Sentite: «Abbastanza fummo rimorchiati, l’ora è venuta di rimorchiare alla nostra volta anche noi: appena tollerati ed in coda, l’ora è venuta di metterci alla testa del movimento economico, sociale, scientifico, affinché la società sia ritornata a Cristo e alla sua Chiesa. Ut adevniat regnum tuum!». Applauditi furono anche Paolazzi che affermò essere nel Cristianesimo le vere fonti del diritto, e dello studente di medicina Andreatti che levava la voce contro il materialismo scientifico. I circoli italiani Ma la nota gaia e brillante diedero al congresso gli studenti universitari del regno. Erano venuti numerosi e formavano l’eletta dei circoli italiani. Giuseppe Molteni, Paolo Arcari , Rossi, Calza del circolo di Milano, conte Boschetti e Necchi di Pavia, il dott. Micheli, presidente del circolo di Parma, il prof. Donarzolo di Padova. I trentini avevano chiesto da loro un contributo d’entusiasmo e di fede. Quando entrarono nell’aula sventolando i berretti goliardici un immenso applauso li accolse. Quando salirono sul podio Molteni ed Arcari, già redattori dell’Osservatore cattolico, echeggiò per la sala un potente: «evviva don Albertario!». Erano suoi discepoli quei giovani, e il maestro era da poco uscito dall’ingiusto carcere di Finalborgo. «Viva Milano! Viva Pavia Viva Padova! Parma». Molteni parlò patetico, ricordando. Quanta rovina nell’Italia di Pelloux e Bava-Beccaris . Ma sperava nel risorgimento e alla gran festa della rinascita «verranno anch’essi i trentini perché hanno contribuito al risorgimento del movimento universitario cattolico italiano mediante i loro incoraggiamenti ed esempi nell’ora dello sconforto». Paolo Arcari, letterato di bel nome a 19 anni, guardò all’avvenire. Nel suo splendido discorso che, se questa cronaca permettesse, vorremmo riprodurre integralmente, si sentono la scuola e le speranze nuove. «E la democrazia cristiana d’Italia, affaticata ma non doma nelle sue lotte diuturne ed immani contro avversari di ogni parte e di ogni scuola che invece avvivata dalla più belle speranze nell’avvenire, fidente e sicura nelle parole, negli ordini del Vicario di Pietro, manda a voi, cristiani sociali del Trentino, il suo fraterno e caldo saluto». Al congresso erano pervenute moltissime adesioni, fra le quali quelle del P. Vescovo Valussi e del vescovo di Padova, mons. Callegari, che si trovava a Levico. Da notarsi che mandarono plausi ed incoraggiamenti la società scientifica Leo-Gesellschaft e quella studentesca l’Austria di Innsbruck. Erano, relativamente, tempi di pace nazionale. Presenziavano anche i due deputati Bazzanella e d.r Conci. Al pranzo – nei brindisi Bazzanella e d.r Gentili si notò – per l’ultima volta nei Convegni studenteschi – lo strascico delle lotte interne, lotte che, Dio sia lodato, coll’irrobustirsi del movimento sociale sparvero per sempre. Nell’adunanza privata della neocostituita Associazione universitaria riuscirono eletti B. Paolazzi, stud. iur., presidente; Giacomo Roberti, stud. phil., vicepresidente; Edoardo Decarli, cassiere; consiglieri: E. Lanzerotti, don G. Poli, Guido Barbacovi, stud. med., L. Gius, stud. phil. Contemporaneamente si fece un altro passo in avanti, venne cioè costituito il comitato per la fondazione di un’Unione presso l’università di Innsbruck. La giornata si chiuse con una magnifica serenata all’oratorio, dove i giovani circondavano con grato affetto il veterano dell’azione cattolica, mons. Inama. Il giorno dopo gli studenti salivano a Montagnaga per compiere la progettata gita fino a Baselga . In alto fra i boschi incontrarono il P. Vescovo che diresse loro parole d’encomio e li benedisse. Poi tutti si posero in ginocchio avanti la grotta e ad alta voce, rispondendo al vescovo, recitarono commossi il Padre nostro; uno splendido atto di fede, dopo l’atto di coraggio che fu il congresso di Pergine. I commenti della stampa La stampa – per amore o per forza – dovette occuparsene: La Voce cattolica (9 agosto): «II convegno di Pergine, lo scriviamo con convinzione e non per fare della retorica, apre un nuovo periodo nella storia della nostra patria, è l’alba d’un’epoca nuova». E l’Osservatore cattolico di Milano: «Oh! l’entusiasmo che in questi giovani di anni o di pensieri o d’affetti laici e preti – dominò dal primo all’ultimo istante! Qual lavacro, quale tempera, quale eccitamento per l’intorpidita nostra coscienza di lavoratori». «Terra magica, sorrisa dalle bellezze della natura, terra forte, altrice di robuste tempre, o Trentino; il convegno di Pergine segni l’inizio di un’era nuova per te sulla via gloriosa dell’azione cattolica; così che tu possa – come per la beltà del tuo cielo e delle tue valli, e la bontà del tuo popolo sano – anche per lo slancio tuo nel difendere la causa della Chiesa e della giustizia, destare l’invidia dei fratelli delle altre regioni». Anche il socialista Avvenire del lavoratore (30 agosto) dovette stampare: «Bravi studenti clericali trentini! Io sento maggior stima per voi che per quegli altri, sedicenti liberali, che non appartengono a nessun partito, perché essi sono superiori ai partiti. Voi avete un ideale e lo difendete apertamente e lealmente; noi siamo costretti a stimarvi, e, anche a ringraziarvi; perché dove sarete passati voi, più facilmente passeremo poi noi: voi incomincerete l’opera di educazione economica delle plebi abbrutite e noi la compiremo». Solo il liberale Corriere del Leno si permise questa freddura: «Le credenze vostre, giovinetti sono troppo vecchie e a ringiovanirle e a ristaurarle non valgono più né potrebbero valere i congressi e le sgrammaticature tantafere: la chierica non cambierà il mondo». Oggi, a quasi due lustri di distanza, nessun imparziale durerà fatica a decidere chi aveva ragione. Unione di Innsbruck Dopo Pergine il primo compito degli studenti doveva essere l’istituzione della nuova società locale ad Innsbruck. Essa venne infatti inaugurata solennemente addì 17 maggio 1900 al «Gasthof zum weissen Kreuz». Erano venuti da Trento il prof. Endrici, il d.r Gentili ed Edoardo Decarli, da Vienna i colleghi Barbacovi e Luigi Gius. Alla festa serale comparvero anche i rappresentanti delle società tedesche Austria, Tirolia, Unitas, Rhenania, Leoverein, Akad. Sängerbund, e il padre Colli della Congregazione italiana. Chi avrebbe detto che il luogo ove quella sera italiani e tedeschi sedevano in pace, sarebbe più tardi divenuto teatro di scene selvagge e d’odio fra le due nazioni? Uno dei nostri, Guido Barbacovi, fu anzi festeggiatissimo dagli studenti tedeschi, perché aveva a Vienna nei recenti disordini universitari difeso strenuamente gli studenti cattolici tedeschi, attaccati dai pangermani. La festa si chiuse con un magnifico discorso del d.r Gentili. La nuova società, benché minuscola, si mise di buon animo al lavoro. Iniziò una biblioteca per gli italiani alla quale contribuirono con offerte tutti i cattolici trentini e condusse aperta la lotta col gigante del Circolo che in quell’anno sotto la presidenza Briani, si faceva anche promotore delle famigerate conferenze del compagno Dalbosco su Venere. Ma m’è d’uopo affrettare il passo. Non va dimenticato in questa rapida rassegna un tentativo a cui avremmo augurato maggior fortuna. Gli studenti sentivano la mancanza di seri studi sociali e filosofici, pensarono perciò all’istituzione di una specie di settimana sociale. I tre giorni precedenti al congresso di Arco convennero infatti a Trento per udire le conferenze sociali e fìlosofiche dei due eterni amici degli studenti d.r Endrici e d.r Gentili. Purtroppo la stagione e la novità della cosa fecero sì che l’intervento non fosse quello che si desiderava. Anche il congresso che seguì (Arco, 21 agosto ) non fu all’altezza di quello di Pergine. La preparazione era affatto insufficiente. Presenziò mons. Marconi, vescovo di Pulati, mandò l’adesione Francesco Negri, archese, e prof. all’università di Pisa, disse il discorso solenne Filippo Meda , direttore dell’Osservatore cattolico. Guido Tomasi parlò bellamente sulle «aberrazioni della giurisprudenza moderna». Testimone di progresso fu l’annunzio, fatto a nome dell’apposito comitato, dal prof. Celestino Endrici, assistente ecclesiastico, che fra breve verrebbe edita la Rivista Tridentina. La presidenza riuscì composta dei signori: presidente: Giacomo Roberti, segretario: G. B. Andreatti; cassiere: don Emilio Cipriani; consiglieri: L. Puelli, don Michele Less, stud. phil., Cainelli, stud. iur., e Ricci Ervino, stud. iur. Il congresso internazionale Tre soci vennero designati a rappresentare gli studenti trentini al I congresso cattolico internazionale degli universitari che era stato convocato a Roma. Era l’anno del giubileo e dei pellegrinaggi. Anche la diocesi trentina ne promosse uno numerosissimo. I pellegrini trentini arrivarono a Roma in buon punto per assistere al congresso dei cattolici italiani. Fu questo l’ultimo della vecchia tendenza, l’anno dopo infieriva già la crisi che oggi ancora permane. Al congresso degli studenti parteciparono 500 delegati di tutte le nazioni rappresentanti 12 mila universitari cattolici. Caratteristico che fra i vari presidenti nazionali fu eletto anche un trentino, Guido Barbacovi. I nostri delegati ebbero vasto campo di osservare e d’imparare. I discorsi Arcari, Toniolo , Marc Sangnier, dello svizzero Muller, dello spagnolo Marieu furono splendide rassegne del movimento cattolico giovanile. L’indirizzo presentato al papa era pieno di speranze. «È la prima volta che si schiera sotto i Vostri occhi l’esercito giovane del cattolicismo fiero, forte e fiducioso nell’avvenire». Il congresso doveva metter le basi di una organizzazione internazionale. La crisi che colpì poi i circoli universitari italiani impedì al comitato di effettuare i voti del congresso. Speriamo che al d.r Tovini a cui spetta l’iniziativa riesca di rimettere il carro in moto, approfittando del giubileo di Pio X. Le conferenze operaie Nuova attività spiegava nell’autunno del nuovo anno accademico l’Unione di Vienna. Si ripresero con maggior vigore le conferenze agli operai trentini emigrati nella capitale le quali divennero piano piano un’istituzione regolare. Le conferenze operaie ebbero ed hanno un doppio valore; anzitutto per gli operai stessi che ritrovano nella riunita famiglia trentina la patria lontana, poi per gli studenti i quali dal contatto col popolo lavoratore ritraggono ammaestramenti utilissimi alla loro vita pubblica e privata. Le conferenze operaie sorsero, specialmente per cura del socio F. Pizzini e furono poi continuate col concorso di pochi volonterosi. Un’altra splendida idea tentarono attuare gli accademici viennesi: l’istituzione di una scuola privata italiana per i figli degli emigrati. È triste il ricordare che questo tentativo naufragò non per l’opposizione dei tedeschi, ma per gli ostacoli opposti dai borghesi italiani e da chi avrebbe dovuto prestare il suo aiuto. Le «conferenze operaie» furono poi introdotte anche ad Innsbruck dalla nostra Unione, e in Vienna stessa imitate dagli studenti anticlericali, che se ne stancarono presto però, mentre le nostre fioriscono ancora. Di pari passo procedettero le conferenze accademiche in seno all’Unione stessa. Ne ricordiamo alcune, a mo’ d’esempio: G. Viero «Borse di cambio»; F. Pizzini: «Importanza igienica della luce»; A. Degasperi: «Dei varii sistemi sociologici da Platone fino a Marx e fino a Gumplowitz ». Nel gennaio del 1901 l’Unione di Vienna contava 15 soci ordinari e 3 straordinari, avendo a presidente Enrico Defant, a vicepresidente G. B. Andreatti, a segretario Giulio Angelini, cassiere Gaetano Chiusole. L’Unione d’Innsbruck nel medesimo semestre contava 13 soci ordinari colla seguente presidenza: B. Paolazzi, presidente, Valentino Cainelli, vicepresidente, Guido Tomasi, cassiere, Felice Croce, segretario. Il congresso di Mezocorona Il presidente dell’Associazione centrale al congresso di Mezocorona (17 settembre 1901) poteva quindi annunziare che essa constava di 30 soci ordinari e 4 straordinari. Al congresso di Mezocorona gli studenti potevano vantarsi d’aver già compiuto un bel lavoro. Durante le ferie si erano dedicati con vigore alla propaganda sociale. Così L. Puelli e G. B. Andreatti s’occupavano dell’erigenda cassa di mutuo soccorso. G. Tomasi, A. Degasperi, R. Grandi, Defant e altri delle società operaie in genere. Era stata istituita anche formalmente la Borsa degli studi, la quale con apposita amministrazione doveva raccogliere e distribuire le offerte per soddisfare ai bisogni sociali delle Unioni e dell’Associazione. Al III congresso venne issata per la prima volta la bandiera sociale, lavoro, per B. Paolazzi, delle suore di Hong-Kong e benedetta da S. A. il P. Vescovo Valussi in Trento alla vigilia del congresso. A Mezocorona comparvero per la prima volta anche i berretti bleu introdotti prima come distintivo delle Unioni, poi dell’Associazione centrale. Importanti furono i discorsi degli studenti R. Grandi e A. Degasperi. Era il tempo in cui si accentuava più che mai nel campo cattolico intellettuale d’un lato la speranza di un ravvicinamento della scienza e dell’arte agli ideali del cristianesimo, dall’altro il dovere delle classi colte di occuparsi delle classi popolari. Di quest’ultimo trattò efficacemente e brillantemente il collega Rodolfo Grandi. Diceva: «Ecco il nostro dovere: mettere la nostra fede e il nostro studio a servigio dell’idea sociale, colla nostra fede e col nostro studio orientarci, come disse arditamente Semeria , verso la stella polare della questione sociale». E ai sarcasmi degli avversari che schernivano il nostro piccolo numero rispondeva fra scrosci d’applausi. «Siam venti? Siam troppi tra i nani, che devono essere in mille». «Siam venti? Siam troppi a chi insulta». «Siam venti? Siam consci dei nostri doveri». «Andiamo: non son le dozzine che fan le falangi: è l’ardor dei soldati, è un santo ideale, è il capitano». Della «cultura presente e della riscossa cristiana» parlò A. Degasperi . Rileggendo il discorso, si sente che i nostri studenti di allora seguivano gli ultimi studi ed erano pregni di quel sano idealismo, sul quale forse, invecchiati, si potrà sorridere, ma che alla gioventù serve nell’azione di forza motrice. Descritta a rapidi tocchi la decadenza intrinseca della moderna cultura nella scienza, nell’arte e nelle lettere, il Degasperi esaminava i germi di una rinascenza cristiana che conteneva il presente per concludere che «la curva della parabola della decadenza è già oltrepassata, perché il secolo XIX ci ha lasciato il germe del rinascimento: Non è crepuscolo della sera, a cui assistiamo, ma il crepuscolo del mattino annunziatore di una nuova giornata splendida e trionfale». «Bisogna però – continuava – che schiere nuove, irresponsabili delle colpe di oggi e rigogliose di forza intima di fronte all’avvenire, agitino coraggiosamente la bandiera del rinascimento portata in mezzo al campo, ed applichino alla nostra vita intellettuale tutta l’energia riedificatrice, che proviene da ideali e principi immutabili». E concludeva: «Io vorrei o colleghi, che ognuno di noi sentisse il dovere dello studio, per due ragioni: l’una per il proprio onore, l’altra per contribuire con tutte le forze a questa riscossa cristiana». Nel congresso di Mezocorona non mancò né l’entusiasmo né il concorso popolare né l’adesione del Trentino cattolico. Per la cronaca registro la nuova direzione: Enrico Defant, presidente, Alcide Degasperi, segretario, L. Gius, Rodolfo Grandi, don Celestino Pezzi, Eugenio bar. Unterrichter consiglieri, Guido Tomai, cassiere. Gli anticlericali I progressi del nostro movimento studentesco incominciavano già a seccare più del bisogno gli anticlericali. Tali erano divenuti in ispecie per la propaganda socialista gli «Studenti Trentini». II Popolo preludiava al loro congresso di Rovereto che seguiva immediatamente quello di Mezocorona, augurando alla «Società Studenti trentini» non mancasse «il coraggio di proclamarsi anticlericale senza sottintesi di sorta», insistendo che alla sostanza anticlericale si desse anche il nome e che s’accompagnasse la nuova bandiera rossa coll’inno dei lavoratori (21 settembre). E il Popolo a Rovereto ebbe ragione. II neo eletto presidente G. Marzani proclamava la liberazione dalle «pastoie del dogma: esser giunta l’ora di distruggere il loro (dei clericali) regno d’intolleranza, di menzogna» – Contemporaneamente s’era però costretti a tener conto di noi. Il presidente infatti continuava: «L’associazione universitaria cattolica non ci dà ora verun pensiero; ma col tempo, lasciandola crescere indisturbata potrebbe divenire un nemico pericoloso della nostra». Che Dio faccia! La campagna universitaria Nel nuovo anno accademico (1901-1902) risorse con maggior vigore per le note cause la questione universitaria. Anche a Vienna fra gli studenti si costituì un comitato di azione pro università, a far parte del quale fu eletto a maggioranza di voti anche un rappresentante dell’Unione, lo studente Alcide Degasperi. Non durò a lungo la concordia: dopo breve intervallo in un’altra adunanza generale degli studenti italiani si fecero sentire numerose abbastanza e vivaci delle voci che si opponevano a che lo studente cattolico occupasse più oltre un posto nel comitato. Ma le ragioni che seppero addurre gli avversari erano molto futili: basti dire che si cercò di mettere in contraddizione colla questione universitaria la questione romana: l’interpellato le poté sfatare vittoriosamente e grazie alle sensate osservazioni di alcuni altri studenti, l’opposizione fu ridotta al silenzio, e il nostro rappresentante rimase. Vennero le vacanze di Natale. Al comizio solenne di Trieste la gioventù accademica italiana era rappresentata senza distinzione di partito. L’Unione mandò inoltre un telegramma d’adesione e d’augurio. Era necessario fare un comizio anche a Trento. Niente desideravano i cattolici più che la concordia cogli altri colleghi: il sacro dovere di combattere per una causa sì giusta e nobile doveva trovarci tutti uniti a sostenere la lotta. Ma l’anticlericalismo o l’intolleranza verso i nostri fecero sì che le trattative andarono rotte. Si decise allora di fare da soli. In brevissimo tempo s’indisse un comizio al teatro dell’oratorio e si chiese l’adesione di tutti i cattolici. I proclami affissi pubblicamente dicevano: Il comizio di Natale. «Cattolici trentini! «In quei giorni nei quali alle violenze degli avversari rispondevano gli italiani tutti con un grido d’indignazione e di protesta, noi, studenti delle associazioni cattoliche, non secondi a nessuno nell’amore alla patria e nell’interesse per una questione altamente nazionale, non venimmo meno al nostro dovere, non abbandonammo mai il nostro posto» . Il proclama concludeva con un appello per il «comizio di Natale», come si disse poi comunemente. Giammai un comizio, preparato con tanta angustia di tempo e limitatezza di forze (degli studenti solo il Tomasi e il Degasperi poterono occuparsene d’avvantaggio) ebbe un’esito così splendido. Erano presenti i deputati Bazzanella, Conci, Maffei, Vinotti, Fr. Tomasi ed Agostini, tutti i capi dell’azione cattolica, aderivano Delugan, Baroldi, Bertamini, Lenzi e 63 municipi. Mandarono il loro plauso anche i professori Farinelli, Lanza, Sartori-Montecroce, d.r Galante e Francesco Menestrina «perché il contegno spiegato dagli studenti cattolici in occasione degli ultimi fatti di Innsbruck abbia la solenne approvazione di quanti nelle questioni religiose sentono con loro». Il relatore fu A. Degasperi , il quale, dopo aver riassunta la storia della campagna universitaria, polemizzava con Ferdinando Pasini, relatore al congresso di Rovereto, che aveva accusato i cattolici di volere un’università confessionale ed esortato i deputati a «prescindere – nella loro azione – affatto dai clericali, anzi d’ignorarne addirittura l’esistenza». Il Degasperi reagiva: «Denuncio, dirò anch’io col Pasini, questo perfido sistema di creare pregiudizi o false opinioni in riguardo agli avversari per poi annientarli, sistema che è tanto più da deplorarsi, quando si tratti di una questione che è di tutti gli italiani». E raccomandava ai deputati conservativi di occuparsi caldamente della questione non lasciandosi ignorare. Parlarono ancora il d.r Conci, don Bazzanella, il maestro G. B. Panizza, l’operaio Nicolini. L’ordine del giorno che chiedeva l’università italiana a Trieste venne affisso in tutti i comuni del Trentino. Ignorarci dopo tutto quel po’ di rumore, non era possibile. Cosicché il Marzani ai 5 dicembre nel comizio al Sociale fece cenno di noi, dichiarando però di non crederci e che le molte adesioni ricevute dimostravano che v’è ancora molta gente ingenua che ci crede. E il Battisti aggiungeva: inutili ipocrisie! Lo spirito di setta si trapiantò anche a Vienna, e al rappresentante dell’Unione nel comitato pro università si diede semplicemente lo sfratto. L’Unione di Innsbruck, sotto la presidenza di don Celestino Pezzi, stud. in scienze naturali, partecipò tuttavia a tutte le azioni in comune coi «non clericali»; gli intolleranti non eravamo certamente noi. Venne l’estate del 1902. Per gli ultimi d’agosto i cattolici trentini si radunavano a Trento al primo congresso generale. Anche gli studenti decisero di tenere il loro convegno a Trento, contemporaneamente. Nasce il «Giovane Trentino» In una sezione, sotto la presidenza dì Guido Tomasi si discusse sulla fondazione del Giovane Trentino, che doveva sorgere sul tipo della Giovane Montagna di Parma. Così l’Associazione dava indirettamente vita ad un’altra società giovanile, come l’entusiasmo degli studenti aveva anche fatto nascere la «società magistrale cattolica». L’adunanza solenne si tenne in un piazzale del collegio vescovile, a sera, in mezzo ad una folla di cittadini. Lo studente Guido Tomasi – era l’anno del giubileo – apriva l’adunanza «affermando l’omaggio delle nostre menti e dei nostri cuori a Leone XIII, a Lui, vecchio d’età, ma sempre giovane di fede e di entusiasmo». Cattolici, italiani, democratici Tenne il discorso lo stud. Degasperi . Fu un discorso programmatico, in cui l’oratore tentò di stabilire la posizione del movimento cattolico giovanile entro le forze nostre e di fronte agli avversari. Formulò il programma nelle tre parole: Cattolici, italiani, democratici. Accenno solo al programma nazionale. «La differenza capitale – diceva – fra noi e gli altri è questa: gli altri coscientemente o no seguono un principio che si ripresenta sotto varie forme dall’umanesimo e dalla rinascenza in poi, per il quale una volta agli uomini fu Dio lo stato, poi l’umanità (Comte e Feuerbach), ed ora è la nazione, mentre noi ci inchiniamo solo innanzi ad un Vero supremo immutato ed indipendente dal tempo e dalle idee umane e al servizio di questo noi coordiniamo e famiglia e patria e nazione». L’oratore quindi concludeva: «Prima cattolici e poi italiani, e italiani solo fino là dove finisce il cattolicismo». Applauditissimo fu Stefano Cavazzoni , propagandista d. c. di Milano, efficace il rev. Chiot, rappresentante dei cattolici veronesi. Notevole che durante l’adunanza venivano distribuite delle schede per la sottoscrizione di azioni della ferrovia di Fiemme. La nuova direzione riuscì composta: Degasperi, presidente, Decarli Giovanni, segretario, Cimeppele, cassiere, Tomasi, Grandi, Romani, Dalrì, consiglieri. L’anno accademico 1902-1903 fu periodo di bella attività specialmente per l’Unione di Vienna. Mentre quella di Innsbruck doveva stentare la vita fra un memoriale e una protesta, la sorella maggiore viennese aveva campo di sviluppare una fiorente attività. Molte le conferenze interne. Cito alcuni temi trattati e discussi: «Il movimento femminile moderno», «I cattolici della Germania nel campo scientifico», «Posizione dei cattolici di fronte alla scienza», «Gli ordini e la scienza nel medioevo», «Storia e concetto del socialismo moderno», «Contrasto fra Tolstoi o Nietszche». Si aggiunsero anche settimanalmente le letture religiose in comune (spesso la Bibbia e S. Agostino) Ritengo sia rimasta la nostra più bella festa accademica quella data dall’Unione ai 10 febbraio 1903. Erano presenti fra altri i professori universitari Commer e Hirn, i deputati cristiano-sociali Pattai e Baeclè, avevano aderito il cardinal Taliani, Scheimpflug e il d. Fr. Schumacher. Ernesto Commer Il prof. Commer , anima entusiasta della nazione italiana, ci fu sempre amicissimo. Oggi che per la sua posizione in favore dell’ortodossia contro le aberrazioni dottrinali della scuola di Schell , venne detto anche in qualche giornale cattolico italiano semplicemente reazionario (comoda parola!), ricordo alcuni pensieri del suo splendido discorso che disse a noi allora, in italiano. «I vecchi sono ignari del male futuro o rimangono indifferenti perché accostumati già ai mali del presente. C’è la gioventù d’oggi ch’é la sola speranza dell’indomani». Di Dante diceva: «Lui ha prima sognato l’ideale della libertà popolare noi nella via della giustizia. Lui, fiorentino, amava ancor più della città sull’Arno, tutta la grande nazione che incominciava a farsi». E fra i grandi d’Italia accennava a Savonarola: «la guardia della libertà cristiana ed insieme il gran conservatore della Chiesa che andava corrompendosi», e a Leone XIII che «ha benedetto e legittimato anche la democrazia come pegno del bene futuro dei popoli». Magnificamente, come al solito parlava anche l’on. Pattai, uno dei capi più autorevoli dei cristiano-sociali viennesi, ricordando che i cristiano sociali erano i democratici cristiani dell’Austria. Il discorso solenne fu tenuto dallo studente Degasperi che tracciò «il compito dei giovani nell’ora presente» . Conchiudeva con un inno al carattere forte, irremovibile, augurandosi che sulla tomba d’ogni socio si potesse scrivere: «Né mosse colle, né piegò sua costa». Ed ora il campo della mia cronaca si fa troppo vasto per dissotterrarlo in quella misura che ho fatto fino qui. L’attività di singoli soci, specialmente nell’organizzazione cristiano-sociale non si può riassumere ed appartiene forse più al movimento cattolico in genere che a quello studentesco in specie. Del resto siamo già in un’epoca prossima e gli avvenimenti sono ancora nella memoria di tutti. Mi si permetta quindi correre in fretta alla fine. Cronaca breve Il congresso del 1904 venne convocato a Caldonazzo . Fu la prima volta che ebbimo accoglienze ufficiali dal municipio. L’ospitalità di Caldonazzo è ancora nella memoria di tutti. Don Guido Floriani mi perdonerà se qui non gli faccio il panegirico. Lo abbiamo tutti nel cuore. Solennissimo fu il corteo pubblico. Dopo la relazione del presidente Degasperi ebbero la parola R. Piccini sul tema «Roma aeterna», Dalrì sul «Concetto materialistico della storia». Il discorso del d.r Endrici fu uno splendido programma di cultura. Fu a Caldonazzo che il povero vescovo Valussi, già colpito dal fiero morbo, ci mandò il seguente telegramma che fu l’ultimo: «Saluto e benedico giovani fiore e speranza della Chiesa, fermi nella fede, umili davanti a Gesù, devoti a Maria. Eugenio Carlo». Nel congresso del 1905, che fu quello di Avio , il presidente poteva già leggere la lettera del nostro assistente ecclesiastico, divenuto vescovo, che suonava: «Amico di vecchia data degli universitari dell’Associazione, seguo con interesse tutte le fasi della stessa, e faccio voti che vada sempre più sviluppandosi e consolidandosi e possa essere un fattore di educazione e di coltura ed ai soci uno sprone al lavoro serio e perseverante. Vi saluta e vi benedice di cuore il vostro sincero amico Celestino». Ad Avio si poteva anche constatare che i soci ordinari e straordinari, tutti accademici, erano saliti ad 80, e ricordare una maggiore attività anche dell’Unione d’Innsbruck, dove uno dei più attivi, dei più zelanti era l’amico Ziglio al quale – giacché il suo nome m’è incorso nella penna – auguriamo tutti di cuore completa guarigione. Gli studenti d’Innsbruck si spinsero fino nel Vorarlberg a parlare agli operai emigrati, dove li aveva preceduti il Degasperi . In quest’anno si pubblicò anche l’Almanacco dello studente, una breve guida che converrebbe riesumare. Ad Avio parlò, egregiamente commemorando Fr. Petrarca, il collega sac. P. Prandini ed il Romani disse con grande entusiasmo degli studi sociali, proponendo la costituzione di apposita lega sul tipo del Sillon . Che ne è dell’idea tua e dell’esempio che promettevi, amico? Per la prima volta era assente dai nostri congressi il caro Tomasi, che poi doveva spegnersi lentamente. «Spiritus quidem promptus, caro autem infirma» telegrafava il malato. Quello che avvenne all’Università d’Innsbruck poi è troppo noto. Nella notte dei 3-4 novembre gli studenti delle associazioni cattoliche fecero integralmente il loro dovere. Erano venuti da Vienna Degasperi e Romani. La sera nell’adunanza alla Croce bianca Grandi e Degasperi parlarono energicamente, affrontando la diffidenza degli anticlericali. Poi seguì la catastrofe. Gli studenti cattolici carcerati sono: Covi, Dalpiaz, Dalrì, Degasperi, Emert, Fedrizzi, Grandi R., Romani, Vivari, Ziglio. Seguì un momento di pace fra gli studenti trentini, che una sera si raccoglievano a banchetto per festeggiare il prof. Lorenzoni. Poi la questione universitaria, più ancora l’anticlericalismo approfondirono la scissura. Noi continuammo per la nostra via. Al congresso di Avio, seguirono quelli di Borgo e di Mezolombardo , aumentando il plauso e il consenso dei migliori. Grande fu l’attività degli studenti nostri nella lotta contro il Volksbund. Le mie note sarebbero incomplete se non accennassi all’attività instancabile ed eroica dello studente Carbonari. Il resto è storia d’oggi che ameranno meglio ricordare i posteri. A noi che abbiamo narrate le origini e seguito fuggevolmente il corso della nostra breve vita sociale rimane la soddisfazione di poter conchiudere orgogliosamente: fidem servavimus! La nostra bandiera è immacolata e la consegniamo a voi che ci seguite, dicendovi: Di noi non avete ad arrossire! E quasi riassumendo il passato nostro che non si smentì giammai vi lascio quale testamento per l’avvenire la parola d’ordine proclamata dall’amico Degasperi nel 1902 : Numquam incerti, semper aperti! Vivant sequentes!
d867e4b7-c64d-4a49-871f-d1a2bb1e7067
1,907
3Habsburg years
11906-1910
«ed attendono che tutti i deputati e tutti gli enti morali italiani sappiano fare il loro dovere». Si sono radunati alla consueta cerimonia gli studenti triestini , gente di mare. Tutto fu in loro vecchio, obsoleto, rancido il fiottare della rettorica rivoluzionaria, le pose rubate ad Alberto Mario, le minacce omeriche come gli eroi dell’epopea sotto le mura di Troia. Ma, state tranquilli, anche questo non si muterà in loro: gli eroi del Quarnaro non imiteranno Patroclo, Ettore ed Achille nella fatica e nella pugna dolorosa, come li ricordano nella posa, nel gesto, nel preambolo ditirambico. Hanno deliberato d’iniziar subito l’agitazione con i mezzi più persuasivi ed efficaci. Oh! Non saranno nulla di nuovo codeste gravi proclamate imprese. Come si trovano bene i figli dell’Adria nel Paese da le bianche fanciulle, dal frigido cielo e da l’aere buio... Quanto facile, quanto consuetudinario oramai dimenticare i giuri patriotici per i baci pagati di una ghita teutonica, donde non insorgere che a scatti, facendo un nuovo sforzo di rettorica per commemorare Oberdan o Garibaldi. Tutto fu e sarà, nell’avvenire prevedibile, vecchio, immutabile, in loro: è la decadenza, il fatale declinare del radicalismo nazionale degli italiani in Austria. Ma fuori di loro si sono mutate grandi cose ed al vecchio si è bruscamente sostituito il nuovo. Codesto nuovo agli studenti adriatici e forse ad altri ancora non è piaciuto, né piace. Non piace a loro che Trieste sia rappresentata da quattro socialisti che hanno dato l’assalto al partito liberale ed ora volere o non volere, rappresentano per suffragio popolare la più grande città italiana. Non piace? E sia, non discutiamo i gusti, ma che ti fanno di conseguenza? Annullando un precedente invito, tirano i chiavistelli, sbatacchiano ai deputati la porta sul muso e vi scrivono su: «nessuno entri che non sia studente e delle nostre regioni»! Ma c’è ancora un altro novum fuori di loro che non garba affatto ed è che gli italiani in Austria hanno mandato al parlamento 10 deputati «clericali». Non piace? De gustibus est disputandum, ma che ti fanno gli studenti? Vituperano i nostri deputati quali usurpatori del nome di popolare e di italiano e li accusano di arti insidiose. Di fronte a codesta pazzesca presunzione, codesti giovani che si rinserrano nel vecchio, a biascicare le ereditate frasi patrimoniali ed a sfoggiare la boria, tappando finestre ed uscio al nuovo che, fuori e indipendentemente da loro, è realtà, ridere o protestare? Il socialista Lavoratore di Trieste li caratterizza così: «I poveri giovanotti». «Sono più che degli irresponsabili; sono beneficiati da un alibi completo, alibi di cervello; stasi di cellule craniche; assenza di centri inibitori». Noi, senza ricorrere alla fisiologia, ci siamo ricordati di quello che ha scritto un clericale come Carducci: «i ragazzi che sono gli ometti e i cattivelli e saputelli, che bestemmiano, che fumano, che dicono parolacce, che seccano la gente grande mettendosi fra i piedi, io gli ho a noia e, fedele all’educazione antica, li piglio a scopaccioni». E, per loro, basterebbe. Ma a noi interessa di dire e di affermare ancora qualche cosa. Dire che nella boriosa conventicola di Trieste il signor Forti – gli amici ne avranno ammirato la relazione univ. nel giornale di ieri – ha, se il Piccolo è esatto, pronunciato delle ridicole e spudorate menzogne sul conto dei deputati popolari, cui invitiamo il gentiluomo a ripetere nel Trentino, affinché gli elettori abbiano agio di giudicare da che parte si ricorra a l’«infingimenti» ed a «urla insidiose». Affermare poi e documentare quello che abbiamo asserito anche di recente. Si vuole l’università esclusivamente a Trieste e, a nessun patto e per nessun modo altrove, non per ragioni di cultura naturale né per il progresso intellettuale degli italiani ma per ragioni di anticlericalismo e per i motivi che derivano dallo spirito di setta e di partito. Nel convegno di Trieste si ebbero parole più aspre contro Trento che contro Vienna, contro i trentini che contro i tedeschi. E la rettorica vuota ebbe un tantino di vigoria, dando il forte spronio alla folla contro il grande nemico: e il nemico – che? – sarebbe la facoltà o l’università a Trento; «non un libero ateneo, ma la più fulgida espressione della libertà di pensiero, non la radiosa diffonditrice di luce, ma un covo del più nero radicalismo, un semenzaio di coscienze e di menti vendute che risalderebbero l’ignoranza sfruttandola». Applaudirono i ragazzi – secondo il Piccolo – e applaudiamo anche noi a codesta prova fulgente di quanto abbiamo visto ed affermato. Anticlericali, anticristiani prima, italiani poi, se ve lo permette un anticlericalismo e un odio senza tregua verso i vostri fratelli di sangue, ecco chi siete. Questa, o trentini, è la questione universitaria, la questione di oggi, di domani, di sempre, la questione degli italiani in Austria: dinanzi a che l’idealista, il quale ha lavorato combattuto, sperato senza sospetti, non può che ripetere quello che disse in una situazione simile un grande italiano: «non credo e non spero più nulla; se non forse un’invasione di barbari, la quale ci salvi dalla cialtrona tirannia de’ ciarlatani». E, un’ultima parola, giovanotti dell’Adria. Alla fine del vostro ordine del giorno sembra vi ricordiate di coloro che stanno fuori di voi, e che non vi rassicuri appieno la rettorica della vostra costituente. Fate appello, attendete anzi, coll’alterigia di chi sa di poter pretendere che «gli enti morali italiani» facciano il loro dovere. Ebbene, noi non chiederemo se tocca a voi che non avete mai compito il vostro, di sindacare sull’adempimento dei doveri altrui, ma eccovi la nostra semplice parola: Obbediamo! Il nostro dovere lo faremo tutto, fino alla fine. Con tutte le forze tenderemo al raggiungimento dell’università, senza preoccupazioni di parte, prima a Trieste, convinti che il manipolo dei nostri «montanari» saprebbe farsi largo anche contro la vostra settaria intolleranza e nonostante il vostro cieco giacobinismo, poi – se le forze degli italiani più non potranno, a Trento, benché non abbiamo ragione di sperare quanto voi temete l’entrata nell’alma mater dello spirito cristiano. Così, vi piaccia o non vi piaccia, sempre avanti, smascherando le vostre ipocrisie, note ora più che mai al popolo trentino, il quale, o ignoti aristarchi, sa la sua via e il suo dovere. Attendete pure!
1f2f5951-b590-4975-badf-78899b9f5136
1,907
3Habsburg years
11906-1910
Martedì dunque i soci dell’unione politica sono convocati a Trento. Gli avversari si allarmano oramai della convocazione e vedono nell’adunanza corale statuaria la chiusura solenne di un febbrile lavoro preparato già completo per le elezioni dietali. Il Popolo sa di certo che da parte nostra si sono stabiliti i candidati, il Messaggero in una lunghissima corrispondenza da Trento prevede il finimondo da parte del Comitato diocesano, nel quale finirà col pretendere l’indirizzo antinazionale e lo spirito acre di combattività contro i fratelli rurali. Vedete, si inquietano, danno l’allarmi, all’opera, presupponendo od esagerando la supposizione di un lavoro che purtroppo non abbiamo né compiuto né cominciato. Si fanno previsioni sulla campagna dietale, sull’ardore delle batterie, e noi? – Noi, non sentiamo ancora l’odore del fumo, meno ancora abbiamo preparate le armi, meno ancora: mancano perfino i combattenti. Il Partito popolare ha certo nell’ultima campagna causato un progresso nell’elezione politica del popolo nostro, ma tanto siamo indietro ancora! L’abbiamo voluto constatare anche recentemente dall’esito di una circolare dell’Unione politica intorno al metodo di disegnare i candidati dietali! Ai primi di novembre i socialisti si riuniranno a congresso per la campagna dietale, i giornali parlano dello scioglimento della dieta... bisogna rassegnarsi e mettersi al lavoro! Ma fossero le elezioni dietali anche lontanissime, altri compiti urgono la nostra e la vostra cooperazione. Vi abbiamo accennato altra volta, svolgendo l’ordine del giorno. Ebbene, noi contiamo sulla vostra maestà politica, sul vostro spirito di sacrificio, e vi aspettiamo tutti senza fallo, martedì a Trento. Libero il discutere, puri e fermi i propositi! Ordine del giorno 1. Relazione del presidente mons. B. Delugan, deputato al Parlamento e alla Dieta. 2. Politica dietale – Relatore il dott. E. Conci deputato e membro di Giunta. 3. Organizzazione e campagna elettorale – Relatore il dott. A. Degasperi. 4. Nomina della nuova direzione. 5. Intorno alla nuova legge sul commercio dei vini. – Relatore B. Paolazzi, deputato del Parlamento. 6. Eventualia.
351b19cc-1b4c-4abe-8154-d4a9e9e78a97
1,907
3Habsburg years
11906-1910
Il dr. Degasperi riferisce sulle esperienze della passata campagna e sulla necessaria preparazione per le elezioni dietali. Nell’ultima campagna s’è sentita, e fortemente, la mancanza di un buon numero di propagandisti. Fatta astrazione dei candidati, il peso della propaganda elettorale cadde sulle spalle di alcuni pochi, i quali dovettero lavorare fin oltre le proprie forze. Benché la prossima campagna dietale non assumerà – come è prevedibile – nemmeno di lontano l’intensità e l’aspetto della prima, tuttavia è da desiderarsi che nuove forze agitatorie vengano ad aggiungersi alle vecchie. Comunque, conviene che tutti quelli del nostro partito che hanno una certa cultura generale si preparino e si addestrino alla propaganda, attingendo dai giornali e da tutte le pubblicazioni più note quelle cognizioni che sono utili a rassodare la fede dei nostri e ribattere le obiezioni avversarie. Di un’altra cosa abbiamo sentito la deficienza, dei fiduciari permanenti dell’Unione. A questa impedisce la legge, la costituzione di gruppi locali, si deve quindi ricorrere alla nomina di fiduciari locali permanenti i quali tengano in evidenza i soci, riscuotano le tasse e informino i soci e d’altro canto la direzione, intorno alle attualità del movimento politico. La nomina e l’organizzazione dei fiduciari è però il compito più difficile della nostra organizzazione. La prossima direzione dovrà occuparsene sul serio. Intanto per opera specialmente degli amici Mattei e Caneppele è stato preparato un libretto del fiduciario, il quale contiene una specie di catechismo politico con esatta notizia delle leggi elettorali, delle formule più in uso per le adunanze e di un prontuario per le tasse. Il libro è già stampato, come sono stampati i block per riscuotere quest’ultime. La prossima direzione dovrà provvedere alla fissazione dei fiduciari permanenti. È consigliabile che a far ciò si approfitti delle necessarie adunanze dei delegati per le elezioni dietali. Nella propaganda elettorale è mancata anche un poco l’unità di metodo. In genere si è aspettato all’ultimo momento e in qualche luogo si è voluta la conferenza popolare, quando già vi avevano tenuta la loro i socialisti. Va tenuto per regola la quale può patire pochissime eccezioni che prevenire è sempre meglio di reagire e che anche i contraddittori sono di un’utilità molto discutibile. I contradittori non dovrebbero essere che pochi e fatti non con intenti locali, ma per scuotere il proprio partito o per provocare dal cozzo generale delle idee dei risultati che si sanno doversi ottenere. Tolti questi casi, è meglio per l’educazione politica del nostro Trentino imitare i paesi civilmente più progrediti, sì che ogni partito faccia la propaganda per conto suo. In tal riguardo nell’ultima campagna non s’e seguita dagli amici una regola generale. Quando in un paese si preannunziava una conferenza socialista si telegrafava subito alla direzione centrale chiedendo un conferenziere in contraddittorio. Ciò accadeva per lo più in quei luoghi, dove s’era prima rifiutata una conferenza nostra, sotto il pretesto che intorbidirebbe acque, limpide di natura loro. Così si disturbava poi il piano di propaganda che doveva seguire la direzione, costringendola a correre alla difesa, mentre, se tutti avessero seguiti i suoi avvertimenti dati nel giornale, si sarebbero costretti gli avversari a stare alle nostre calcagna. È dunque indispensabile per l’avvenire una maggiore unità di metodo, preferendo come ho già detto, quella che chiamerei la profilassi della propaganda. Un’osservazione ed un ammonimento ancora a proposito dell’ultima campagna. S’è constatata fino all’evidenza l’importanza della stampa. Un semplice calcolo vi dice che il numero di voti affermatisi sui nostri candidati nei vari comuni sta in proporzione diretta col numero delle copie del Trentino o della Squilla. E ancora più; il lavoro immediato più facile, più fecondo si fece là dove gli uditori erano preparati dalla stampa. Morale: volete nel momento critico risparmiarvi nel paese vostro conflitti personali, agitazioni aperte? Diffondete la stampa la quale silenziosamente e tenacemente vi preparerà il terreno, ove il raccogliere sarà facile. Un ammonimento ancora ne viene dal corso delle ultime elezioni: è indispensabile rafforzare le società apolitiche di cultura ed economiche e rinvigorire in loro i principii generali del movimento. Che cosa avrebbe ottenuto l’Unione politica senza il lavoro preparatorio delle società cattoliche locali? Sappiamo trarne i dovuti ammaestramenti. E qui il dr. Degasperi passa a riferire sulle prossime elezioni. Il vecchio sistema elettorale esclude una grande agitazione, limita gli effetti della propaganda e riduce in gran parte le competizioni dei partiti. Il fatto stesso che anche la Dieta neo-eletta non potrà avere vita duratura, perché vi si voterà la riforma elettorale, diminuisce l’intensità della lotta. Il Partito popolare deve tuttavia star bene agguerrito di fronte a qualunque eventualità. Conviene pensare alla designazione dei candidati per quei collegi, ove il partito intende competere. Per stabilire i candidati la direzione ha proposto un metodo che tutti dovranno ammettere più democratico non si potrebbe dare. Siano gli elettori di parte cattolica che per mezzo dei delegati da loro eletti facciano delle proposte circa le candidature. È naturale che l’ultima parola deve essere lasciata alla direzione poiché in caso inverso non si potrebbe parlare di organizzazione omogenea ed unitaria. In armonia a questi criteri la direzione ha anche spedita agli amici una circolare che a noi almeno pareva molto chiara: si convocassero gli elettori dietali di parte cattolica, eleggessero questi dei delegati il cui numero era precisato e il cui nome doveva venir subito comunicato alla direzione, perché si potesse radunarli in appositi convegni di collegio e passare alla proposta delle candidature. Era chiaro? E tuttavia quanto confuse e quanto poche le risposte? Qui il dr. Degasperi ne cita alcune. Propone all’assemblea di stabilire come ultimo termine entro il quale deve venir annunziata la nomina dei delegati, il 5 novembre. Passato questo termine, la direzione ha diritto di nominare da sé i delegati, di cui non si è fatto il nome dagli elettori. Infine riassume le sue proposte di tattica nei seguenti capisaldi: 1) Gli elettori dietali, consenzienti al partito popolare, designano in adunanza privata in ogni comune i loro delegati. 2) Gli elettori nominano altrettanti delegati quanti sono gli elettori eletti per le elezioni dietali, ed ove fosse introdotto il voto diretto, un delegato ogni 500 abitanti. Il nome dei delegati deve essere comunicato alla direzione prima dei 5 novembre, altrimenti è ammesso che gli elettori di quei comuni affidano alla direzione l’incarico di nominare i delegati. 3) La direzione convoca i delegati di ogni collegio dietale, ad un convegno. A questo deve assistere un delegato della direzione, il quale sull’esito finale stenderà un breve protocollo. Basandosi su esso la direzione prenderà una decisione definitiva e passerà alla proclamazione del candidato. 4) Qualora le risultanze del convegno lo richiedessero ed il delegato della direzione lo ritenesse opportuno, i delegati convenuti verranno invitati a nominare un sottocomitato ristretto di due fino a cinque membri, i quali dovranno stabilire l’accordo con la direzione, non raggiunto nel convegno. Il relatore personalmente raccomanda ancora: Nella scelta dei candidati si seguano questi criteri: 1) È conveniente ed utile che i deputati parlamentari siano di massima anche deputati dietali. 2) I candidati devono essere persone di non dubbi sentimenti sia circa il programma strettamente politico quanto intorno all’azione sociale del movimento cristiano-sociale. Sulle proposte del relatore si svolge una breve discussione dopo la quale esse vengono elevate a conchiuso nella forma surriferita. La legge impedisce che i membri della direzione superino il numero di dieci. Sarebbe d’altro canto utile che nella direzione entrassero rappresentanti diretti almeno dei vari collegi parlamentari. Abbiamo quindi stabilito di proporvi questa specie di regolamento interno: Se non è possibile avere nella direzione una rappresentanza di tutti i nove collegi, l’adunanza generale nomina dei fiduciari di collegio i quali possono assistere con voto consultivo alle sedute della direzione. Anche i deputati parlamentari, che non sono membri di direzione hanno eguale diritto. Ai membri di direzione che abitano fuori di Trento e non siano deputati parlamentari vengono rifuse le spese di viaggio. Tale diritto spetta anche agli eventuali fiduciari di collegio quando assistano alle sedute della direzione invitati da questa. Avvertenza. – Come gli amici possono dedurre dalle proposte il termine ultimo, entro il quale si devono comunicare alla direzione i nomi dei delegati, è protratto ai 5 m.c. Dopo questa data se gli elettoti nostri non avranno fatto uso del loro diritto è segno che vi rinunziano in favore della direzione. Infine ricordiamo che per una proposta fatta dal dr. Degasperi, visto l’esito delle elezioni della direzione si rimette ai convegni del collegio che prossimamente si dovranno tenere per le elezioni dietali l’eventuale compito di eleggere un rappresentante che a nome del rispettivo collegio s’aggiunge alla direzione.
67a2c774-ebec-4b36-81ce-b526e3f97e3e
1,907
3Habsburg years
11906-1910
Il discorso del deputato Drexel alla Camera è, come ieri ci veniva telegrafato, una splendida apologia non solo del partito cristiano sociale tedesco, ma più ancora dei principii e delle basi di qualunque partito cristiano. Ci proveremo a riassumerlo, costretti dall’angustia dello spazio, a rinunziare a tradurlo per intiero. I cristiano sociali non sono un partito confessionale: hanno un programma politico e le loro azioni come deputati vanno giudicate, quali azioni politiche, né è giusto chiamare a renderne conto la Chiesa cattolica o il cattolicismo. I c.s. vogliono condurre l’Austria in una nuova epoca, ove il progresso umano sia adibile a tutti i cittadini. Un partito che si propone tale meta deve avere principi sicuri e sode fondamenta, e abbisogna anzitutto di una base etica. Dove prenderla, se non nelle massime della Chiesa cattolica, per le quali garantiscono 2000 anni d’esperienza dove, se nel liberalismo regna in tal riguardo disunione ed anarchia? È vero, certi istituti della Chiesa cattolica hanno delle asperità, come l’indice ed il sillabo, ma noi abbisognamo di tale precisione e fermezza per quello che riguarda le idee fondamentali, che è necessario un estremo rigore per mantenerla. Anche qui l’esperienza ha data ragione alla Chiesa. Pio IX per esempio ha condannato il liberalismo, e qui, nel nostro Parlamento, non c’è più nessuno che si lasci calunniare coll’epiteto di liberale. Il principio dell’indice è in realtà applicato dappertutto: lo applica il padre nella famiglia, l’educatore nell’istituto, lo stato nella società. Perché non deve aver diritto la Chiesa che ha missione di educare, di assumersi la rigorosa sorveglianza sui suoi credenti? L’indice non impedisce affatto agli studiosi di leggere e d’indagare per i progressi della scienza, ma ammonisce gli immaturi ad un giudizio esatto. S’è mosso ai cattolici il rimprovero d’inferiorità. Se con ciò si vuol dire che non abbiamo sfruttato a tempo e sufficientemente i prodotti della meccanica moderna per difendere e propagare i nostri principi l’ammetto. Un esempio manifesto sta nel contrasto fra la grande stampa liberale e quella cattolica. È costato immensa fatica ai cattolici il liberarsi da quell’anello di ferro che il mondo moderno aveva loro stretto attorno. Ma ora finalmente riprendiamo coraggio e ci buttiamo a tutto corpo nella vita morale d’oggi. Ci si rimprovera di non essere senza preconcetti. I presupposti sarebbero i dogmi. Ma non si tratta che di parecchie proposizioni – non molte – le quali stanno fisse come i molti assiomi di matematica. Vi sono parecchie discipline che hanno certi principi fissi, i quali oramai non possono venir modificati; e perciò è forse morta la scienza? È sempre possibile lo sviluppo, l’evoluzione, com’è possibile anche nella teologia. Il prof. Masaryk s’è lagnato che s’insegni il catechismo ai fanciulli, ma si deve forse chiedere loro, a sei anni, se accettano o meno i principi morali religiosi, il precetto p. e. d’ubbidire i genitori. Noi insegnamo ai fanciulli quanto sta fisso ed è indispensabile; più tardi, fatto maturo, è libero d’approfondirsi in quanto ha imparato o di rinnegarlo. L’educazione religiosa nelle scuole è necessaria. L’educazione utilitaria non ha fatto buona esperienza. Il prof. univ. Förster nato protestante, divenuto miscredente, membro influentissimo della società etica internazionale si prova a sciogliere un problema e creare cioè una pedagogia senza Dio. Si fa dare da distinte famiglie di Zurigo fanciulli e fanciulle, lavora con tale materiale d’educazione 4 anni, e dopo questo tempo finisce col dire: «È impossibile, non v’è morale alcuna senza Dio». Cercate di comprendere, o avversari, che non v’è punto clericalismo, quando nella vita pubblica propugnamo la fede in Dio. Si parla di clericalismo nelle scuole austriache. Forse perché il catechista vi può tenere due ore di lezione la settimana? Forse perché nei ginnasi si fanno gli esercizi. Non si comprende che un insegnante nelle scuole medie ha, a mo’ di esempio, il dovere di parlare ex professo almeno un quarto d’ora all’anno dei pericoli dell’immoralità? Il prof. Masaryk ha asserito che la Chiesa ha favorito il progresso solo fino al secolo XII. Non ha studiato forse il meraviglioso rifiorire del sec. XIII. Le università stesse che oggi abbiamo non risalgono forse a questo secolo? E non fu lo spirito cattolico che cercò prima la universitas nationum e poi l’universitas librorum? Tutta la storia della nostra cultura e delle nostre università è legata allo spirito cristiano. L’epoca, in cui sorse il duomo di Colonia, la chiesa di S. Stefano, fu ricca d’idealismo e di forza interiore almeno quanto l’evo moderno. Non parlo di Dante, Bonaventura, S. Tommaso, ma lo spirito democratico stesso che oggi impera donde ci venne, signori, se non dall’epoca di S. Francesco d’Assisi? Masaryk ha citate parecchie ragioni della perdita della fede. Una però delle ragioni è questa, che il giovane vede la Chiesa derisa e oltraggiata, la sua storia calunniata, i suoi principi combattuti, e se è debole, cede alla corrente. Anche per questo noi, come partito politico, tendiamo a che la Chiesa trovi più giusta considerazione nella vita pubblica; per questo appunto vogliamo l’equiparazione nelle università, affinché si possa dire: «Vedi, anche i cattolici sanno fare e fanno bene, nel campo della scienza». È vero non vi è né una chimica cattolica, né una botanica cristiana, ma, per parlare d’altre discipline, la storia se fatta da un uomo solo, non sarà mai imparziale. Che avverrà se in 50 anni nelle università siederanno solo professori socialisti? Faranno la storia d’oggi sulla base dell’Arbeiterzeitung. Se si vorrà studiar onestamente la storia della chiesa, sarà più facile la conciliazione. Gli scolari di Darwin negarono Dio, nel 70 e fino all’80 stravinceva il materialismo, la negazione. Ed ora? Ora anche la scienza – il prof. Masaryk l’ha detto – riconosce l’esistenza di Dio. Il duello venne una volta combattuto solo dalla Chiesa; ora è sorta una lega antiduellistica, in cui siedono uomini che respingon indignati il nome di clericali. Che dire dell’igiene moderna, la quale viene a riconoscere giustissima l’astinenza, il digiuno, ecc? No, noi non ci curiamo a continuare sulla via, su cui camminarono sì grandi uomini nella storia. Noi sosterremo la lotta contro il materialismo, superato come scienza, ma che vive ancora nei principi e nella pratica del socialismo. Noi cristiano sociali non siamo che la quinta parte della camera, ma confidiamo sulla vittoria della verità che si farà strada. Perciò desideriamo che le lotte che si sono svolte in questi giorni scuotano tutto il popolo, poichè tutto noi abbiamo da sperare da chi cerca Dio onestamente e di buona volontà.
1d7f5a70-ef15-47d3-969f-edaac220c68b
1,907
3Habsburg years
11906-1910
A Berlino, i socialisti hanno inventato un nuovo sistema per la diffusione della loro stampa. In una domenica tutti i lavoratori organizzati si sono messi a disposizione dell’amministrazione del loro giornale il Vorwärts e hanno diffuso casa per casa un milione di esemplari di prova e contemporaneamente raccolto parecchie migliaia di abbonamenti nuovi. I socialisti di Praga hanno imitato i compagni di Berlino, e così la domenica rossa, come venne chiamato questo giorno di propaganda, diverrà istituzione formale del partito socialista. Perché non possiamo farlo anche noi, cattolici? Non abbiamo noi forse ideali da propugnare, una casa da difendere? Imparate da codesti alacri lavoratori, o critici implacabili, per i quali la stampa cattolica non è che oggetto di critica, imparate dai socialisti, o cristianelli annacquati, o don Abbondi del secolo XX! Noi siamo grati – e quando diciamo noi non vogliamo parlare che quali rappresentanti della causa comune – noi siamo grati a quei molti che in questi ultimi giorni si sono affaticati nella propaganda della buona stampa, e ne vediamo anche gli effetti. Ma a coloro che non hanno creduto prezzo dell’opera di spendere non un quattrino, ma nemmeno un passo, una parola, non va ricordato altro che l’esempio dei socialisti. E ne arrossiscano! Per questi cattolici non valgono più le ammonizioni dei Pontefici e dei vescovi. Ci vuole lo scudiscio dei socialisti. E venga! Alle società cattoliche d’ogni specie rivolgiamo di nuovo la calda raccomandazione di occuparsi in questi ultimi giorni della diffusione della stampa. Dove si può si faccia passare il Trentino, dove le circostanze non lo permettono la Squilla, l’Amico delle Famiglie ecc. È assolutamente necessario parlare e riparlare dell’efficacia della buona stampa, del pessimo influsso di quella cattiva. Non vi cullate nella beata consolazione che oggi p. e. nel vostro paesello il giornale socialista non penetra. Penetrerà domani, quando meno ve l’aspettate, vi invaderà le osterie gratis al tempo delle elezioni, e voi se non avrete prima preparato il terreno vi troverete innanzi difficoltà imprevedute. Le società cattoliche poi dovrebbero trattare esplicitamente della diffusione della stampa nel loro circondario. Si tenga una conferenza. Materia ci pare che ne sia stata preparata l’anno scorso e questo (Si veda l’ultimo articolo della Civiltà Cattolica) . La conferenza avrà sempre un buon effetto, anche se non apparità immediato. È l’idea, l’idea anzitutto che deve penetrare! Volete un bell’esempio di casa nostra? Stamane ci si è presentato un bravo uomo, con in tasca l’abbonamente anuale al Trentino per 11 copie! Sono undici abbonati contadini. Il brav’uomo ci ha detto: Veda, noi abbiamo compiuto il nostro dovere; e non abbiamo finito sa. Speriamo di farne ancora degli abbonamenti! E il brav’uomo sapete chi è? Forse un dottore, un monsignore, un avvocato? – Nossignori, un contadino. E il suo paese? Forse Trento, Rovereto, Riva, una città, una grossa borgata? Manco per sogno; Aldeno ! Tanto è vero che, propagata, diffusa una volta l’idea, si trovano anche gli apostoli, proprio nelle classi che parevano averne minore attitudine. Imparate, o miopi, arrossite, o ipercritici! Scettici, indolenti, scuotetevi!
9d7e0055-31c7-4360-bdf0-4fc68266beee
1,907
3Habsburg years
11906-1910
Il partito liberale del secolo XX là dove non vive di nazionalismo è nel programma morale e sociale, irremissibilmente esaurito, benché il suo fallimento non sia così manifesto, quanto in economia. I liberali d’oggi hanno anche rinunciato all’eulogia ed alla propaganda delle famose formule quarantottesche, le quali dovevano creare attorno all’individuo per la forza dello Stato come una incantevole e vivificante atmosfera di libertà. Perché? La ragione è ovvia. Senza dire che le formule di libera concorrenza, libera industria, libero commercio, ecc., hanno fatto prestissimo e in modo solenne bancarotta, anche nell’ambito delle idee, della coscienza, del culto, dell’insegnamento, gli uomini che in politica si dissero liberali, usarono del potere dello Stato non per garantire e difendere le libertà proclamate, ma per opprimere in nome dell’onnipotenza dello Stato quelle libertà che nella storia, s’era conquistate la Chiesa per la diffusione e l’insegnamento del Vangelo di Cristo. Nella loro stampa e con le loro maggioranze parlamentari, a cui taluni pochi avevano forse acceduto per vago idealismo, combatterono lo spirito del cristianesimo, fecero una guerra violenta alla Chiesa, come società, nelle sue relazioni con lo Stato, cercando di legarla al carro di questo; finché la nuova generazione liberale andò più innanzi, penetrò anche nel santuario della coscienza privata, tentando soffocare con le leggi e con le ordinanze anche l’esercizio di ogni libertà, che non fosse diretta a distruggere quella della Chiesa. La reazione doveva nascere spontanea. Il liberalismo aveva generato il capitalismo inumano, che si fece grasso della dabbenaggine di pochi idealisti e del popolo che non sapeva; ebbene contro di lui sorgerà il socialismo, e il partito liberale si troverà di fronte ad un partito nuovo, il quale, almeno nella sua forma più pura e prima, è essenzialmente la reazione al liberalismo e al partito liberale sul campo economico. Non basta; il liberalismo aveva combattuta, oppressa la Chiesa, il partito liberale aveva tentato, e in troppe parti era riuscito, d’impadronirsi dell’educazione del clero, dei seminari, della nomina dei vescovi, di tutto l’insegnamento pubblico, dell’educazione delle future generazioni, contemporaneamente la stampa liberale muoveva una guerra più o meno aperta, ma continua non solo agli uomini di Chiesa – come è il gergo d’oggidì – ma alle dottrine sue né rispettava le credenze più sacre. Ebbene, contro tale settarismo, contro sì inaudita intolleranza venne anche spontanea la reazione, guerra provocò guerra. Tutti quelli che della Chiesa si sentirono figli devoti e la videro minacciata, combattuta: oppressa dagli uomini della politica, decisero di servirsi dei mezzi dati dalla costituzione per difenderla. Tutti quelli che sentirono atrocemente l’offesa quotidiana d’una stampa settaria e intravidero che l’oltracotanza degli offensori risaliva a tutto l’ingranaggio della vita pubblica e politica, risolsero d’unirsi e d’entrare nell’agone politico, in nome dei principii più sacri da propugnarsi, della libertà della Chiesa, maestra delle genti, da riconquistarsi e dall’avvenire religioso del popolo, da garantirsi. Ecco perché e come sono nati i partiti cattolici. Più tardi, tali partiti, assumendo la lotta su tutta la linea anche contro il socialismo in quanto è materialista o utopista, e venendo così ad occuparsi con maggiore estensione della questione sociale, si chiamarono cattolico-sociali, cristiano-sociali, popolari o democratici-cristiani. E tale, a grandi tratti, è la genesi anche del partito popolare trentino. È naturale che i liberali non vollero riconoscere nel loro vero aspetto i nuovi partiti che sorsero contro di loro, e, come da principio del partito socialista fecero solo un partito internazionale, anzi antinazionale, non volendo che i loro adepti avvertissero le cause economiche, ossia i peccati liberali, che lo avevano procreato, così dei cattolici, non vollero ammettere l’esistenza politica, poiché riconoscerli come tali sarebbe stato come incolpare sé stessi d’aver provocata una reazione salutare alla società, ma nefasta al partito proprio, al liberalismo. Si ricorse perciò, maestro il signor Gambetta, a una di quelle parolespauracchi, che sul popolo credulone avevano sempre fatto effetto, come manomorta, e gesuitismo, e si disse che i partiti cristiani, non erano cristiani, ma clericali, che avevano cioè per programma non di difendere e propugnare la religione o la Chiesa, ma gli interessi di una classe, del clero. I fatti, la storia dei nostri giorni, sono la smentita più categorica a codesta menzogna convenzionale, inventata per salvare dalla rovina il partito liberale. Alla politica per il popolo dei cattolici in tutti i paesi, alla politica dei fatti popolari nel Trentino, né basta richiamarci anche oggi di fronte ad un nuovo articolo dell’Alto Adige di ieri sera, che, a proposito di un libro di don Romolo Murri , s’affanna a trovare nel Trentino concretizzato nei partiti la distinzione tra religione e clericalismo, nel senso che il partito liberale sia quello che propugna la purezza e la sincerità della religione, mentre il nostro ne abusi per interessi di classe, ossia voglia il clericalismo. Sarebbe davvero un compito agevole il dimostrare come il partito liberale ed in ispecie la sua stampa curino la difesa della religione e il famigerato «rispetto al sentimento religioso»; ma poiché, l’Alto Adige d’altro canto sostiene che fu un trucco il nostro, l’aver affermato durante l’ultima campagna elettorale, che la politica, ossia il Parlamento s’occupa anche di religione, esservi quindi in gioco anche gli interessi religiosi, ricordiamo semplicemente e a mo’ d’esempio che proprio nella testé decorsa sessione autunnale, la Camera austriaca s’occupò in un lunghissimo dibattito della questione religiosa, dibattito nel quale vennero a galla tutte le calunnie dell’officina liberale contro la Chiesa e tutti gli errori che il nostro evo ha messo alla luce. E forse mai, come allora, mentre risuonava un preludio al Kulturkampf francese (così designò un oratore la discussione universitaria) si sentì la necessità che i deputati garantiscano gli elettori anche nelle questioni religiose, si vide l’urgenza d’occuparsi nella vita pubblica anche della religione, non perché la religione come tale debba essere confusa con la politica, ma perché fu ed è la politica che ha dei contatti di fatto con le manifestazioni concrete della religione. Né i fatti e la realtà possono davvero essere scossi da quel qualunque soccorso che don Romolo Murri viene a portare all’Alto Adige. Le idee del Murri, o meglio le metamorfosi delle sue idee le conosciamo a fondo, non solo perché ne abbiamo seguito i libri e le pubblicazioni, ma anche perché ne abbiamo discorso con lui parecchio a voce, e ci sarebbe facile torre tutto il valore al soccorso dell’Alto Adige citando brani e pagine del Murri che sono tutt’altro che in appoggio dell’anticlericalismo dei nostri liberali. Ma non è il compito nostro d’esaminare le contraddizioni in cui è caduto il sacerdote marchigiano né le ragioni personali che lo inducono a vedere il clericalismo là dove c’è l’autorità della Chiesa divenuta nemica. Piuttosto, giacché il giornale di via Dordi ci tiene alle «illustri» testimonianze, finiremo anche noi con una che conferma a pieno il punto di vista da cui siamo partiti, tracciando queste linee. Durante la discussione universitaria, provocata dalla levata di scudi contro il presunto tenore del noto discorso Lueger, nella Neue Freie Presse comparvero alcuni articoli del professore universitario e membro dell’accademia scientifica dr. L. v. Schroeder. Questi è liberale e, se non erriamo, di confessione protestante. Anche i suoi articoli erano in difesa delle università e contro il presunto attacco del clericalismo. Finita la discussione alla Camera, il professor Schroeder, da uomo onesto volle esaminare anche «l’altra parte della medaglia» e sotto questo titolo spedì un articolo alla Neue Freie Presse. Ma questa, vero giornale liberale, lo respinse, dicendo essere esso contro il proprio programma, Lo Schroeder fu allora costretto a rivolgersi alla Zeit, l’altro grande giornale liberale viennese, che pubblicò l’articolo. Questo è tale condanna dell’anticlericalismo in fiore e tale giustificazione del nostro punto di vista, ossia dell’esistenza dei partiti cristiani, che ci rincresce per le solite ragioni dello spazio non poter tradurlo integralmente. Ne rileveremo il senso. Il professore s’introduce constatando che il recente attacco contro le università non era artificiale, ma partiva dall’anima popolare. Perché? si domanda. Perché «negli ultimi decenni in misura sempre crescente è venuto dominando e nella letteratura e nella stampa un tono di aperta ostilità contro ogni religione. Specialmente contro il cristianesimo». Nessuna meraviglia, continua il professore, che il popolo sfoghi con forza elementare l’esacerbazione a lungo soppressa. Purtroppo, dice lo Schroeder, molti intellettuali non vogliono vedere in tale ostilità alla religione la causa di moti politici. Ubi causa, ibi effectus. «All’attacco segue l’attacco, all’azione la reazione». E più sotto un periodo che raccomandiamo specialmente alla considerazione dell’Alto Adige: «L’aspetto orribile che presenta la moderna produzione letteraria (Literatur) per ogni uomo religioso o anche semplicemente idealista, è la spiegazione più precisa della crescente potenza del partito del Centro e dei cristianosociali...». «Il popolo non è così stupido, come di frequente si ritiene, e la causa prima del grande contrasto che realmente esiste, è tanto drastica, che si può toccarla con mano».
0af0ee60-b890-4f23-b3fa-6352efcca366
1,908
3Habsburg years
11906-1910
Pare che anche questa volta in uno dei collegi dietali che furono sempre considerati perfino ufficialmente quale «parte italiana della provincia», si tenti di nuovo, per gli influssi degli oltrebrennero, di porre una candidatura tedesca o del genere volksbundista. Avvertiamo i signori tedeschi, e specialmente quei partiti che sono rappresentati nella direzione del Volksbund, che in politica applicheremo il principio: occhio per occhio, dente per dente! Se i signori direttamente o indirettamente favoriranno una candidatura antitaliana nel nostro territorio, gli italiani porranno un loro candidato nella parte tedesca. Non è una rodomontata; a Salorno e oltre Salorno, a Bolzano e più in fuori, a Livinallongo ed Ampezzo vi sono italiani; anzi, in qualche luogo, gli italiani formano la maggioranza. Il voto è segreto, e, se non potrà venire questa volta per il ritardo e più ancora per la ristrettezza del suffragio, può arrivare il momento, in cui una candidatura italiana sia arbitra fra i singoli partiti tedeschi. Occhio per occhio, dente per dente. Se preferite rimanere entro i confini consuetudinari, meglio per tutti: si eviteranno lotte inutili che infine non svieranno l’effetto previsto e condurranno forse alla vittoria internazionale del tertium gaudens, come è accaduto altra volta in casa nostra e fuori.
5f329e09-2640-49f0-be0b-74ec5dba3ae9
1,908
3Habsburg years
11906-1910
Le elezioni dietali sono alle porte . Il partito popolare ha già pubblicate le sue candidature per i collegi rurali e vi ha aggiunto l’aperta, ferma confessione di un programma di lavoro per il popolo e degno delle migliori tradizioni che abbia la faticosa storia della minoranza trentina ad Innsbruck. Gli uomini proposti alla votazione sono tali che garantiscono al programma logica compagnia di fatti. Anche gli avversari non hanno mosso critica alle persone; qualche foglio liberale ha anzi dovuto confessare che chi, pochi mesi fa, veniva schernito come un carneade, ora può già richiamarsi ad un’attività lodevole. Nessuno degli avversari equanimi nega più ai nostri rappresentanti in Parlamento quella vivacità di lavoro, quella tenacia di intenti, quella serietà e quell’efficacia di opera, che sono anche d’altronde la caratteristica del partito popolare o più esattamente del movimento cristiano-sociale, come si manifestò fuori della politica. Il programma è pubblico né l’abbiamo esposto per mostra; e taluno che in casa ci combatte ad oltranza come il nemico peggiore, dovrà esser lieto, se per lo stesso programma potrà lottare accanto a noi là fuori. Certo che ogni parallelismo, anche là fuori, diventa difficile, forse impossibile, quando in casa, per certuni, noi rappresentiamo non un partito avversario che onestamente si affronta, ma il nemico peggiore di tutti, quello che bisogna battere ad ogni costo, anche portando la vittoria al socialismo, senza Dio e senza patria. Noi siamo fermamente convinti che quel complesso di dottrine radicali che si vanno predicando nel paese e che passano sotto il nome di socialismo trentino, sono da combattersi ad oltranza, senza tregua. Il socialismo – assuma pure le fattezze dell’ambiente rimane negazione del cristianesimo nella società civile ed internazionalismo nel senso che intende le lotte nazionali superfetazioni delle classi borghesi nazionaliste. Così insegnarono ed insegnano i propagandisti rossi, da Costanzi a Gasparini, da Todeschini a Medici, da Flor alla Balabanoff , da Pittoni a Merz, così predicano nei loro giornali, in ispecie nell’Avvenire del Lavoratore organo ufficiale. E se qualche altro capo, perché figlio di questa terra o profugo della borghesia, meglio intese le condizioni del Trentino, il fece malgrado il socialismo del suo partito, né, comunque, valse a modificarne di un ette le tendenze. Ma non basta. Ogni uomo che intende deve combattere il socialismo anche per le sue dottrine e le sue mire economiche, in quanto esse si oppongono alle leggi della giustizia cristiana e dell’ordine civile. Con questo socialismo e col partito che lo incarna noi non conosciamo né tregue né transazioni. Ma non ne conosciamo nemmeno con chi, in atto, volesse appoggiarlo. Anche con costoro noi dovremo in caso trarre le dovute conseguenze logiche, le quali corrispondono alla volontà e agli stessi interessi del Trentino nella sua grande maggioranza. Agli amici di partito rivolgiamo nell’ultima ora l’appello, che amiamo credere superfluo, di dimostrare anche in queste elezioni quello zelo e quella disciplina che ammirarono in noi gli avversari ai 14 maggio . Soprattutto raccomandiamo vigilanza. Pare che, per intesa, si voglia ricorrere al vecchio sistema delle gherminelle. Il partito liberale ha lasciato libero ai fiduciari dei singoli collegi di porre candidature o meno. Questi aspettano l’esito delle elezioni di primo grado, per uscire dall’ombra. Solo in Fiemme all’ultima ora si è proclamata la candidatura del dr. Giovanni Morandini, e si proclamerà presto la seconda. Avanti, amici, si tratta di finirla con tali sistemi di sorpresa. Avanti, si tratta della riforma elettorale e della caduta di barriere che a certi signori sembrano ancora tanto comode!
50acba6d-5242-4ab9-8f62-48e2905e016f
1,908
3Habsburg years
11906-1910
Il giornale diretto dal sottoscritto, può vantarsi d’aver discusso e lasciato discutere più ampiamente e più liberamente che altri le questioni eterne di Fiemme; e lo ha fatto, prima coll’intento di informare tutti quelli che volevano intendere, sui veri sensi e sulle condizioni del popolo fiemmese; poi, perché Fiemme non è solo di per sé una valle degna di un avvenire migliore, ma è la porta settentrionale della nazione nostra di tutto quel territorio italo-latino che da Moena va fino nei pressi di Toblach. Solo chi considera la valle di Fiemme come posizione strategica sulla scacchiera nazionale comprende appieno il dovere dell’intervento del Trentino in questioni, che a prima vista, si direbbero locali, solo chi ha l’occhio a considerazioni più vaste e più generali, possiede le premesse necessarie per sciogliere anche la questione tramviaria. Riguardo alla quale, io accedo pienamente all’opinione del dr. Lanzerotti che il nocciolo del problema sta, non nel noto dilemma delle due vie, ma in quello della costruzione e della proprietà della ferrovia. Purtroppo da tempo un problema così vitale è ridotto ad una pura discussione teoretica, senza contatti continui con la realtà. E a troncare tale contatto contribuì ben principalmente la rinascita della questione vicinale in quello che, secondo il mio debole parere, si può chiamare il malaugurato comizio ferroviario di Cavalese . Lì furono evocati quelli spiriti che taluno poi invano volle bandire. Da quel giorno data l’energica riscossa popolare in Fiemme. Ebbene? Il popolo era stato chiamato in aiuto e col popolo si doveva trattare. Ma perché si vide che non era un popolo da comparsa, né una semplice claque da teatro, perché si vide che il popolo intendeva la cosa sul serio e non badava ai burattini, allora, codesto popolo diventò «plebe violenta», pecorame in balia di quelli che ancora ier l’altro l’Alto Adige chiama «agitatori fanatici od ignoranti» . Siamo franchi, signori, e diciamo tutta la verità e nient’altro che la verità. I fiemmesi hanno ragione di lagnarsi, hanno ragione di essere sfiduciati. Qual valle è stata più menata a naso, qual valle ebbe meno successi in tutte le vicende politico-economiche degli ultimi anni? Ad Innsbruck si ha un concetto falso della popolazione di Fiemme, a Trento si ritiene di poterla pascere di ciarle. Vedete un po’ la questione vicinale. Ad Innsbruck si sono esumati documenti, finora sconosciuti al pubblico e su questi si basano le ultime decisioni giuridiche. E sia; nei rapporti del giudice i vicini non esisteranno, nella storia delle vicende politiche, perché un governo si assunse le affrettate innovazioni di un altro, avranno perduto il loro diritto d’esistenza, ma in realtà essi esistono di fatto, e nella coscienza tradizionale del popolo. E da quando in qua voi, politici, voi, amministratori provinciali, applicate il principio che per la lettera della legge debba esserne ucciso lo spirito? Nessuno potrà porre in dubbio che certi diritti consuetudinari, per quanto parziali, esistono ininterrottamente. E questi non giovano proprio a nulla; sono anche questi cosidetti diritti che voi, legulei, con un tratto di penna avete cancellato? Evidentemente ad lnnsbruck o si gioca d’azzardo o non si conosce la situazione. Se non erro, il deputato di Fiemme, Bonfiglio Paolazzi , dopo aver sentito il parere dei signori superiori di Innsbruck, s’intrattenne per quattro ore a Tesero coi comitati dei vicini per discutere con loro circa i modi legali di sciogliere la vertenza, senza far torto a nessuno. Alla Luogotenenza gli si aveva detto che l’autorità si limiterebbe a trarre le logiche conseguenze dalle decisioni tribunalizie, che sarebbero stati i vicini quelli che eventualmente avrebbero dovuto fare delle proposte. Ebbene, a Tesero si discusse, e quei signori che parlano di «spartioisti» e di «fanatici agitatori» avrebbero avuto da imparare dalla calma e la serenità con cui i capi dei vicini parteciparono alla discussione. S’era convenuto che i comitati avrebbero poi riferito agli altri, ma che è, che non è, le riunioni furono proibite per misure d’ordine. Ma che pasticcio è questo? Se le autorità prendono tali provvedimenti, un bell’aiuto che danno al deputato che cerca di conciliare le opposizioni e di venire ad un’intesa legale! Si crede proprio che i fiemmesi siano dei pecoroni? Con tali sistemi non si farà che dare la cosa in mano agli elementi torbidi che sono in ogni partito. Non basta. Come rilevo dall’Alto Adige, si pubblicò in questi giorni un decreto capitanale , il quale per la crudezza con cui sono esposte le cose non lascia nulla a desiderare. Bel modo davvero di conciliare gli animi. Oh, insomma, si vuole fabbricare l’astratto a forza di paragrafi o il concreto, giovandosi dei fattori reali e delle condizioni come sono? La s’intenda una volta ad Innsbruck. I vicini, ossia, per non ferire i troppo giuridici orecchi, quel partito economico il quale, per referendum, s’è constatato superare il 90% della popolazione, non sono fanatici, né violenti. No, nella grande maggioranza sono gente onesta che vuole non l’illegalità, ma un componimento, un compromesso giusto. Questo è possibile anche sulla base del regolamento comunale; ma a tale compromesso non vengono certo conciliati gli animi con simili misure draconiane. Che se su tale base non si raggiungerà un risultato soddisfacente, rimane ancora la via aperta della legislazione, e la prossima Dieta dovrà occuparsene. Sicuro, dovrà occuparsene – e tutti i deputati del popolo dovranno prendere la questione in mano, col serio proposito di scioglierla. Scioglierla, intendiamoci, non sulla carta, ma in modo che ne venga la pace di fatto. Dopo di che, si metta mano alla questione ferroviaria. È una vergogna che la Val di Fiemme serva di canale d’esperimento per il Governo che vuole trasportare i berlinesi a San Martino! È un disastro per noi, del Trentino, che lasciamo andare le cose sino che i nostri avversari economici avranno preparate tutte – è una cecità pericolosa quella – le premesse per costringerci a cedere, di coloro che persistono nella politica puramente negativa e dicono: piuttosto che una ferrovia a questo verso, meglio nulla. Ma sì, tenete le mani in panciolle, ed aspettate che i bolzanini vengano fino a Leifers, e più giù, aspettate che sulla via dolomitica mettano il tram Ampezzo-Gardena e poi lagnatevi, poi imprecate! È ora di finirla! Diciamo le cose come sono, e punto. Non ho preso la parola per scopi elettorali; quando arriverà in Fiemme questo articolo, le elezioni saranno già fatte e i fiemmesi avranno già deciso circa l’empiastro che anche per la comunità tiene pronto l’avvocato Morandini. Ma chi scrive ha parlato col cuore in mano, senza fronzoli letterari ed involucri di periodi dirigendosi più a chi sta fuori che dentro Fiemme. E perché di tali opinioni, per quanto si proponga di far loro largo nel partito popolare, assume solo una responsabilità personale, si firma col nome e cognome. Dixi et servavi animam meam!
402cc9dd-7cf5-4f38-a224-b922fd834d4e
1,908
3Habsburg years
11906-1910
Noi sappiamo che è proibito discuterla come sappiamo al pari che la coscienza dei giudici è insindacabile: e siamo tanto rispettosi della legge e tanto onesti da non voler tentare né l’una cosa, né l’altra, lasciando al Tiroler Tagblatt di circondare con arti subdole di tinte fosche il verdetto, di spargere a larga mano il sospetto e la maligna insinuazione contro i magistrati integerrimi. No, questo triste e vergognoso mestiere lo rimettiamo ai giornali pangermanisti; e alla Procura di Stato innsbruckese il compito di applicare la legge sulla stampa, a meno che nel santo Tirolo non vi siano due pesi e due misure. A noi, che nel processo testé chiuso a Rovereto, forse meglio che quella gente di là fuori che s’è impancata a giudicare al di sopra dei giudici, conosciamo l’ambiente, e lo svolgimento, e le persone, basterà rilevare qualche circostanza che da esso è risultata luminosamente provata, riserbandoci a miglior agio, più ampio commento. Condanne vi furono sì, ma tutte dieci sono state date per reati comuni. Per cui esse, nella sentenza di ieri, hanno tutt’al più un valore episodico, sono un quid sopravvenuto, che colle vere dimostrazioni di Pergine e Calliano poco hanno a che fare. E questo è ciò che dà la sua importanza al verdetto. Dopo quelle giornate era incominciata su per i giornali tirolesi una feroce campagna di denigrazione e di calunnia contro di noi. Usiamo coscientemente queste parole perché oggi dopo assistito al processo ne abbiamo pieno diritto. Pareva, a creder loro, che a Pergine e a Calliano fosse avvenuto il finimondo, che quei 19 eroi, i quali sotto la guida dell’eroicomico Ed. Meyer avevano lanciato la grande sfida, solo per la miracolosa assistenza di qualche peloso dio della Foresta Nera fossero scampati alla strage degli italiani trasformati per l’occasione in tanti cannibali. E dietro alla stampa tirolese (ingannati da essa??) tutti gli altri giornali austriaci e germanici di accentuato carattere nazionalista cantarono la medesima nenia, ebbero gli stessi teutonici fremiti di convenzionale indignazione. E la tracotanza loro arrivò al punto di accusare i gendarmi di essere stati conniventi coi dimostranti e di aver fatto il loro dovere solo per mostra, di accusare le i.r. autorità austriache di debolezza e di aver comandato ai fedeli sudditi di Guglielmo di levarsi il cappello al canto dell’inno di Garibaldi. E invece... Invece: vennero i testimoni a deporre, i testimoni tedeschi che non ricordarono nulla di tutto quello che era stato detto a Innsbruck, a Bolzano, al castello di Pergine, e ogni più insignificante particolare invece delle dimostrazioni, i testimoni tedeschi che a sei mesi di distanza conoscevano le persone alla prima occhiata, e (questo è il meglio) dichiaravano di aver veduto a Pergine chi a Pergine non c’era stato, i testimoni tedeschi dei quali uno scappa colla cassa, e settemila corone, l’altro viene incriminato per falsa deposizione, un terzo è un ufficiale degradato; vennero anche i gendarmi, le guardie di polizia, le autorità – e i giudici poterono formarsi completa la loro convinzione. Poiché (notatelo signori del Tiroler Tagblatt, nonché epigoni gloriosi delle infauste giornate di Innsbruck) se 32 degli accusati furono assolti, se il § 305 non fu loro applicato non è già perché contro di essi mancassero le prove di aver dimostrato. Ma ché! Erano confessi, signori, l’hanno detto alto che gridarono «viva il Trentino!», «abbasso il Volksbund!», «morte al Meyer!», «via i prepotenti!» che hanno urlato e fischiato. E la Corte li ha assolti. Perché la solenne montatura che voi avevate fatta delle dimostrazioni possono crederla i gonzi, non la gabellerete mai a giudici imparziali. Tutti i testimoni ai quali essi con sicura coscienza potevano credere furono concordi nell’affermare che per i signori tedeschi i nostri non avevano alcun desiderio cannibalistico. Una dimostrazione di protesta era legittima. Poiché non vi sono paragrafi del codice germanico, i quali possano proibire a una nazione della monarchia austriaca, quando sia provocata di reagire. I diritti sono eguali per tutti, e se il governo (e non era la prima e non sarà l’ultima volta purtroppo) ha mancato ai propri doveri in quell’occasione, non curando le ammonizioni dei deputati, era ben naturale che lasciati indifesi alla provocazione rispondessero altri. E la provocazione vi fu. Quando oseranno smentirla ancora, ai signori del Volksbund potremo sbattere gli atti del processo sul muso. È documentata ormai. Da Pergine a Calliano, almeno dopo il consiglio di guerra nel castello, la troupe di Edgar Meyer, il provocatore per eccellenza, sapeva di averci lanciato la sfida nel nome di quel Volksbund che ha avuto la sua più solenne smentita in questo stesso processo. La società tirolese, che difende la religione e la patria, ci mandava un drappello di protestanti e di germanici nei nostri quieti paeselli ad ammirarne le bellezze, e intanto a Pergine si inalberava la bandiera neo-rosso-azzurra con insulto, a S. Sebastiano si andava a visitare il Consumverein, a Folgaria si fondava per quelli di Terragnolo (che per parlare coi gitanti dovettero usare un interprete) un gruppo del Volksbund. E i poveri innocenti, ingenui ginnasti, i quali – l’hanno detto loro a Rovereto – non sapevano neppure che fosse il Volksbund, ne diventano soci, ma per un caso qualunque avevano già assistito alla solenne inaugurazione di un altro gruppo a Trodena. Misteri dell’innocenza! Provocatori dunque erano, e come tali furono accolti. Ma ancor una volta vogliamo dirlo, e gli atti processuali e la sentenza dei giudici roveretani lo confermano, non furono gli italiani così incivili contro i nemici che venivano a insultarli nella loro terra, come lo furono i tedeschi contro i nostri inermi, che nelle loro nebbie inospitali dovettero recarsi per necessità dello studio.
4538f9f0-2dd8-41b5-8e98-5ba36d6b6f9e
1,908
3Habsburg years
11906-1910
Il Popolo di ieri tenta di fare adepti collo spauracchio del clericalismo, cianciando di nostre candidature per la città di Trento. Le dicerie non hanno nessun fondamento, né per quello che riguarda la cosa in sé né, conseguentemente, per quanto venne stampato circa i nomi e le persone . Il coraggio poi che il Popolo vede in noi così deficiente, è tutto dei rossi, i quali lasciano cadere a Trento il loro deputato parlamentare per la tema che gli «odiati» borghesi abbiano patito circa quel che non ha fatto e quel che ha fatto l’on. Avancini forti delusioni; il coraggio è tutto di loro, che dopo aver messo a soqquadro i collegi meridionali riparano clamorosamente con un avvocato roveretano in Fiemme o tra i nonesi . Noi siamo più modesti, e stiamo a vedere. E che? – egoisti – non vorreste lasciarci gustare le comode noie della platea anche a noi? Dopo la votazione dei 14 maggio, i socialisti scrissero d’aver dato il colpo di grazia a quell’inetto liberalismo nazionale che fino a ieri ritenevasi il dispotico padrone della capitale del Trentino (Avvenire del lavoratore, 17 maggio) e proclamavano l’esito delle urne a Trento come la fine del policantismo patriottardo (idem) e Todeschini scriveva su Verona del Popolo: «L’irredentismo è sepolto. L’offa per i succhioni è infranto. Evviva l’Internazionale!». Anche noi e a 15 e ai 23 commentammo la vittoria socialista in questo senso, aggiungendo che la votazione era un suicidio liberale per vendetta poiché gran parte dei liberali avevano piantato in asso il loro campione, meditando – come scriveva l’Eco del Baldo – nell’ombra il tradimento. E ai 23, nella certa previsione dell’esito del ballottaggio, scrivevamo: «Qualcuno profetizza che i socialisti questa sera “improvviseranno” una dimostrazione. Si dice che vi porteranno una bara. Sarà la bara del “politicantismo patriottardo”, dell’“inetto nazionalismo liberale”, del partito dei succhioni come scrisse il Todeschini e... i radicali porteranno le torce. E fanno bene, ed è destino così. – I socialisti – scrisse l’Avanti a proposito delle elezioni di Trieste – vanno verso l’avvenire calcando le rovine della politica borghese – poiché è destino che i figli debbano passare sulle ossa dei padri!». Fummo facili profeti allora. Solo l’Alto Adige non voleva ammettere il significato integrale della votazione di Trento capitale e parlava di anticlericalismo puramente. Vennero più tardi le elezioni comunali. Si risvegliò allora d’un tratto tra i liberali lo spirito patriottico e l’Alto Adige notava – dopo l’atto elettorale – con gioia che nessun trentino potrà mai dar quartiere alle idee sindacaliste ed internazionaliste. Al che l’Avvenire del Lavoratore, rispondeva (n. 49): «Ah! Signori dell’Alto Adige, decisamente i trentini disobbediscono alle vostre encicliche e cominciano a trovare che gli interessi collettivi si difendono solo seguendo le idee internazionaliste della Camera del Lavoro e certo domani quando ci fosse il suffragio universale saprebbero anche in base a tali idee darvi il buon servito dal comune, come internazionalmente l’hanno fornito lo scorso 14 maggio al vostro candidato politico». «Provateci il contrario se vi basta l’animo!». E una delle prove verrà fatta venerdì. Benché il voto sia ristretto, la cittadinanza è pur chiamata in numero rilevante a decidere. Vedremo se la Camera ha tanto influsso contro o su la Lega, se quei medesimi che hanno respinto i rossi dal comune affideranno loro la rappresentanza alla Dieta. Sarà forse così venuto il momento, in cui la nostra profezia dei 23 ha una nuova conferma. In quanto a noi, estranei alla lotta che si combatte tra i due partiti anticlericali, non c’inquietiamo gran che. I socialisti sono i più acerrimi nemici dei neri, ha scritto l’Alto Adige; ed è vero. Ma noi li abbiamo affrontati sempre né ci fa tema la prospettiva di un deputato rosso o meno. A programma noi opponiamo programma, ad idee radicali un pensiero chiaro e preciso che non tocca solo la questione nazionale; ma anche i problemi morali-religiosi, la vita civile e l’evoluzione economica. Contro questa nostra fortezza s’infrangerà anche il socialismo trentino. Abbiamo anzi constatato che più alto rampica la scimmia, più le si vede la coda. Certi capoccia che nei comitati brillarono come salvatori dimostrarono più che qualunque argomento avversario l’inettitudine del partito socialista nella pratica del lavoro serio e responsabile di riforma sociale.
d72f51a2-6f18-40d9-845c-8fddbc4e49ef
1,908
3Habsburg years
11906-1910
Nel suo programma elettorale, il dr. Battisti si chiama «spola di dinamite» che farà saltare in aria tutto il vecchiume e le anticaglie della Dieta ! A forza di caricare le tinte, si è giunti al punto di non vedere che i quattro prelati e quegli alcuni nobili, contro cui è assolutamente necessario un novello don Chisciotte per portare il rinnovamento. Avvertiamo il dr. Battisti che, come potrà constatare dall’esito delle elezioni di ieri , non sarà proprio tutto vecchiume che si raccoglierà alla Dieta e se, per merito dei borghesi trentini, vi entrerà, vi troverà dei colleghi che lo ammaestreranno del contrario. In un’amministrazione provinciale così malandata, con una popolazione tanto povera che reclama tante riforme e per la viabilità e per le arginazioni e per i comuni, davvero che la dinamite non è a posto. Conviene fare opera di ricostruzione e non di demolizione. Se il dr. Battisti ha la visione della facile posa di demolitore e critico negativo alla Dieta, i nostri, rappresentanti non di prelati o di feudali, ma della maggioranza del Trentino che lavora e soffre, gli daranno occasione di dimostrare la vacuità di un partito, che non ha al suo attivo, per quanto riguarda l’attività politico-amministrativa, che dei discorsi e dei programmi. Quanto alla funzione del partito socialista austriaco per le autonomie nazionali, non c’è più un cane che ci crede. Vero che esiste il programma di Brünn, ma è anche vero che i socialisti czechi nel loro programma dietale boemo, proprio in questi ultimi giorni si sono dichiarati contrari a tutte le richieste dei tedeschi, cioè l’autonomia, la divisione della Giunta ecc., che sono precisamente i nostri postulati. Che i socialisti tirolesi la pensino diversamente, non è ancora detto, ma questo sappiamo che né Abram né altri oratori socialisti si sono mai dichiarati per la nostra autonomia, ciò che solo in realtà potrebbe dimostrare la vantata funzione autonomistica del partito internazionale. E allora a che ha giovato il convegno socialista trentino-tirolese di Bolzano, ove si è stabilito l’accordo fra le due sezioni socialiste – come annunziava Il Popolo – per il programma dietale ? No, Trento non ha ottenuto l’autonomia sinora, ma non l’otterrebbe davvero per l’opera di un club trentino-tirolese socialista alla Dieta. Lo scoppio non sarebbe di una spola di dinamite, ma di un pallone gonfiato. Ciò sia detto senza attualità per il giorno di domani, in cui lasciamo i compari tra di loro.
9c0156a5-146b-47df-b15f-30241413b2a3
1,908
3Habsburg years
11906-1910
Con questo titolo il conte Alberto De Mun ha testè pubblicato un libro, rivolto ai cattolici francesi, che ha fatto al suo primo apparire notevole impressione ed è stato accolto assai favorevolmente dalla stampa. Con argomenti d’incontestabile autorità si scorgono nel libro i dettami d’una profonda esperienza. Vi si trovano condensati preziosi ragionamenti e ottimi consigli che non solo possono giovare ai cattolici di Francia, ma che anche noi abbiamo dovere di fortemente considerare. La conquista del popolo è una necessità dei tempi nostri e posto chiaro il problema, l’autore si studia di additarne la soluzione. Il popolo è distaccato ormai in Francia dai cattolici e quanto pure da noi si fa per ottenere il medesimo intento, ognuno lo può vedere. È una verità, di cui si può dolersi, ma innanzi alla quale non giova chiuder gli occhi. L’azione ed i mezzi per riconquistare l’attaccamento del popolo quando una volta fosse perduto non sono facili e non possono essere che lenti; ma l’opera è necessaria ed urgente. Si cita sovente ad esempio l’unione dei cattolici tedeschi e quella dei cattolici del Belgio; ma non è per l’unione soltanto che i cattolici tedeschi e belgi hanno trionfato; è innanzi tutto per la loro azione sociale, vigile ed assidua. In Germania, prima che il Kulturkampf obbligasse il cattolicismo a costituirsi in partito di difesa, aveva messo salde radici come partito sociale, e un tal fatto è stato messo in piena luce ne’ magistrali studii di Giorgio Goyau. E nel Belgio, se i cattolici hanno potuto dopo venticinque anni di fiera lotta, salire al potere, fu principalmente in grazia del loro ardito e costante lavoro sociale. A queste due testimonianze offerte da straniere nazioni, il conte De Mun oppone, rattristato, la condizione di spirito di gran parte de’ cattolici francesi assai più paurosi delle riforme sociali che della stessa persecuzione religiosa. Da un quarto di secolo molti cattolici intrapresero in Francia opera zelante di rigenerazione sociale; ma essi non hanno trovato quell’ardore di collaborazione e quegli incoraggiamenti di cui hanno bisogno e che si meriterebbero; al contrario ebbero molte critiche, incontrarono defezioni e diffidenze, videro apatie e sconforti come se nulla vi fosse da intraprendere. È ora troppo tardi per rinnovare il tentativo? Il conte De Mun non lo crede, a patto che tutti i cattolici vi si accingano con un risveglio di operosità e di fiducia quali sinora non seppero usare. Con un ardore di fede ammirabile l’illustre parlamentare della Francia esorta i suoi fratelli cattolici ad agire ed invita il clero per primo ad avvicinarsi con tutta l’anima al popolo, a ingerirsi e dominare le opere popolari, dalle quali si può trarre larga messe. Dio voglia che la parola autorevole dell’illustre oratore venga ascoltata e messa in pratica.
83ca9bb4-6de8-49cf-8e27-30074177df41
1,908
3Habsburg years
11906-1910
La campagna è finita. Campagna per modo di dire, davvero! ché piuttosto si potrebbe intitolare: La fiaccona elettorale. Dopo l’agitazione aperta, il dibattito rumoroso del maggio scorso, codeste elezioni dietali fatte alla sordina, con le pastoie di un sistema elettorale ineffabile, hanno compiuto nel nostro popolo opera di demoralizzazione politica, l’hanno ripiombato nel disinteresse, dal quale l’aveva tratto il suffragio parlamentare. Discorsi, spiegazioni, l’arte della convinzione, la pubblica critica parvero inutili; poiché niente poteva valere di fronte al meccanismo sgangherato ed arrugginito che continuava stridendo la via prescritta. E noi che abbiamo sempre per l’educazione politica del nostro popolo e per la forza d’attrazione dei nostri ideali preferito in qualunque occasione la battaglia aperta e vigorosa, ci siamo trovati impotenti di fronte ad un sistema elettorale che pareva congiunto per natura a metodi antiquati. Siamo sinceri! Al paragone delle ultime elezioni parlamentari, è forse giusto oggi tirare dall’esito delle elezioni dietali delle deduzioni generali? Si dovrà ammettere che il partito il quale mantiene ancora nell’esito una certa corrispondenza col responso del maggio scorso è il partito popolare, almeno per quello che riguarda le campagne. E quali deduzioni saranno permesse invece, a mo’ d’esempio, per Trento, Mori, Borgo, Arco, Riva, Ala, quasi tutte insomma le città e le borgate? Trento ebbe, ai 14 maggio , 1576 voti socialisti, 934 liberali e 960 popolari; ieri i liberali stravinsero con 580 voti contro 180 socialisti o socialistoidi. Quali deduzioni sono permesse? Nella borgata di Mori, nelle città di Arco, Riva ed Ala i liberali ebbero ai 14 maggio complessivamente 863 voti contro 1465 popolari e 963 socialisti. E ieri il loro candidato ebbe campo aperto! Levico, Pergine e Borgo diedero al partito popolare nelle elezioni parlamentari 1934 voti contro 359 liberali; ed ieri il nostro candidato soccombeva con 15 voti di minoranza. E gli esempi potrebbero continuare all’infinito. È dunque lecito il considerare le elezioni di ieri come un fatto politico, dal quale si possa dedurre la forza effettiva del proprio programma? No, davvero. Ma c’è di più, l’antiquato sistema elettorale ha non solo l’effetto immediato di escludere un numero considerevole di cittadini dal voto, ma, per la sua fattura insidiosa, genera il disinteresse anche in quelli ai quali il voto sarebbe concesso. Infatti le astensioni notate ieri specialmente sono numerose e caratteristiche. Mentre in maggio andò alle urne l’80 fino al 90% degli aventi diritto a voto, questa volta la media dei partecipanti è forse il 45%. Tutte queste considerazioni ci vietano dal commentare le elezioni dietali quale base reale della nostra vita politica, e l’unica conclusione che s’avanza spontanea è che codeste fiacche elezioni hanno dimostrato un’altra volta la necessità di uniformare il diritto elettorale dietale a quello parlamentare. Di tale riforma noi siamo sinceri, caldi partigiani, e lo saremmo anche se non vi vedessimo il momentaneo vantaggio di partito. Il partito popolare – tutto sommato – ha guadagnato nelle elezioni dietali cinque seggi , a spese dei liberali, ma ha guadagnato certo di più ancora in energia, combattività e compattezza. Questa forza l’userà ad abbattere il vecchio sistema, inaugurando anche per la Dieta un’era nuova. Non s’illuda qualche governante o qualche partito: i nostri deputati hanno dato la parola agli elettori che il suffragio universale verrà conquistato, e la riforma dovrà immancabilmente venire, e presto. In coda alcune brevi osservazioni, che svolgeremo in altra occasione. Ieri, in Trento, si ebbe la sconfitta non dei socialisti, i quali in massima parte non poterono votare, ma dei socialistoidi che pareva avessero penetrato il partito liberale in modo da minarne l’esistenza . Se si considera però l’atteggiamento dei liberali nel collegio settentrionale, conviene ammettere che la votazione di Trento non chiude l’era dei socialistoidi e la crisi libero-socialista continua. Castigo di un partito che nei suoi giornali fa tutti i giorni la reclame ai socialisti, pur d’azzeccarne una ai «clericali», non accorgendosi che la penetrazione socialista dovrà pur soffocare il programma liberale.
c0fab55d-c186-4785-9074-3e07417bd632
1,908
3Habsburg years
11906-1910
I deputati dietali sono eletti... perché? Sempre così la nostra brava dieta. Appena gli elettori hanno assegnato a determinate persone il mandato di rappresentarli, s’incomincia già a discutere, ad affermare l’inutilità di una convocazione. Rompiamo codeste melense tradizioni! La dieta è eletta, perché si raduni e deliberi. Se in marzo non è possibile un lavoro intensivo, non sarà però fuor di luogo una breve sessione in cui la dieta regolarmente si costituisca e vi venga eletta una commissione per la riforma elettorale. Mentre esprimiamo questa nostra opinione, abbiamo motivo di credere ch’essa collima perfettamente con quella dei neoeletti deputati popolari. Il noto collaboratore tirolese del «Vaterland» n. vi scrive un nuovo articolo, occupandosi del «nazionalismo in Tirolo». L’articolo è un severo ammonimento per il bar. Beck , il quale viene avvertito dei gravi pericoli in cui incorrerebbe, se propendesse per il sistema Schwartzenau . Lo si eccita invece a tener duro all’unità della provincia, il senso della quale, per chiassate di studenti e scontri dei campioni d’ambe le parti, non può essere andato perduto. La formazione di un complesso amministrativamente autonomo sarebbe un pericolo nazionale, politico e strategico. Il governo deve mostrarsi di una logica ferrea: i cattolici trentini sono divenuti autonomisti perché il governo ha mostrato di accondiscendere a tali pretese. Se il governo starà duro, i conservativi cederanno. I cristiano sociali tedeschi, poi, che combattono con tanta forza, per l’unità della monarchia sapranno qual contegno tenere di fronte al dualismo che si vorrebbe attuare nella provincia. Il signor n. non ci pare troppo a contatto colla realtà quotidiana politica tirolese. Noi finora – e sì che abbiamo aguzzato l’occhio – non abbiamo potuto scorgere il minimo indizio che motivi le paure del signor n. riguardo il governo. Purtroppo! Ciò non toglie né impedirà mai che i cattolici, in quanto aderiscono al partito popolare, tengano fermo al loro postulato autonomistico che considerano non come semplice bandiera da parata, ma come una meta, alla quale devono tendere tutti i loro sforzi. La ragione è semplicissima. Le aspirazioni autonomistiche non sono artificialmente create ma nascono dalla natura delle cose, furono rinvigorite da una triste esperienza. Il signor n. sembra aver troppo in piccolo conto quello che egli chiama «chiassate studentesche» e «scontri» singoli. Le «chiassate studentesche» hanno costato a noi non solo carcere e patimenti, ma quel che è più la perdita del nostro unico focolare di cultura – la facoltà giurdica – demolita dalla barbarie innsbruckese. Questa città, che il nostro cuore non considererà mai come capitale, ma come il centro dei nostri più accaniti nemici. Piuttosto che Innsbruck centomila volte meglio Vienna, Salisburgo... Czernovitz, meglio Seraievo! E gli scontri sono forse proprio bazzeccole? Politica troppo astratta, signor n! Gli scontri a cui Ella accenna sono episodi di una lotta diuturna che la brutalità germanizzatrice combatte slealmente contro di noi, valendoci della nostra debolezza economica a cui ci hanno ridotti l’egoismo di razza e insipienza di governi. Voi ci dite: noi non approviamo né la prepotenza né la germanizzazione. Sta bene, meglio per la vostra coscienza di cristiani. Ma badate bene che per pretendere da noi la pariglia, non vi basta tenere celati nel segreto della vostra sapienza politica tali disapprovazioni. Voi dovete porle sulla scacchiera della politica attiva. E pur troppo né conservatori né cristiano-sociali finora si sono mossi ad impedire che altri, servendosi anche del nome e prestigio loro, abbiano inacerbito la piaga che poi d’un tratto per il comodaccio loro vorrebbero non sanguinasse. In quanto ai cristiano-sociali e al loro programma di ferrea unità, via, se si trattasse esclusivamente del programma, non occorrerebbe spaventarsi. Quel giorno che ci venissero a parlare del dogma dell’unità tirolese, risponderemmo che il nostro programma non è che una copia conforme del loro programma in Boemia. E in piena dieta tirolese verrà letto il proclama dal comitato cristiano-sociale boemo, datato ai 20 febbraio 1908. I cristianosociali vi si dichiarano per una monarchia potente ed indivisa... – D’accordo! I cristiano-sociali non riconoscono un diritto di stato boemo. – Analogamente d’accordo, signori! «Noi – continua il proclama – siamo piuttosto per l’autonomia nazionale entro la cornice della costituzione dell’impero e dei paesi ...». D’accordissimo! Precisamente! Ebbene? Che più? Spalancate le porte!
4111b047-ce0b-4fab-87c8-590f994ad79c
1,908
3Habsburg years
11906-1910
Il partito socialista internazionale, sezione austriaca, è entrato in parlamento, assicurando di voler fungere come pacificatore e regolatore nelle questioni nazionali. Ma l’esperienza di pochi mesi d’attività parlamentare basta a dimostrare come il tallone d’Achille per il partito socialista è proprio il problema dei rapporti fra le varie nazionalità della monarchia. Già la costituzione della federazione parlamentare rossa, divisa in varie sezioni nazionali risale al mancato accordo di fatto fra le varie nazionalità entro il club socialista. Alla vigilia della dieta boema poi il dissidio si manifestò lampante. I socialisti czechi chiesero programmaticamente la bilinguità di tutto il regno e riconobbero il diritto di stato boemo, ossia assunsero un programma analogo a quello dei conservatori tirolesi. I socialisti tedeschi invece chiesero l’autonomia nazionale, la divisione amministrativa della provincia e negarono qualunque diritto d’esistenza al diritto di stato boemo. L’Arbeiterzeitung prese partito per i tedeschi, richiamandosi al programma di Brünn , ma gli czechi risposero che il programma di Brünn andava riveduto, essendo stato compilato in un tempo, in cui gli czechi avevano ancora troppo poco influsso entro il partito internazionale. Ora il problema linguistico boemo diventa, in causa del conflitto di Eger , di pratica attualità. Ma anche questo ha oramai diviso i socialisti czechi e tedeschi, ed è probabile che, aprendosi verso la fine del mese la Camera, si rinfocolino entro il club parlamentare rosso quelle discussioni, da cui finora sono usciti vincitori i socialisti czechi. Se consideriamo ancora che questi ultimi furono proprio quelli che risollevarono con particolare veemenza in autunno problemi linguistici, intorno ai quali i «borghesi» s’erano concessa una tregua di Dio, qual conto si potrà fare del tanto vantato programma autonomista di Brünn e della funzione moderatrice del partito socialista nelle questioni nazionali?
e8e4fbfe-dbe1-44f2-9010-f7307f41e93c
1,908
3Habsburg years
11906-1910
Continuando: il scirocco ci ha forse servito delle nostre armi inanzi tempo; anche a noi è forse avvenuto di trovar troppi i contrasti di partito, superflua la combattività, e in un’ora d’ottimismo fallace, abbiamo gridato agli aizzatori, ai demagoghi? Bene per voi, o sognatori idealistici, o cronici indolenti, che un colpo di vento freddo vi avverte della bufera, ch’è in alto, lontana. E quanto sentite l’uggia della sazietà della vita pubblica, quando voi, cristianelli, vi aumentate d’egoismo reclamando per voi una quiete ch’è indifferenza di fronte al male o transigenza intorno ai vostri principi, pensate ad una sola cosa: che mentre voi vi ritirate nella vostra chiocciola, altri escono in campo aperto ad agire, altri a predicare e questi altri sono i nemici più aspri, più inconciliabili delle vostre idee, della vostra morale, della vostra religione. Niente ci deve persuadere di più dell’urgenza d’una azione apologetica, in mezzo al popolo, della necessità di riunire i buoni in associazioni, che la constatazione dell’irruenza incessante dell’irreligione predicata al popolo, che l’osservazione di un continuo lavoro d’organizzazione per opera di chi di tali tendenze si fa banditore. E l’uno o l’altro fa il socialismo trentino. Sono lontani i tempi in cui il dott. Piscel predicava il marxismo, citando San Paolo ed i Padri, o nei quali per dimostrare agli ingenui i pericoli del socialismo conveniva ristampare le bestemmie di Marx, Bebel, Engel. Il socialismo ha preso in casa nostra il suo vero aspetto e giustifica chi lo definì: organizzazione dell’irreligione. No, i capoccia stessi si affannano gran che a negarlo; ché anzi, tolti i periodi elettorali, lo confessano apertamente. Si manifesta evidentemente che il prete non si combatte in tanto in quanto s’occupa di politica, o di cose sociali, ma precipuamente quale ministro di una religione, di cui il socialismo è la negazione pratica di tutti i giorni. Ne è prova bastante che l’organo ufficiale del partito socialista L’avvenire del lavoratore quasi settimanalmente deve venire sequestrato per offese alla religione, quantunque il codice e la pratica austriaca non si possano in tale riguardo davvero accusare di eccessivo rigore. Va notato oggi un nuovo esempio. L’Avvenire pubblica delle considerazioni sulla quaresima, considerazioni blasfeme che riteniamo però opportuno il riprodurre, affinché gli ingenui, se ancora ve ne fossero, aprano gli occhi, e i torpidi si scuotano. Se si riflette che tali articoli non sono elucubrazioni di solitari, ma sviluppo logico di programma, che si manifesta con una trista continuità, se pensiamo che tale spirito informa e le conferenze e tutto il lavorio d’organizzazione operaia, ci apparirà più urgente la necessità di combattere con tutte le forze, di incoraggiare e d’aiutare tutte le tendenze d’associazione popolare ed operaia nel nostro campo. Ed ora ecco i brani essenziali dell’articolo dell’Avvenire (numero 10, 5 marzo 1908). La chiesa viene chiamata un altro teatro, come quello di carnovale, dove altre maschere si muovono. Uditene la descrizione: «Il teatro, l’incubatoio della fede, ha per l’occasione vestito le sue pareti e i suoi altari di sfarzosi drappi; la tremula luce dei molteplici cori diffonde intorno all’incerto e mistico chiarore temprato dalla scialba luce delle finestre in alto dai vetri colorati, le campane rinnovano il loro triste appello che risuona in fondo all’anima colla forza atavica di scolaro richiamo e l’organo piagnucola le sue note sul gregge in devozione. ... E l’uomo vi si perde!... e il pastore tuona enfaticamente le sue terribili ammonizioni, mentre gioisce nell’intimo del cuore del proprio ascendente, del proprio trionfo. ... Quelli che sono fuori guardano con compassione all’opera deleteria che si compie dentro, ma essi non sono ascoltati». L’articolo continua poi il paragone tra le «maschere di quaresima» peggiori delle maschere di carnovale. «Ma – continua l’organo socialista – quelli che son dentro (cioè in chiesa) pigliano le cose sul serio: credono tutto! Credono di essere dei grandi pensatori, credono che quella sia proprio la casa del signore, credono che quelli che parlano in nome del signore siano proprio i suoi ministri patentati, credono ai miracoli, alle virtù de’ preti, agli angeli che volano in cielo, ai demoni cornuti, ai santi e... allo spirito santo! Quei disgraziati hanno perduto l’uso della ragione. Credono all’assurdo e non credono a ciò che è visibile e umano. Credono all’impossibile a non credono al possibile. La fede ha reso il loro cervello una materia amorfa capace di guizzi solo per l’induzione dei furbi pastori. Ogni altra cosa passa loro sulla testa come una ventata che li lascia impassibili. Dell’essere umano non è restata che la pecora docile!» Così, nient’altro solo che così. E si badi che quest’articolo non è ancora il peggio ch’abbia stampato nei suoi numero l’Avvenire: il peggio è stato sequestrato.
81f23ce7-823c-4825-bb63-c616444944ea
1,908
3Habsburg years
11906-1910
È noto che una delle freddure più frequenti dei giornali anticlericali è l’accenno alla frase programmatica dell’Unione politica, la quale si propone anche di creare e di sviluppare nel popolo una coscienza nazionale positiva. Come fu altre volte esposto s’intende con ciò «la creazione di un sentimento di affetto e di attaccamento alla propria nazionalità, uno stato d’animo duraturo che non produca solo degli scatti di ribellione quando la nazionalità è evidentemente minacciata, né si limiti all’attività di forma negativa di respingere gli attacchi». La cooperazione al risorgimento economico del paese e una collaborazione integrale alla ricostituzione e all’aumento di tutti i nostri beni nazionali è il lavoro nazionalmente migliore che si possa fare. La nazionalità viene così intesa nel suo senso ampio e vero, e ne viene bandito il concetto piccino che la limita alle lotte linguistiche. Tale coscienza integrale e positiva non esiste nel nostro popolo, o in parte di esso, e ne è prova che furono detti «antinazionali» coloro che osteggiarono certe dimostrazioni politiche di valore puramente negativo, né ebbe mai plauso meritato quello spirito nazionale che, fuso con la cristiana democrazia, creò tante opere che sono ora sangue e vita alla particella trentina della nostra nazione. Tale concetto nostro della coscienza nazionale riguardava dunque la situazione etnico-sociale del Trentino né ha contatti diretti e necessari cogli atteggiamenti politici. La beffa degli avversari è evidentemente il riso degli imbecilli. Ma, da che tali scipitaggini sono apparse anche di frequente sul Messaggero , siamo lieti di constatare che questo si ricrede per bocca dell’egregio collega suo direttore, Alessandro Bottesini. Infatti se il nostro concetto della coscienza positiva avesse avuto un significato politico nel senso stretto della parola e per questo fosse stato combattuto, doveva certo collimare con le seguenti affermazioni del giornale roveretano (n. 61): «Siamo dunque alla vigilia di un’intesa fra i due popoli alleati (Austria e Italia). Il patto scritto nelle cancellerie sta per avere la sanzione del popolo. Ma per arrivare a questo ultimo passo che segnerà il trionfo di due valorosi uomini di Stato, manca un altro fattore che non può, non deve essere più oltre trascurato. Bisogna pensare agli italiani dell’Austria. I quali se hanno un vero e indistruttibile irredentismo, lo hanno nel vivo desiderio di essere redenti in cospetto della costituzione austriaca. Vogliono l’autonomia, l’intangibilità del territorio e della lingua; le ferrovie, lo sviluppo economico, e soprattutto giustizia distributiva. Vogliono cioè avere oltreché i doveri, anche tutti i diritti della sudditanza austriaca. Questo è l’irredentismo degli italiani dell’Austria, irredentismo che non può esser temuto da Aehrenthal, né dimenticato da Tittoni». Per le quali affermazioni noi non abbiamo beffe, ma applauso. Solo che di qui innanzi l’ultima invenzione non sarà la coscienza nazionale positiva dei «clericali», ma la logica nazionale sbalorditiva dei nazionalissimi.
311c8b47-5fad-4614-8f0a-2affdba974cc
1,908
3Habsburg years
11906-1910
IL MUNICIPIO DI POLA: 5 corpi, curia generale e voto segreto. – Distrettuazione nazionale. LA DIETA ISTRIANA: Collegi omogenei. – Garanzie costituzionali per la minoranza. – Confronti col Tirolo. – Anche nella Giunta. LA DIETA TRIESTINA: L’idea della rappresentanza proporzionale nella Giunta. – Galvanizzazione della maggioranza. – Quel che ne pensa il Piccolo. – I socialisti soddisfatti. – Pittoni contro il «Tutto o nulla». Sabato si è radunata la dieta istriana, lunedì si è riconvocata la dieta triestina, la quale, com’è noto, è tutt’una cosa col Consiglio municipale di Trieste. Tanto in questa dieta che in quella vennero presentati dei progetti di riforma elettorale, due dei quali riguardano le diete stesse ed una il comune di Pola. Siamo anche sulla soglia di una riforma dietale, perciò non sarà inopportuno il discuterne un poco, tanto più che tutti tre i progetti, direttamente per quelli di Trieste e Pola e indirettamente per quello della Dieta istriana, rispecchiano le idee e le tendenze dell’attuale governo. Incominciamo dal meno importante. La rappresentanza comunale di Pola (comune locale), secondo il progetto governativo, sarebbe composta di 36 membri effettivi, eletti per la durata di 4 anni e distribuiti in 5 corpi elettorali. I primi 4 eleggono 8 membri ciascuno, il quinto elegge 4. La formazione dei primi tre corpi avviene secondo le disposizioni contenute nell’attuale regolamento elettorale comunale per l’Istria; l’elezione per il terzo corpo e per il quinto avviene in due distretti elettorali, di cui il primo comprende i comuni censuari di Pola, Fasana, Gallesano e Sissano, il secondo gli altri comuni censuari slavi. Degli 8 membri assegnati al terzo corpo, 3 verrebbero eletti dal primo distretto e 5 dal secondo; i due distretti elettorali del quinto corpo eleggono ciascuno 3 membri. Nei primi tre corpi votano gli aventi diritto d’elezione secondo le norme dell’attuale regolamento elettorale comunale per l’Istria che corrispondono press’a poco al nostro; nel quarto sono elettori gli impiegati militari (di marina) in servizio; nel quinto corpo sono elettori i cittadini austriaci di sesso maschile, che abbiano compiuto il 24.o d’età, siano domiciliati nel comune di Pola almeno da 3 anni e non abbiano diritto a voto negli altri quattro. Notevole è qui che il governo ha rinunciato all’introduzione di voti virili per la Marina, come s’era prima annunziato, preferendo un quarto corpo con 8 rappresentanti; notevole ancora ch’è introdotta, benché con soli 4 voti, la curia generale, la quale viene divisa in due collegi nazionalmente omogenei. Importante ancora è che viene introdotta la votazione segreta, poichè, conviene sapere che Pola – il municipio liberale di Pola – ha finora il voto orale. La deputazione comunale si compone del podestà, del vicepodestà e di quattro consiglieri; i primi due vengono eletti dall’intera rappresentanza comunale; i primi quattro corpi eleggono poi ciascuno un consigliere. L’elezione del podestà e del suo sostituto dovrebbe poi ottenere la conferma dell’imperatore. Come si vede la deputazione viene eletta in gran parte dalle curie, in modo da assicurare al rappresentante del militare un posto, ma da escludere eventualmente ogni rappresentante del quinto corpo a discrezione degli altri quattro. Più caratteristico, più istruttivo è il progetto per la Dieta istriana, il quale viene presentato in base ad un compromesso seguito di massima fra italiani e slavi, coll’intervento del Governo. Ai 3 vescovi con voto virile vanno aggiunti 44 deputati eletti distribuiti fra le varie curie come segue: 5 deputati del grande possesso reale; 2 deputati della Camera di commercio e d’industria; 14 deputati delle città, borgate e luoghi industriali; 15 deputati di altri comuni (foresi o rurali); 8 deputati della classe elettorale generale. Dei 44 deputati eletti 25 sono assegnati agli italiani e 19 agli slavi. La distrettuazione è per quanto possibile, nazionalmente omogenea, sì da escludere conflitti nazionali per le elezioni. Ciò vale tanto per la curia delle città e borgate, dei comuni foresi, quanto per la curia generale. I collegi della curia generale sono 7, uno elegge 2 deputati, gli altri uno ciascuno. Di questa curia, la metà dei mandati è italiana, l’altra metà slava. Il numero dei membri della Giunta provinciale è aumentato da 4 a 5. Gli assessori sono nominati: un assessore dai deputati eletti dalla classe elettorale delle città, borgate e luoghi industriali e della Camera di commercio e d’industria; e due dai deputati eletti dalla classe elettorale dei comuni foresi, con ciò che coi deputati delle città eleggono anche i deputati dei collegi italiani della curia generale o con quelli dei foresi i deputati dei collegi slavi della curia generale. Su questa base, escluso il presidente (capitano provinciale), tre membri della giunta sarebbero italiani e due slavi. Anche qui dunque abbiamo la curia del suffragio universale, ma solo con 8 mandati, cioè con poco più della quinta parte dei deputati eletti. Nella curia generale sono di nuovo compresi tutti gli elettori delle altre curie. I collegi sono nazionalmente omogenei. La maggioranza rimane agli italiani, ma la costituzione della giunta avviene in modo che sia assicurata una corrispondente rappresentanza anche alla minoranza. Ma non basta. S’è provveduto con regole ancor più precise a stabilire i rapporti fra maggioranza e minoranza. Ecco quanto prevede il progetto contro il pericolo di maggiorizzazioni. «In Dieta si richiede la presenza di almeno trentadue membri (dunque di almeno 7 slavi quanto manchino i tre vescovi) per deliberare; 1. sullo stanziamento dei bilanci preventivi di spese dai mezzi provinciali per scopi di agricoltura, di scuole e costruzioni pubbliche, fatta eccezione per gli importi necessari al funzionamento di istituti o stabilimenti in quanto gli importi rispettivi venissero stanziati in misura uguale o minore a quella già fissata dalla Dieta provinciale dopo la promulgazione della presente legge; 2. in affari comunali, i quali secondo le disposizioni delle leggi comunali sottostanno alle deliberazioni della Dieta; 3. sull’accoglimento di progetti di legge». Con ciò la minoranza può impedire qualunque votazione d’importanza, colla semplice astensione. Analoghe garanzie sono stabilite anche per la Giunta provinciale: «La Giunta provinciale – dice il progetto – pertratterà gli affari ad essa demandati in consigli collegiali. Per la validità di una deliberazione si richiede la presenza di almeno tre membri oltre al capitano provinciale ed al suo sostituto. Per deliberare validamente sugli affari sottoindicati è inoltre necessario che nel consiglio collegiale siano presenti almeno uno degli assessori eletti dai deputati della classe elettorale delle città, borgate e luoghi industriali e dalla Camera di commercio e industria (italiano), ed uno degli assessori eletti dai deputati della classe elettorale dei comuni foresi (slavo): 1. per conchiusi sull’esecuzione di deliberati presi dalla Dieta provinciale negli affari specificati più sopra; 2. per conchiusi sull’approvazione delle deliberazioni prese dalle rappresentanze comunali (consigli comunali), le quali secondo le disposizioni delle leggi comunali sottostanno a una tale approvazione; 3. per conchiusi sull’impiego di mezzi provinciali per spese imprevedute». Come si vede le garanzie per la minoranza sono tali che per poco non equivalgono alla creazione di curie nazionali e a un’autonomia amministrativa. E se si pensa che fu il Governo l’autore di un tale compromesso appare ancora maggiore l’iniquità usata agli italiani in Tirolo, i quali non solo possono venir maggiorizzati in un modo indegno nella curia del grande possesso, ma non hanno nemmeno una garanzia giuridica che due dei loro vengano eletti nella Giunta. Non intendiamo oggi dilungarci in commenti: parlano i fatti. Chiederemo sempre invano che il Governo il quale sa trovare mezzi di costringere la maggioranza italiana a tali concessioni sappia trovare un po’ di coraggio e di forza per ottenere alla minoranza il giusto o almeno parte di esso laddove l’italiana è la minoranza? Comunque sia, l’idea fa il suo cammino; dopo la Moravia, e in parte la Boemia, l’Istria. Il Tirolo saprà essere l’ultimo, ma dovrà venire. L’ultima riforma, alla quale vogliamo accennare, è quella della Dieta di Trieste. Il progetto è presentato dal Governo, il quale ne respinse un altro compilato dalla Giunta. Non è nostra intenzione esaminare il valore nazionale, o la parte contestata che verrà eventualmente modificata riguardante l’autonomia della Dieta di fronte all’autorità governativa. Ci limitiamo a fare delle osservazioni che possono avere un valore generale e pratico anche per noi. «Il nuovo Consiglio sarà composto di 83 membri eletti per 3 anni; nella città da quattro corpi distribuiti in sei distretti elettorali; in territorio da due corpi distribuiti in tre distretti elettorali. I quattro corpi elettorali di città eleggono ciascuno 17, il primo corpo elettorale del territorio elegge 9 e il secondo corpo 6 membri del consiglio comunale. Il numero dei consiglieri da eleggersi in ogni distretto elettorale dai singoli corpi elettorali verrà stabilito a seconda della proporzione tra il numero degli elettori di ciascuno di questi corpi elettorali nei singoli distretti e il numero complessivo degli elettori nell’intero questo corpo elettorale; ad ogni distretto elettorale sarà da assegnarsi in ogni distretto per lo meno un mandato». Nei distretti della città hanno diritto di voto nel I, II e III corpo i cittadini che pagano una data imposta, la cui gradazione va nel progetto da 400 corone d’imposta rendita o 200 corone per imposte reali dirette (I corpo) fino a 20 cor. imposta rendita o 10 cor. per imposte reali (III corpo). La cosiddetta intelligenza vota nel secondo corpo. Nel quarto corpo hanno diritto di voto tutti i cittadini austriaci i quali, al giorno d’indicazione delle elezioni, dimorino almeno da tre anni a Trieste, che abbiano oltrepassato il 24.o anno di età e non abbiano diritto di voto negli altri tre corpi. Questo per la città. Nel territorio invece, ove dominano gli slavi non vi sono che due corpi, il primo dei quali corrisponde ai 3 primi della città, il secondo è quello del suffragio universale per chi non ha votato nel primo. Sono abolite le procure. Il progetto inoltre introduce l’obbligatorietà del voto, pena una multa da 1 a 50 corone. Però, malattie, obblighi d’ufficio, assenze ed altre impellenti circostanze giustificano l’assenza dalle urne. Notevole è qui, astraendo dalla configurazione nazionale, la divisione dei corpi in distretti, abolendo lo scrutinio totale di lista, la curia generale riservata a quelli che non hanno votato nelle altre curie (il rovescio di quello che si propone in Istria); il domicilio di tre anni, quale premessa per il diritto di voto nella curia generale; infine l’introduzione della obbligatorietà del voto. Importante è anche un’altra innovazione: La Delegazione (Giunta) composta del podestà, di due vicepresidenti e di 16 membri non viene più eletta dal pleno, ma l’organizzazione dei consiglieri segue in modo che prima i membri del consiglio eletti da ognuno dei quattro corpi elettorali cittadini, rispettivamente da ognuno dei due corpi elettorali del territorio eleggeranno un membro della Giunta municipale per ogni corpo, dopo di che l’intero consiglio comunale procederà all’elezione dei rimanenti nove membri. Tutte queste elezioni seguiranno con maggioranza assoluta dei votanti. Per la validità di un conchiuso della Giunta municipale richiedesi la presenza di almeno 10 membri, non compreso chi presiede. Anche qui dunque domina il principio di creare garanzie per le minoranze, sulla cui misura non facciamo commenti, richiamandoci per la cosa stessa a quanto abbiamo detto sopra. Molto significante è la posizione dei socialisti di fronte alla riforma. Il Piccolo dichiara tale progetto inaccettabile per il partito nazionale liberale. «Non si può pretendere che il partito nazionale-liberale faccia con le sue mani una legge la quale favorisce, oltre al lecito, e governo e slavi e socialisti e magari cristiano-sociali e invece, ma anzi danneggi, contro a ogni equità, il partito che la crea. Il suicidio non può essere chiesto ad alcuno, tantomeno ad un partito che, come il liberale-nazionale a Trieste, difende e propugna qualche cosa di più che un programma o una formula» (n. 9556). La Dieta, dice il Piccolo, vuole tempo per studiare il progetto. «Il quale racchiude molti punti che esigono riparo: dalla proporzione dei mandati fra città allargata e territorio ristretto alla ingerenza governativa nella procedura elettorale, dalla distrettuazione elettorale alla soppressione di alcuni titoli elettorali con danno specie della rappresentanza vera e propria dei commerci, dal voto obbligatorio alla verifica dei mandati» (ibidem). Viceversa i socialisti prendono una posizione più favorevole. Il Lavoratore (n. 163) afferma che è «proprio l’assolutismo quello che da un decennio o più regge il comune di Trieste. E nemmeno l’assolutismo illuminato. Un partito che è un’esigua minoranza nella città costituisce l’intera rappresentanza cittadina, senza alcun controllo di minoranze, ché controllo amministrativo non può chiamarsi quello dei sei consiglieri sloveni cristallizzati in una sterile opposizione nazionalista. Il sangue non circola più nell’organismo della vita cittadina e l’arresto produce i consueti fenomeni fisiologici: il marasma o la paralisi in tutti i campi della vita pubblica. Tutto intristisce e degenera: il programma economico dell’amministrazione civica è una vuota turlupinatura di frasi; lo stesso programma nazionale (che dovrebbe costituire la ragione d’essere del partito dominante e la giustificazione delle sue prepotenze) lo stesso programma nazionale ferisce profondamente (e ci sarà facile dimostrarlo) gli interessi nazionali della città. Quale fu il nostro atteggiamento di fronte ad un simile stato di cose? Abbiamo chiesto allo stato il suffragio universale ed eguale; lo Stato, dando un calcio al senso comune, ci ha risposto: per la Camera sì, per le Diete e i Consigli no. Noi non abbiamo insistito e non insistiamo. Saremmo troppo ingenui a sprecare le nostre energie in un movimento che, per adesso, non ha probabilità di vittoria e che servirebbe soltanto a prolungare l’assolutismo nazionalista». Più innanzi il Lavoratore trova che il progetto governativo è molto più democratico di quello votato l’anno scorso dal Consiglio comunale. «Amara ironia delle cose! L’Austria dà una lezione (per quanto imperfetta) di... liberalismo ai nostri... liberali!» E dopo altre conclusioni favorevoli alla riforma il Lavoratore riaddensa il pensiero dei socialisti di Trieste in codeste parole: «Cercheremo d’influire perché il progetto venga in qualche punto modificato, ma dichiariamo subito che non siamo disposti a tollerare che, da una parte o dall’altra, si riprenda l’eterno giuoco che da dieci anni impedisce l’attuazione della riforma e che consiste nel chiedere ciò che si sa di non poter ottenere!» Sulle quali dichiarazioni antinulliste richiamiamo l’attenzione dei nostri lettori, affinché le raffrontino colle espettorazioni puramente demagogiche dei rossi nostrani, i quali in tutte le cose chiedono sempre ciò che sanno di non poter ottenere! Il confronto fra il punto di vista molto, ma molto positivo del signor Pittoni, capo ufficiale del partito socialista austriaco, e gli attacchi diretti dai nostri rossi contro il nostro programma in punto alla riforma elettorale, è davvero istruttivo. Noi che nell’ultima campagna chiedevamo anzitutto il suffragio uguale, e se non fosse possibile (per l’opposizione del Governo o – quello che più importa – anche di una sola curia dietale), delineavamo una riforma molto più ampia che quella di Trieste, accettata da Pittoni, eravamo dei reazionari, e... Pittoni, che cos’è Pittoni?
68d40990-7054-41e9-bf5d-ecfa95ab8c62
1,908
3Habsburg years
11906-1910
L’intervento del Nunzio , dichiarato non avvenuto per incarico della S. Sede, non è che un episodio di per sé insignificante a confronto del nocciolo della questione. Ma i giornali gonfiano l’episodio all’infinito. E siccome il Nunzio di fronte alla pubblicazione della lettera del ministro Aehrenthal al Marchet , mantiene le sue asserzioni da quella divergenti, ripete anzi in una nuova intervista che si gioca di parole, così quello che più al momento stuzzica la curiosità del pubblico è di sapere come finirà il conflitto diplomatico personale fra il Nunzio e il ministro degli esteri. Che questo esiste è documentato anche dalla circostanza che al ricevimento dato dal Nunzio il giorno di S. Giuseppe non si presentarono che i ministri Burian, Pitreich e Schönaich , e si astennero tutti gli altri ministri compreso Aehrenthal e Beck. Il principe Lichtenstein in un’adunanza elettorale s’espresse così: «È da deprecarsi che sua eccellenza il Nunzio si lasci intervistare da redattori; ciò non è in uso presso diplomatici e nel caso concreto può dare occasione a malintesi o ad inesattezze, tanto più che sua eccellenza non parla che italiano e francese. Ritengo che il nostro ministro degli esteri il baron Aehrenthal e il d.r Marchet abbiano agito correttamente, considerando il passo del Nunzio apostolico, tanto per la forma che per il contenuto non ufficiale, poiché lo stato austriaco dispone assolutamente lui delle cattedre delle sue università; quest’è un attributo elementare dell’autorità statale. Noi cristiano-sociali siamo però del parere che vi sia una logica incompatibilità nella circostanza che uno il quale de facto col pubblicare e dire vere bestemmie è uscito dalla Chiesa cattolica, continui ad insegnare diritto canonico, il quale sta in un nesso insolubile colla morale e coi dogmi della nostra confessione. Ciò è una provocazione e nessuna confessione entro lo stato si lascerà piacere una cosa simile. E sia qui altra volta solennemente dichiarato: Noi non vogliamo dominare sulle università, noi vogliamo l’equiparazione e questa sola». A ricordare l’origine e l’essenza della cosa, a parte l’episodio diplomatico, gioverà anche il fatto che ieri l’altro una deputazione di deputati cristiano-sociali tirolesi, in base al conchiuso, al quale noi abbiamo già accennato, si portò al barone Spiegelfeld, dichiarando che i cristiano-sociali riaffermano l’energica loro volontà di farla finita colle pubbliche offese lanciate dal Wahrmund, e di ottenere nelle università piena equiparazione per gli studenti cattolici. Il Luogotenente si richiamò alle dichiarazioni fatte all’on. Schraffl dal ministro presidente e promise di raccomandare al governo centrale una sollecita soluzione della vertenza. Caratteristico è il parere di un ministro liberale e di un giornale protestante. Il primo è il Peschka, ministro nazionale tedesco. Egli scrive in un articolo sulla Zeit o sulle Innsbrucker Nachrichten che Wahrmund non ha parlato né come professore né come scienziato, ma il suo discorso segue il metodo, contiene le frasi che servono a scopi agitatori di un partito determinato. Perciò i liberali tedeschi tratteranno il caso come politico né vogliono spingere le cose ad un Kulturkampf. Il giornale è la liberale e protestante Kölnische Zeitung la quale nota che il libello del Wahrmund tratta l’Immacolata concezione, l’Ascensione di Cristo e specialmente la Messa e la Transustanziazione in un modo che deve provocare i cattolici fino al sangue. «Tutta l’esposizione – dice il giornale liberale (N. 293) – si svolge in evidente compiacenza in forme, che col miglior buon volere non si possono riguardare corrispondenti alla dignità dell’argomento e alla serietà della situazione». Così la Kölnische! Ma i nostri liberalissimi Alto Adige, Popolo e Patria in sereno amplesso difendono la libera indagine del Wahrmund!
bacf6834-04e0-477c-8b34-f40126796282
1,908
3Habsburg years
11906-1910
Era da aspettarsela! Quando venne fondata la Banca Cattolica , la si attaccò sulla stampa anticlericale rabbiosamente, si predisse che con quei tassi e con quei principii sarebbe venuta presto a rovina: ed ora la Banca Cattolica assurse nel nostro piccolo mondo finanziario ad una posizione eminente. Quando si costituì il sindacato agricolo-industriale se ne preannunziò il fallimento entro sei mesi; e il sindacato prospera e fiorisce. Quando la cooperazione prese uno sviluppo imponente, Il Popolo inventò le «crepe» ed eccitò i compagni ad entrarvi per mandare tutto alla malora. Ed ora? Che cosa di più naturale e di più logico per simil gente, a cui la denigrazione è un mestiere, di attaccare la Banca Industriale? È sorta questa, non con mire di partito, ma per il bene del paese, e tale intento è anche provato dalla partecipazione al Consiglio di persone che politicamente militano in altri campi. L’Industriale fu accolta generalmente con plauso, le persone che la promossero lodate perché con la loro iniziativa coraggiosa rompevano la solenne apatia del paese; lo stato finanziario della Banca, dopo soli pochi mesi di vita, si può dire fiorentissimo... e non basta tutto questo per provocare la reazione dei maligni? Così è comparso martedì sul Popolo un articolo intitolato «I fasti della Banca Industriale», ove si afferma che la centrale e la tramvia del Varone non rappresentano che un nuovo attacco del dott. Lanzerotti contro il comitato della Trento-Riva, (notate che il progetto risale a 6 anni e che è pubblica la lite avuta per lo sfruttamento delle acque), che la partecipazione dell’Industriale alla Marmifera ligure è dannosa al paese e non risale che allo spirito di speculazione e di affarismo di certa gente che aspira a laute tantièmes. L’insinuazione è diretta in ispecie col dott. Lanzerotti che – proprio lui – non avviò affatto la combinazione. Notate che con un calcolo cervellotico, il quale dimostra che l’articolista non ha nemmeno le prime nozioni di scienza bancaria, s’intende provare che la Marmifera fallisce nientemeno che per un milione, e poi con una logica sorprendente, si viene a dire che l’affare fu fatto perché i consiglieri furono ammagliati dai larghi dividendi. Grande finanziere costui il quale con un tratto di penna vi dimostra che quello che venne trattato, discusso, studiato per lungo tempo dal Consiglio, dagli uffici e dai consulenti tecnici della Banca Industriale è un affare di tal fatta, che un imbecille lo direbbe di primo colpo disastroso! Avvertite che Il Popolo non ha fatto che impiastricciare assieme due articoletti dell’Eco del Baldo, commentando e calcolando secondo le norme fortunate della sua amministrazione. Tutta lì la scienza delle cifre! E poi fingete che noi v’abbiamo invitati alla discussione? Ma che cosa volete discutere? Che i clericali mandano in rovina il paese? Quella è una cosa per voi tanto certa, che non può essere più oltre oggetto di discussione. Se i clericali lavorino o no per il risorgimento industriale del paese? Ma anche questa è cosa per voi decisa. Se si tengono i denari in cassa, allora si è infingardi e grassi borghesi, se si mettono nelle industrie, allora si è affaristi, ingordi speculatori. Volete discutere l’affare in sé? Ebbene fatevi azionisti, venite nell’adunanza generale. Chi sa non vi riesca meglio qui la parte di «spola di dinamite» che non vi hanno voluto assegnare per la Dieta. Discutere di tali affari con voi socialisti, gente così onesta nella polemica, sarebbe davvero un atto eroico! Una piccola prova: Il Popolo insinua che l’affare della Marmifera non è che un grosso rischio per creare un nido a speculatori clericali e per documentarlo cita i nomi dei consiglieri, omettendo appositamente il signor Luigi Costa di Rovereto. In quanto ai consigli che Il Popolo dà alla Banca Industriale, questa gliene sarà grata. Di marmi trentini è noto che voi siete specialisti (vedere l’era Murari), d’industrie non v’ha trentino a quale non debba prendervi a modello, specialmente nel come si tengano in piedi le baracche crollanti socialiste con puntelli borghesi; e le iniziative? Son tutte vostre compresa quella famosa dell’esposizione trentina. In quanto alla Banca Industriale, continuerà energicamente la sua vita, sorretta com’è dalla fiducia dei più, immunizzata contro gli attacchi di un partito che finora delle industrie non ha sviluppato che quella delle ciarle ed ha introdotto quei metodi di denigrazione propri della gente che, incapace di un lavoro positivo, si compiace di sgretolare quello che gli altri hanno eretto. Come siamo informati la Banca passerà a suo tempo alla costituzione della Marmifera trentina, essa si propone di far rifiorire un’industria che minaccia di venire assorbita dagli stranieri: su questa via l’appoggeranno quanti vogliono il bene della patria e tale appoggio sarà la più forte smentita ai detrattori di oggi .
27b3d346-623c-4e6a-930b-b88f557eda39
1,908
3Habsburg years
11906-1910
Pare ormai che il caso Wahrmund ed i problemi politici che vi andarono congiunti vengano soffocati entro le formule contorte ed imbarazzate del ministro dell’istruzione e la bufera del Kulturkampf si sciolga e cessi, mentre all’orizzonte riappare ed ingigantisce sempre la questione nazionale. Forse, nell’aula parlamentare riecheggeranno gli ultimi scoppi, ma la costellazione politica non ne sarà più minacciata. Frattanto uno sguardo retrospettivo è utile per chi vuol farsi un’idea chiara di quanto è avvenuto o poteva accadere, ed è inoltre cosa opportuna e doverosa per noi cattolici, che dobbiamo saper trarne gli ammaestramenti ed i moniti che ne derivano. Premettiamo che l’episodio diplomatico , il quale implica questioni di forma e problemi non necessariamente connessi col fatto in discussione, va meglio omesso, per non ripetere il gioco di chi ha voluto, con l’episodio, ingarbugliare tutta la tela della vertenza. Una riduzione della cosa ai suoi veri termini, sarà più che opportuna anche dopo le gonfiature e le inesattezze della stampa italiana, incominciando dal Piccolo e dalla nostra stampa trentina fino ai giornaloni del Regno. Mentre infatti il Piccolo si addimostrava anche questa volta niente altro che la traduzione italiana della consorella in ebraismo, la Neue Freie Presse, i nostri organi anticlericali gli erano segugi fedeli, Popolo, Alto Adige, Patria, tutti di un medesimo senso contro il sentimento ed il diritto dei credenti e della Chiesa. Il corrispondente dell’Alto Adige in parecchie riprese esagerava e svisava affatto i termini scrivendo a questo modo: «Le nuove intolleranze della Chiesa cattolica che riaprono il conflitto antico fra il dogma e l’indagine scientifica, suscitano ora delle lotte confessionali anche in Austria; e quindi vediamo dall’una parte le legioni nere agitanti il simbolico spegnitoio e dall’altra parte le dormigliose scolte liberali che destate dalle stridule voci dei fanatici avversari della libera scienza, danno l’allarme e chiamano a raccolta il liberalismo» (N. 65) . E in una corrispondenza ancora più recente (N. 69), Lindoro eccitava i liberali di tutte le nazioni ad «elevarsi al di sopra delle piccinerie della lotta nazionale (notate bene!) per coalizzarsi coi liberali tedeschi per la difesa delle conquiste del pensiero, del progresso umano» . E si consolava poi con i socialisti che almeno loro starebbero duri e trascinerebbero con sé anche i liberali dubbiosi. Similmente la Patria, organo ufficiale del Governo, sforbiciando non si sa da dove, eccitava i liberali ad unirsi con i socialisti «contro queste mene clericali e contro queste dedizioni dei pseudoliberali tedeschi», e ciò mentre il suo padrone, il barone Beck faceva precisamente il contrario. Il Popolo poi, fra l’altro, in una corrispondenza particolare di quasi tre colonne, che viceversa era sforbiciata compreso il titolo, dal Secolo di Milano, affermava (N. 2363) che il «Wahrmund merita ammirazione per l’eroismo con cui, resistendo alla bufera di odio, di perfidia, di calunnie vigliacche, seppe rimanere al suo posto, strenuo difensore della libera indagine della libertà di critica» . Intitolava i cattolici tirolesi «rozze, ignoranti, brutali masse di contadini», e descriveva la protesta degli offesi credenti così: «E già i folli sobillatori del contadino tirolese, il quale per il furor religioso è il vero bretone dell’Austria, parlavano di guerra alla scienza col randello e il fucile nel nome del S. Cuore di Gesù». Perfino Il Corriere della Sera, ordinariamente giornale più serio, si degnò di stampare al posto d’onore una corrispondenza di un cotal Franco Caburri, il quale svolge tutto il caso Wahrmund come un attacco voluto, preparato dai clericali, per istigazione del dott. Lueger, che scelse appunto per le prime prove Innsbruck «il buco clericaleggiante tra i monti del Tirolo» (sic!). Inesatti furono in genere anche i pochi giornali cattolici lodevole eccezione L’Unione di Milano – che ne parlarono sulla fede della Corrispondenza romana. La quale spaccia il Wahrmund «come uno di quei modernisti i quali coi loro eccessi d’idee e di linguaggio sono la giustificazione vivente delle più severe misure papali contro il modernismo» e l’Università dello Stato in Innsbruck, come «università cattolica» e aggiunge non poche altre corbellerie che non si comprende dove l’abbia pescate. Meno inesatto è l’Osservatore Romano, benché anche lui tratti la vertenza come un incidente modernista (N. 66). Anche per questo non sarà male riassumere la questione. È, ciò che faremo domani.
434325d2-204a-4d68-bf14-4725bd8d53fb
1,908
3Habsburg years
11906-1910
Il Trentino fu in grado di informare i lettori passo passo intorno a tutte le trattative che condussero i deputati italiani e più precisamente l’on. Conci a presentare la risoluzione, a suo tempo pubblicata, circa la nostra questione universitaria. Dalle nostre relazioni quotidiane è apparso il tortuoso e difficile sentiero, sul quale camminarono lentissimamente i nostri rappresentanti. Alla fine quando abbiamo visto funzionare il blocco, per quanto fosse d’effimera durata, dei latini e degli slavi, quando abbiamo saputo essere quella risoluzione un’implicita dichiarazione del governo, per quanto poco un’affermazione generale del nostro postulato, abbiamo parlato di un successo e abbiamo applaudito a chi l’aveva raggiunto. Sarebbe certo vano ogni ottimismo né, se la memoria non c’inganna, il Trentino fu ottimista, ma perché mai avremmo dovuto disperare o vedere più nero della realtà? Il fatto è questo, che mentre per il passato il ministro Beck non aveva a sua disposizione alcuna risoluzione d’una sua maggioranza e d’una sua Camera, ora la ha e può richiamarvisi. Vero che l’implicita dichiarazione e le promesse che il barone Beck faceva ai nostri rappresentanti corrono la medesima alea che corre naviglio parlamentare, vero che quello che, oggi, date le dichiarazioni fatte, deve valere come avviamento teoretico di una soluzione pratica, può rimanere una enunciazione platonica, ma si poteva davvero raggiungere di più? I nullisti, sappiamo, esistono ancora. Il Piccolo, polemizzando con noi, interpreta la recente votazione come un passo all’indietro, fingendo di dar peso ancora alla demarche del ministro dell’istruzione. No, l’episodio Marchet fu una bolla di sapone, purtroppo; la realtà d’oggi va riattaccata alla realtà, triste realtà, che esposero in estate l’ass. cattolica universitaria e l’on. Gentili . Fu di fronte a tale realtà che noi parlammo di «successo». Successo relativo, successo morale per ora, se si vuole, ma sempre un successo. Il sentiero è stretto, tortuoso, ma è l’unico che può condurre alla meta. Il Piccolo non ha simpatie per il blocco slavo-latino, ma noi siamo lieti che il suffragio universale abbia rotto il sinistro influsso degli adriatici che pendevano sempre verso la sinistra liberale tedesca. Il Piccolo avrebbe voluto che i nostri rappresentanti marciassero per quella via larga tenuta dai suoi, che condusse sempre in un precipizio. Il sentiero che mena su da questo è faticoso ma gli acerbi critici pensino che il baratro l’hanno aperto loro. Ed è ora che s’inaguri un’altra politica. Meno retorica, meno paroloni; più coscienza invece della nostra debolezza entro l’ingranaggio dello stato plurinazionale, più lavoro, maggior senso di responsabilità. Questo pretende il popolo trentino dai suoi rappresentanti. Se gli adriatici rimpiangono ancora l’inane e indolente prosopopea dei loro corifei, padroni; ma si guardino bene petulanti a parlare a nome di tutti gli italiani. Abbiamo assistito con relativa indifferenza a certi fenomeni militari dell’ultimo tempo, ma si badi bene che per tali questioni noi non abbiamo fatto procura né alla direzione della Lega Nazionale, né al municipio di Trieste. Quel giorno che i nostri rappresentanti, di contro a manifestazioni contrarie, abbisognassero di una conferma popolare dei loro principi e della loro tattica, l’avranno piena e senza riserva. Le «Innsbrucker Nachrichten», approfittando di un articolo del «Piccolo», il quale, mentre biasima i deputati per non aver raggiunto nulla di positivo, eccita gli studenti a seguire la tattica: nessuno a Vienna!, gioiscono sperando che al governo venga di nuovo data occasione di rispondere al dilemma: «Tutto o nulla!». Abbiamo tutti i motivi di sperare che l’alleanza Piccolo-Innsbrucker può aspettare un pezzo!
0deec8f3-5332-4789-b93c-7b1d3c30dc7a
1,908
3Habsburg years
11906-1910
Una buona giornata si può dire quella di ieri per il nostro paese. Una giornata di sole, che è così rara nel nostro piccolo cielo politico, quasi sempre bigio e disperatamente chiuso. In altri paesi, fecondati periodicamente dalla pioggia dei milioni, si direbbe forse della nostra consolazione. Ma noi siamo poveri, e dei Lazzari accovacciati sotto il banchetto dello Stato, aspettando da lungo tempo le briciole che avrebbero dovuto cadere dalla mensa. Epulone ci ha trattati a lungo, come narra la parabola evangelica. Ed ora che è riuscito di muoverlo a più ragionevole consiglio, a fargli capire almeno che ridar forza al povero Lazzaro è aumentare la potenza sua e il suo prestigio, non abbiamo noi ragione di godere, e di rallegrarci? Il comunicato ufficioso che ieri abbiamo riportato in testa al giornale è, non v’ha dubbio, un passo in avanti per l’azione economica. S’incominciava a dubitare di essa e delle promesse governative troppo generiche, per rappresentare un impegno; e l’ultimo convegno a Vienna dei deputati e degli esperti fu per parecchi una doccia fredda, perché dal convegno e dalle dichiarazioni governative non risultava né il tempo, né apparivano il modo e la misura dell’azione di soccorso promessa. Il comunicato di ieri invece stabilisce a chiare note che la commissione di soccorso ha redatto un programma concreto, che questo programma verrà sottoposto ancora entro l’aprile al presidente dei ministri e che dopo le deliberazioni del consiglio di gabinetto, tal programma verrà preso in considerazione già nel prossimo bilancio dello stato. Il comunicato rappresenta quindi un impegno di tempo, il quale ci permette di ritenere che l’azione di soccorso venga fatta sul serio e presto. Vero che non ci è ancora detto del modo e della misura di tale azione. Se però consideriamo che vi è detto doversi il programma estendere a parecchi anni ossia le spese della sua attuazione suddividersi su diversi bilanci, ci sarà lecito sperare che l’azione non riuscirà meschina e gretta. Nel comunicato è detto inoltre che il programma si trova in piena armonia coi desideri espressi dalle persone competenti, e qui ci è permesso di sperare che il programma corrisponda al parere manifestato dagli esperti, e in modo speciale al programma redatto da tempo dai nostri rappresentanti. Comunque, mantenendoci anche solo nel certo e nell’assicurato, la nuova dichiarazione rappresenta senza dubbio un passo in avanti. E siccome siamo informati che ad accelerare e concretizzare i lavori della commissione e dare all’azione il momento attuale ha contribuito di questi giorni l’opera assidua dei deputati popolari, vada a loro il plauso degli elettori e di quanti vogliono il bene del nostro paese. La giornata fu migliore ancora però sul far della sera. Alle 4.30 uscivamo con una seconda edizione, in cui un telegramma laconico, ma assai comprensivo, annunziava che il governo in via di massima s’impegnava per un contributo di 4 milioni di corone per la ferrovia giudicariese. La notizia in breve fece il giro della città e fu accolta con generale soddisfazione. Infatti essa rappresenta la garanzia che di una linea, la quale in alcuna sua parte presentava difficoltà tecniche e finanziarie grandissime, viene assicurata la costruzione. Ognuno comprende, che, garantito un forte contributo del governo, è data la base della finanziazione. Colla ferrovia giudicariese viene assicurata a buona parte del Trentino tutta l’elevazione che sogliono portare i progressi della viabilità moderna e tutti i vantaggi morali che sono sperabili da una congiunzione rapida e comoda dei luoghi alla periferia col centro del paese. La dichiarazione governativa fu consegnata in iscritto ai deputati popolari, e questo solo ci dice che la dichiarazione non è che la conclusione di trattative corse fra deputati e governo. Di queste sapevamo già e dell’esito gli elettori saranno grati ai loro rappresentanti. Vero che per avere dei benefici bisogna fare dei sacrifici ed anche ieri i nostri deputati votando per il contingente ordinario delle reclute hanno fatto un sacrifizio; e a questa votazione li ha condotti certo non la convizione programmatica, ma il calcolo. Ma tutti dovranno ammettere che la bilancia è caduta per maggior peso dalla nostra parte; poichè la votazione del contingente ordinario, ossia l’autorizzazione di procedere alla leva come tutti gli altri anni, è ormai per ogni stato tanto inerente alle condizioni attuali e fatalmente logico, che un’opposizione, dove essa potrebbe essere più che l’espressione del proprio ideale antimilitarista, non viene più fatta nemmeno dai socialisti. Anche nel caso concreto la proposta aveva nelle previsioni ed ebbe di fatto tale maggioranza, che in realtà il nostro piccolo gruppo non ha fatto che rinunziare ad una dimostrazione platonica, ad una posa facile e niente più. Di fronte a che, considerati i vantaggi reali e palpabili che le trattative dei nostri deputati hanno recato al povero e bisognoso nostro paese, nessuno degli elettori che pensano vi sarà chi non approvi la tattica usata dai popolari e non plauda al loro successo. Una buona giornata dunque, una giornata eccezionale. Solo un pensiero ci rattrista infine, dopo la sincera soddisfazione. Il pensiero viene spontaneo. La ferrovia giudicariese s’incammina all’attuazione; che ne è di quella di Fiemme, così anteriore a tutte per tempo e per studio? Le lotte nazionali hanno purtroppo ricacciata in un canto tale questione economica. Ma i nostri deputati non la dimenticano. Non la dimenticarono nel loro programma, né la dimenticano nell’atto pratico. Oggi che il podestà di Bolzano mostra di voler ritornare all’assalto i nostri deputati hanno in mano il filo di tessere un compromesso, il quale rappresenti anche la soluzione possibile, giovevole a Fiemme, onorifica al paese. Questo pensiero volevamo esprimere ieri, aggiungendo però che nulla si sarebbe potuto fare né si potrebbe fare senza l’intervento efficace della valle, alla quale per il suo avvenire economico auguriamo ritrovi la via della pace interna e della concordia operosa.
f41e59a4-a9f2-4867-a291-8577d328c774
1,908
3Habsburg years
11906-1910
Noi poveretti, abbiamo avuta l’ingenuità di scrivere che martedì fu una buona giornata. E alla notizia che l’azione economica renderebbe forme concrete ancora entro questo mese e a quella più precisa ancora in un impegno governativo per un contributo di 4 milioni alla ferrovia giudicariese, ci siamo rallegrati (noi, miserelli) come d’un raggio di sole venuto a confonderci attraverso una nebbia fitta, come d’una briciola caduta dalla mensa di Eulone. Questo era ieri, ierl’altro! Ma oggi, oggi, l’illusione è svanita, oggi è ritornata la coscienza della nostra forza della dignità e della signorilità delle nostre tradizioni. Oggi scriviamo: governo, le tue dichiarazioni sono ciance, tienitele! Vogliamo un impegno! In quanto ai milioni, sono poca cosa davvero, o seppure, facendo uno sforzo su noi stessi, stendiamo la mano, bada Governo di non mettervi dentro promesse, comunicati, impegni, mettici danari sonanti, contati ad uno a uno. Li riconteremo anche noi e quando avremo numerato 4.000.000, parleremo di «buona giornata»! Ah! Che! Anzitutto i 4 milioni non ci bastano e poi... ce li dovevano da un pezzo. Abbasso i clericali! Di codesta salutare resipiscenza, di questa rinascita benedetta del nostro senso di dignità andiamo debitori, come sempre ai due giornali dalle larghe vedute, dal fine intuito, dall’oggettiva considerazione delle cose. Il Popolo , all’indomani della nostra edizione straordinaria, portava secco secco nostra notizia: «Si ha da Vienna: Si assicura che il governo avrebbe reso impegno di stanziare in uno dei prossimi bilanci 4 milioni per la ferroriva giudicariese. La somma sarebbe nel momento inferiore al necessario». E la cronaca correva innanzi a narrare del «eloquente parola dell’abate Stiasi». E giustamente. C’era bisogno d’aggiungere un commento per una somma inferiore al necessario? D’aggiugnere due righe per i milioncini promessi e, peggio ancora, promessi a chi? Forse ai... zitto, zitto! La cronaca va innanzi e fra la notizia della «scarlattina» e la reclame per il cinematografo «Spina» troverete anche un comunicato sull’azione economica. Passiamo via; meschinità, imbrogli del clericanaglia, gatta ci cova, andiamo al cinematografo! L’Alto Adige non è rimasto così dignitosamente imperterrito. Ha avuto la debolezza di ritenere i comunicati governativi meritevoli di discussione. Ma la discussione, l’analisi, è riuscita fatale. A parte alcuni errori di fatto, come quello che alla commissione governativa facciano parte deputati ed esperti, a parte lo scambio di una risoluzione presentata da un deputato in seno alla commissione del bilancio con una proposta governativa entro il bilancio stesso, il giornale di via Dordi ha dimostrato di non aver le «traveggole» e di saper dare «il loro giusto valore ai due comunicati del governo». Noi infatti abbiamo scritto che il comunicato circa l’azione economica «stabilisce a chiare note che la commissione di soccorso ha redatto un programma concreto, che questo programma verrà sottoposto ancora entro l’aprile al presidente dei ministri e che dopo le deliberazioni del consiglio di gabinetto, tal programma verrà preso in considerazione già nel prossimo bilancio dello stato». Vero che tutto questo par presentare con evidente chiarezza dalle parole prese del comunicato; ma noi avevamo le «straveggole». E l’Alto Adige che non le ha, ha visto che noi «nutriamo» i lettori di «palloni gonfiati» (buon appetito!) i quali «nella realtà delle cose si riducono a ben poca cosa». E la ferrovia giudicariese? Gli illusi hanno potuto leggere con noi, come qualmente il governo, ossia il d.r Beck, abbia consegnato in iscritto ai deputati popolari una dichiarazione in cui v’ha detto che il governo è in via di massima disposto a concedere un contributo di 4 milioni. Ma, evidentemente, non sapevamo leggere. A noi pareva proprio che la dichiarazione dicesse così. Ma no, l’Alto Adige ha trovato che non dice niente e che «i clericali non sanno dare che una dichiarazione, alla quale le condizioni in cui fu data non fanno che diminuire il valore». Ed infine il giornale dei liberali a questa chiara visione delle cose aggiunge un consiglio che certi adattamenti così diplomatici – e son forse minchioni! – sarebbe bene lasciarli da parte, cogliendo l’occasione per far valere con questa certa energia i nostri diritti». Signori deputati, avete letto? Avete imparata bene la lezione? No? Ve la ripeteremo noi. E prima di tutto incominceremo col confiteor della colpa nostra. Confessiamo il nostro torto d’esserci avviliti a pensare a 4 milioni, mentre non rappresentano nemmeno tutto il necessario. Ed oggi, ripensandoci, ci pare impossibile di non aver compreso di colpo ch’era meglio che il governo avesse mandato dentro il tranvai giudicariese tutto lucido e bell’impaccato, quale lo ricevono i bimbi buoni da Santa Lucia. Confessiamo ancora il peccato nostro vergognoso d’esserci paragonati a dei Lazzari accovacciati sotto la mensa dello stato! Che briciole? Che Lazzari? Noi dobbiamo sedere a mensa come tutti e non nutrirci di palloni gonfiati! Ed ora a voi, onorevoli, e che la lezione vi serva! Finitela con «certi adattamenti diplomatici, che son forse minchioni»! Lasciateli da parte, cogliete l’occasione per far valere con una certa occasione i nostri diritti! Viva il cielo, che gli esempi dei nostri maggiori non v’abbiano giovato? Non sentite l’eco vigorosa delle antiche proteste, che risuona ancora nella sala del bilancio e nell’aula del parlamento? E la voce ammonitrice dei corifei liberali che non «s’adattarono mai diplomaticamente»; che, «fecero valere con energia i diritti nostri». Oh! se li fecero valere! Per nulla oggi non possiamo rallegrarci di questa mensa! Ehi, novizi, carneadi, minchioni, non avete sorpresi ancora nei marmorei riflessi dei saloni ministeriali le ombre ritte, fiere dei nostri grandi parlamentari giù giù fino a Malfatti, fino a Silli. E quelli sono ed erano, sia pure con qualche eccezione, con il filo della schiena, anzi colla schiena dritta! E alla loro energia, alla loro abilità, dobbiamo, se noi, dopo tanto tempo possiamo rallegrarci di qualche cosa di più che di ciarle, frasi e ciaccole. Voi, clericali, dopo un anno di lavoro, non avete saputo portarci che elemosine indegne della nostra dignità nazionale e delle dichiarazioni anodine. Specialmente lei, d.r Conci, scusi un po’, ma è un uomo curioso parecchio! Non si comprende come abbia audacia di parlare in commissione tante e tante volte delle cose e degli interessi di Trento, di impiegati, di scuole? Ma vuole forse che le diano un’altra lezione, come ai 21 maggio? Forse che Trento non ha il suo deputato ? Quello sì che tiene la schiena ritta né s’affatica a certe curve diplomatiche. L’Alto Adige ha ragione a non prenderlo di mira, poichè la sua attività si svolge tutta con quella fierezza ed efficacia a cui ci ha avezzi la borghesia trentina. Vedrete che v’aggiusta lui, anche quella dei 4 milioni, poiché se non erriamo c’entra anche Trento ed appunto per questo è spiegabile la posizione dell’Alto Adige. Cari popolari, avete sbagliato l’uscio. Converrà rifarvi i muscoli! Andate curvi, con certe pose diplomatiche... scuotetevi e rizzate il filo della schiena! Non accovacciatevi lì come cani sotto la mensa, levatevi su, sedete al banchetto e vivaddio, battete i pugni sulla tavola, se non vi danno quello che agogna il vostro stomaco. Non ci dite che son i bambini che fanno così a tavola? Non può essere, perché l’hanno fatto i nostri omenoni, e allora, oh come si stava bene! Quanti bei progettini e progettoni, quante belle varianti e discorsi e proteste e brindisi augurali. Oh! che festa e che festino! Fu una stagione di sole il periodo liberalesco, di cui si sentono ancora le benedizioni nella loro critica sana, oggettiva. E se noi, l’altro giorno per l’opera vostra abbiamo sperato, abbiamo creduto di vedere spuntare il crepuscolo, via, avevamo le traveggole, il crepuscolo può essere stato, ma quello della notte clericale dopo la grande giornata di sole.
691e7d67-166b-444b-9aa1-fda9adf89a2c
1,908
3Habsburg years
11906-1910
Tratto tratto si sente che non può più durare a lungo. In codesta casa benedetta il muratore, il falegname e il carpentiere si attaccano come le mignatte. Oggi una crepa che si allarga, domani un buco che si riapre. Rattoppato questo, le bufere riscoprono il tetto e, rimesse le tegole, è l’impalcatura che scricchiola. È una disperazione! Ma il peggio viene di sotto. Gli inquilini sono sempre in guerra l’uno con l’altro. Uno si lagna del predominio e dell’arbitrio di chi sta di sopra, l’altro delle angherie del casiliano, il quale deve condividere con lui la sala o la cantina. La sproporzione è troppo evidente. I più devono starsene in vere topaie, eppure bisogna che paghino come certi favoriti, i quali signoreggiano nei vasti quartieri di lusso. No, non può andare così. Talvolta i rassegnati o gli indolenti prevalgono sui riformatori fiduciosi, e si ha per il momento un po’ di quiete. Ma basta un piccolo incidente per rinfocolare la discordia. Gli inquilini si prendono a cazzotti sulle scale, nei corridoi... se pure non è addirittura un colpo di pistola che rintrona per tutta la casa, risvegliando tutti i rancori vecchi, risuscitando tutte le opposizioni eterne. Allora l’idea che così non può andare appare sì luminosa che mette in fuga ogni dubbio; più che comprendere, si sente che è impossibile continuare. Bisogna cambiare, ci vuole una riforma, ma come? Si è provato a rabberciare, a riaggiustare; non è giovato nulla. Si conclude che il difetto è radicale, che bisogna incominciare dalle fondamenta. La cosa si fa grossa, il pericolo che la restauratio ab imis non riesca fatale alla consistenza dell’edificio si presenta minaccioso... e si conclude col tener fermo all’antico per paura del nuovo. L’Austria è una casa fatta a questo modo, e tale è la sua storia. Quanti tentativi di riforma, se limitiamo il pensiero anche alla sola era costituzionale! Quanti ricorsi in sessant’anni, quante rabberciature, quanti lagni e quante rassegnazioni, fino che una zuffa feroce d’odio nazionale o un delitto politico riconfermano l’urgenza di una riforma ab imis fundamentis. Così oggi, dopo il colpo di pistola di Leopoli viene a proposito un libro 1), il quale rappresenta una nuova raccolta di progetti di riforma interna ed esterna della casa. È uno scrittore il quale rivolge alcune domande riguardo la struttura di una nuova Austria, ove fossero eliminate le lotte nazionali. Si può e si deve ritornare all’idea del vecchio parlamento di Kremsier , alla rottura cioè delle compagini storiche e alla formazione di provincie nazionali? Si deve attenersi in tale rinnovazione al principio territoriale, o, seguendo l’esempio della Moravia, al catasto nazionale? Le 80 risposte sono caratteristiche. Anzitutto non se ne trovano 5 che almeno nelle questioni essenziali siano congruenti. Ogni architetto ha il suo progetto. Gli stessi membri d’un medesimo partito sono in contraddizione patente: ed è un brutto segno, poichè ciò vuol dire che il problema non ha trovato ancora una soluzione di evidente praticità. Anche i socialisti sono in perfetta contraddizione, documentando un’altra volta che il programma autonomistico di Brünn non è che un programma di parata. Infatti, mentre il d.r Renner si dichiara entusiasta del suo principio autonomistico, svolto nelle sue opere, i socialisti Heyn e Nemec tengono fermo alla provincia storica, al regno di Boemia. Il Dzieduszyeky è per il mantenimento delle provincie storiche, concede tuttavia un’autonomia in questioni scolastiche ed in genere di cultura; il croato Perie vuole il regno di Croazia, e la federazione dei paesi della Corona. Fra i tedeschi non regna minore disarmonia. Il d.r Steinwonder è per il principio storico; i suoi colleghi di club Hoffman, Wellenhof e Winter sono d’opinione perfettamente contraria. Interessanti per noi riescono le risposte a due deputati, che scrivono con riguardo alle condizioni nazionali della provincia del Tirolo. Il deputato cristiano-sociale, generale de Guggenberg, dice: «mentre ritengo necessario che non si distrugga l’attuale compagine provinciale, sono però del parere che dentro questi territori amministrativi si conceda alle varie nazionalità in riguardo nazionale culturale e ove sia necessario anche in sguardo economico, una posizione speciale anche a che venga concesso il costo nazionale. Solo in riguardo politico, militare, deve mantenersi l’unità. Una delle sistemizzazioni dei reciproci rapporti offrirebbe ad ogni parte spazio sufficiente per il suo libero sviluppo ed un’autonoma attività, senza rompere il nesso assolutamente necessario». Il d.r Enrico Conci ha dato la seguente risposta: «Le condizioni nazionali presenti richiedono urgentemente una riforma; oggidì è impossibile che una maggioranza nazionale eserciti un illimitato dominio sulla nazionale minoranza, ed è semplicemente una necessità storica, che venga concessa alle minoranze nazionali l’autonomia e con ciò la possibilità di svilupparsi indipendentemente. L’intesa nazionale sulla base di un criterio generale e valevole per tutti incontra ostacoli di natura oggettiva e subbiettiva. La molteplice varietà delle condizioni di fatto nei seguenti paesi della Corona, la circostanza che in alcuni di essi le nazionalità sono divise nettamente l’una dall’altra secondo il territorio, mentre in altre sono mescolate tra loro, fanno apparire come piuttosto difficile una soluzione unitaria del problema nazionale; d’altro canto, le maggioranze che finora hanno stretto le redini del potere, non sono punto disposte a cederle e per tenerle si attaccano ai noti diritti storici dei vari paesi, come se non fosse evidente, che le antiche costituzioni non vanno considerate quale monumento storico intangibile che convenga assolutamente conservare, ma che vanno invece adattate ai nuovi bisogni ed alle nuove concezioni. L’impossibilità che le attuali condizioni perdurino è anche reso evidente da una serie di manifestazioni critiche che si possono constatare negli attuali corpi legislativi, percui parecchi di essi sono arenati, e le quali invero sintomizzano malattie, che reclamano un rimedio. L’intesa nazionale renderà possibile che il consiglio dell’impero svolga un’attività più regolare che per lo passato, e verrà facilitato un accordo nelle questioni che riguardano tutto lo stato. Mediante le rappresentanze nazionali si evitano gli attriti nazionali e gli interessi di cultura possono venir promossi con maggior energia. La questione «se divisione territoriale o puramente nazionale» non sarebbe da risolversi unitariamente, ma a seconda delle particolari condizioni dei singoli paesi; ove le nazionalità fossero fortemente mescolate si dovrebbe introdurre il catasto nazionale, negli altri casi la divisione territoriale. Alle diete nazionali converrebbe concordare in questioni nazionali di cultura perfetta autonomia: ciò riuscirebbe di benedizione alle singole stirpi come allo stato intero». Così varia, molteplice, complicata si presenta l’architettura dell’Austria nuova. Siamo nel regno dell’utopia? Sarà proprio vero che continueranno i ricorsi e la vicenda fatale di acquiescenze e di ribellioni, di rassegnazioni e tentativi di riforma, senza fine? Non è da ritenersi. Il suffragio universale ha già di molto facilitata la via. Il pensiero nazionale ha trovato nella democrazia l’alleata dell’avvenire. Questi alleati se uniti al concetto cristiano dell’equiparazione e della giustizia, formeranno una triplice che finirà per vincere. Certo che i secoli sono per le nazioni i giorni degli individui. Intanto a noi basterebbe che si tentasse di raggiustare il nuovo quartierino. E se la parete maestra del d.r Conci trovasse troppe opposizioni, via ci accontenteremo anche della leggera divisione parietale che pare ci voglia concedere un generale tirolese! 1) Das neue Oesterreich. Eine politische Rundfrage, von Karl M. Danzer, Wiener, Verlag Konegen.
dad8828f-61b2-47a5-bc81-227015d714c0
1,908
3Habsburg years
11906-1910
I ruteni di Leopoli pubblicano un manifesto, nel quale condannano il delitto di Sieznski . «Noi protestiamo contro coloro che chiamano il Sieznski un ruteno. Esso è un miserabile Heidamak», così sta scritto a caratteri cubitali sulla cantonate, nei locali pubblici della capitale galiziana. Heidamak venivano chiamati i capi dei masnadieri che s’aggiravano fino all’epoca recente nell’Ucrania, obbrobrio e terrore della gente onesta. I deputati ruteni s’affrettano a condannare senza riserve «l’orribile violenza» finora presso i ruteni inaudita. Eppure ammettendo che le condizioni del popolo ruteno sono anormali, non solo condannano codesta importazione russa del delitto, ma trovano ingiusto anche che la persona colpita sia stata Potocki , il quale cercava la via della pacificazione delle sue stirpi. È notevole che perfino il deputato socialista galiziano Vianand in un articolo dell’Arbeiter Zeitung nega qualunque giustificazione al delitto, affermando che i ruteni in Austria hanno pure aperta la via delle lente ma legali rivendicazioni. Potocki godeva anzi la fiducia di una parte dei ruteni e l’ultimo atto a cui aveva posta la firma era la nomina del deputato ruteno Olensnicki a vicepresidente della Dieta. E fra le carte che si trovarono sul tavolo dell’ucciso sono parecchi decreti di trasferimento per i capitali distrettuali, accusati d’aver angariato nelle ultime elezioni i ruteni. No, l’unica scusa non della colpa, ma del colpevole, poteva essere lo stato anormale della sua mente, la degenerazione del suo sangue. La madre è in prigione, accusata d’aver diretto il braccio del figlio, un fratello s’uccise due anni orsono sotto l’incubo di azioni disonorevoli. E tuttavia i soliti filosofastri rivoluzionari sono insorti anche questa volta ed hanno condannato chi? – Tutti, fuori che l’assassino, tranne che l’istigatrice. Non sono ricorsi alla patologia criminale per difenderlo, non hanno scusato il delitto come riflesso d’una folla delinquente. Ecché? È forse il delitto stesso fuori di dubbio? Chi v’ha dato il diritto, o fautori della morale assoluta, di giudicare l’azione di Sieznski? Il Popolo di martedì scrisse: «Fu bene? Fu male? Inutile rispondere. Meglio è rendersi conto delle ragioni che determinarono il sanguinoso episodio». Segue una descrizione molto esagerata delle condizioni dei ruteni, in ispecie nelle ultime elezioni, per concludere: «Come nel Portogallo, così anche in Galizia, soffocando il grido della riscossa popolare, parlò la rivoltella. Epilogo triste, ma fatale». Ed eccovi, mentre si finge di non sentenziare, un’implicita assoluzione dell’assassino. Poiché è evidente che se il delitto fu azione fatalmente logica, esso cessa di essere tale e se i giurati – a parte qualunque ragione del sentimento – sono seguaci di questa politica rivoluzionaria, di codesta filosofia determinista e codesta morale relativista, devono assolvere il Sieznski. Assolverlo non basta, ma nella motivazione della sentenza, proclamarlo un eroe. Tale infine appare ai lettori del Popolo, ai seguaci del suo pensiero! La domanda dubbiosa premessa non è che un velo ipocrita per nascondere il pensiero logico e la reale apologia del delitto che s’insinua nelle linee del giornale socialista. Più manifesto è ancora il senso di quanto stampa il Lavoratore di Trieste in un trafiletto di ieri. Sentite: «Poniamo un quesito di coscienza: quella signora Sieznski che ha soffiato nell’animo già ardente del figlio l’odio implacabile per gli oppressori del popolo ruteno: quella donna che bacia in fronte il suo prediletto, l’orgoglio, il sostegno, la speranza forse dei giorni tardi, ne arma il braccio, e le ultime parole che sussurra al suo orecchio suonano incitamento a mirar giusto, incoraggiamento a saper ben morire, questa signora Sieznski, insomma, che spinge suo figlio sulla strada del sacrificio, come deve essere giudicata?» La domanda è posta così, che ognuno preveda la risposta. Essa tuona: «La madre cedette il posto alla ribelle. Piuttosto che crear dei figli che siano puntelli e vittime dell’oppressione, assai meglio diventino i giustizieri implacabili che sgombrano le vie al cammino della civiltà. «La maternità che si allarga e si ricongiunge con un più vasto e grandioso cancello dell’amore per la libertà dei propri simili oppressi! «Davanti a questa madre così dimentica e sprezzante di sè, dei suoi diritti, dei suoi affetti, delle sue gioie; rimpicciolisce l’orgoglio nostro. «Per conquistare il diritto di vivere della gente dimostra di saper morire». A tal segno si pervertono le parole e il loro senso! La via iniquitatis diventa via del sacrificio e del dovere, la madre che odia e aizza il figlio ad uccidere l’oggetto dell’odio, viene proclamata un’eroina dell’amore, chi toglie barbaramente la vita ad un uomo è detto il giustiziero che sgombra le vie alla civiltà! Voi, madri, inorridite su questa donna, voi, giovani, vi sentite offesa la coscienza da codesta filosofia che insegnano i giornali socialisti. Eppure fu sempre così! Tutti i delitti politici, tutti i regicidi ebbero in loro una difesa, tutti gli assassini politici trovarono in codesti anticristiani dei solleciti panegiristi. Il «brindisi alla palla» che uccise Vittorio Noir subì in tutti i tempi di poi infinite variazioni. Ed ora che la borghesia, nei paesi dov’è chiusa l’epoca agitata delle rivoluzioni nazionali, ritorna almeno nel concetto di tali azioni alla morale di Cristo e ai comandamenti del Decalogo, rimane la grande organizzazione internazionale rossa, che sparge l’odio e ne proclama i trionfi. Questi uomini non hanno fede della potenza dell’amore. Sono gli eredi dei borghesi che proclamarono l’uguaglianza, la fratellanza, la libertà e per raggiungerla intonano anch’essi l’antifona di Felice Piat, alla palla che uccise Vittorio Noir: Palla dell’umanità, liberaci! Sempre così! Ma è logico, è fatale, diciamo anche noi. Come i farisei costoro non hanno compresa la dottrina di Cristo, e quando l’hanno visto morire vittima e non ribelle si sono scandalizzati di lui. Non hanno compreso il mistero della croce – che noi oggi solennemente ricordiamo. Non possono quindi nemmeno nella società d’oggi comprendere il cristianesimo e la forza sociale che emana l’umile dottrina dell’evangelo.